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Le scoperte scientifiche in epoca moderna possono avere influenzato la morale cattolica in tema di vita fetale e aborto? (II parte)

| di Salvatore Murgia
| Categoria: Storia
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Tra Seicento e Settecento i progressi dell’anatomia e dell’embriologia, facilitati dall’uso del microscopio, contribuiscono alla cosiddetta “prima rivoluzione biologica”: le nuove acquisizioni scientifiche permettono di impostare su nuove basi gli studi dello sviluppo embrio-fetale. Il feto non è più un’appendice della madre (pars viscerum matris) in quanto comincia ad essere considerato come entità autonoma. Si tratta di un’importante mutazione di prospettiva, gravida di ripercussioni filosofiche, teologiche e giuridiche.

Nella seconda metà del Seicento alcuni teologi dell’Università di Lovanio inviano alla Santa Sede un centinaio di proposizioni, a loro parere meritevoli di condanna perché troppo lassiste. Vengono istituite due commissioni, una di teologi e una di cardinali. Innocenzo XI (1611-1689) condanna sessantacinque delle tesi proposte riguardanti argomenti di carattere morale, tra cui due riferite all’aborto: la prima asseriva che era «lecito procurare l’aborto prima dell’animazione del feto, affinché una giovane – riconosciuta incinta – non sia uccisa o diffamata»; l’altra sosteneva la probabilità che «il feto (finché è nell’utero) non abbia un’anima razionale e cominci ad averne una al momento in cui nasce: di conseguenza si deve dire che nessun aborto è omicidio».

Thomas Fyens noto Fienus (1567-1631) professore di medicina e filosofia nella roccaforte cattolica di Lovanio, nel 1620 pubblica un opuscolo con l’intento di dimostrare che l’anima proviene da Dio ed è infusa nel corpo entro e non oltre tre giorni dal concepimento. La tesi di Fyens – che parla più da filosofo che da medico – costituisce una svolta rispetto alla tradizione aristotelico-scolastica del cristianesimo medioevale: l’anima dunque non ha bisogno della forma umana, anzi le preesiste e la crea.

 Piero della Francesca (1415-1492), Madonna del Parto, Monterchi

L’opuscolo di Fyens concorre a modificare i concetti tradizionali e a fissare i nuovi orientamenti teologici di area cattolica finalizzati al battesimo al feto, anche prima dei quaranta giorni dal concepimento. Questa tesi rappresenta infatti una presa di distanza dalla tradizione giudaica, dal pensiero dei Padri della Chiesa e dal concetto di fisicità dell’essere umano caratterizzante il materialismo medioevale. Fyens, pur dichiarando che la scienza poteva progredire se si anteponeva la ricerca razionale della verità al rispetto dell’autorità, era ben consapevole che la sua idea andava contro l’opinione prevalente. Non era poi da trascurare il fatto che, se l’anima preesisteva alla formazione del corpo, cadeva ogni distinzione tra feto formato e non formato: di conseguenza ogni aborto era da considerarsi un omicidio. La questione dell’animazione del feto impostata da Fyens implicava dunque un risvolto penale di grande rilevanza.

Anche Paolo Zacchia (1584-1659), archiatra e protomedico pontificio, afferma che è l’anima a costituire il principio formativo e organizzativo del corpo, perché l’anima è presente nel feto umano fin dal primo momento della fecondazione. L’argomentazione è più di carattere filosofico che scientifico, ma l’autorità di chi la propone rappresenta un accredito persino al di fuori del mondo cattolico. Quanto al battesimo, Zacchia consiglia di battezzare comunque e sempre il feto vitale, anche prima dei quaranta giorni dal concepimento fissati dalla dottrina tradizionale. La tesi dell’animazione immediata riscuote in quegli anni vasti consensi, a parte qualche voce dissonante. Come quella del protomedico del regno di Boemia Giovanni Marco che si colloca all’estremo opposto nell'affermare che il feto, per tutto il tempo della sua permanenza in utero, non ha anima propria, ma vive dell’anima della madre, analogamente a quanto enunciato da Leonardo. È esattamente una delle tesi condannate dal decreto di Innocenzo XI.

Il religioso Girolamo Fiorentini (1602-1678), in contrasto con la prassi ecclesiastica precedente, sostiene l’obbligo del battesimo dei feti abortivi in qualsiasi momento essi fossero venuti alla luce, dato che la scienza non è in grado di fissare il momento esatto dell’animazione. Si spinge ad esortare le madri ad offrire la propria vita in caso di parto difficile, per garantire la salvezza eterna ai figli, e a tal fine i medici non devono preoccuparsi di accelerare l’agonia se funzionale al battesimo del feto. La tesi di Fiorentini suscita vivaci reazioni negli ambienti teologici del tempo, al punto da indurre la Sacra Congregazione dell’Indice a imporre una nuova ristampa in cui l’autore si impegna a non dare alle sue affermazioni carattere di assolutezza.

