Rimani sempre aggiornato sulle notizie di labarbagia.net
Diventa nostro Fan su Facebook!

I Barbaricini, Ospitone e la conversione al cristianesimo

I Barbaricini

| di Tratto dal libro "Ollolai