Il più autorevole moralista del Settecento sant’Alfonso de’ Liguori (1696-1787) assume una posizione possibilista quando si pronuncia per l’interruzione della gravidanza per salvare la madre, dimostrando una particolare attenzione per molte donne incinte destinate a morire senza rimedi.

Il suo contemporaneo Francesco Emanuele Cangiamila (1702-1763) sacerdote palermitano, sembra invece preoccupato solamente della salvezza eterna del nascituro, facendosi promotore del taglio cesareo sulla donna gravida immediatamente dopo la morte, appena esalato l’ultimo respiro, al fine di garantire il battesimo al feto in qualsiasi epoca della gravidanza. La sua Embriologia sacra (1745), che conosce numerose traduzioni in tutta Europa, è densa di riferimenti medici, tanto da somigliare quasi a un trattato di ostetricia per le minuziose descrizioni delle tecniche e del relativo strumentario. A tal fine Cangiamila consiglia ai parroci di tenere presso di sé gli strumenti necessari all’esecuzione del cesareo e di essere a conoscenza degli aspetti chirurgici, non solo perché siano insegnati alle levatrici, ma per poter praticare essi stessi l’intervento in caso di necessità. Il sacerdote palermitano è dell’opinione che, nella pratica pastorale, il confine tra sacerdozio e medicina sia assai sottile. Il rapporto da lui delineato tra la figura del medico e quella del prete non è paritario: il medico possiede le conoscenze e gli strumenti terapeutici, ma il loro utilizzo è stabilito dal sacerdote. In caso di pareri discordanti il medico deve uniformarsi ai dettami del sacerdote. Cangiamila ritiene che la scienza possa recare vantaggi alla religione e che la religione possa avere una funzione attiva nei confronti della ricerca scientifica, suggerendo essa stessa limiti e direzione delle sperimentazioni. Ipotizza inoltre la possibilità di un percorso di comune interesse in cui la Chiesa, nel suo ruolo magistrale, anziché intralciare possa guidare e governare il progresso scientifico.

Marx Reichlich (1460-1520), Visitazione, Monaco di Baviera

 

La diffusione della tecnica di auscultazione del battito cardiaco fetale proposta nel 1821 da Jean Alexandre de Kergaradec (1788-1877) insieme alle nuove scoperte dell’embriologia, accelerano il processo di personificazione del feto e della sua percezione come bambino. Ma i progressi che si susseguono nella medicina perinatale spingono verso la radicalizzazione di due posizioni: una più favorevole alla vita della madre (tendenza anglosassone e protestante) l’altra a quella del feto (tendenza francese e cattolica).

Nel 1852 l’Accademia di Medicina di Parigi si pronuncia a favore dell’aborto procurato e del parto prematuro (l’intervento di scelta degli ostetrici anglosassoni). Questa presa di posizione viene avvertita dai medici cattolici francesi come una perdita di autorità della Chiesa proprio nella nazione che vanta la primogenitura di “cattolica”, con il pericolo di assimilazione ai paesi protestanti. Senza mutare sostanzialmente il principio dottrinale sull’inviolabilità del feto, la Santa Sede per molto tempo era rimasta incerta e cauta sulla liceità e sui limiti dell’intervento medico durante la gravidanza e il parto, e sulle pratiche ostetriche nella scelta tra la vita della madre e quella del feto. Ma l’avanzamento delle conoscenze medico-scientifiche preme alle porte della Chiesa di Roma, che decide di non indugiare oltre, rompendo così un silenzio plurisecolare.

 Eucharius Rösslin (1470-1526) De partu hominis, Francoforte

 

Dopo il pronunciamento di Pio IX (Apostolicae Sedis, 1869) che abolisce la distinzione tra feto animato e inanimato, a partire dal 1884 - in risposta ai puntuali quesiti presentati dagli ambienti medici e dalle università cattoliche francofone - una serie di decreti del Sant’Uffizio definisce in modo fin troppo preciso i limiti dell’azione terapeutica in corso di gravidanza. In particolare si sancisce l’illiceità di ogni intervento medico che potesse pregiudicare la vita del feto, sostenendone così la priorità a prescindere da ogni condizione e ragione. Questa posizione fu confermata da Pio XI (Casti connubii, 1930), da Pio XII nel memorabile discorso alle ostetriche del 1951 e ribadita sostanzialmente dai successori, fino all’epoca post-conciliare.

 

Salvatore Murgia

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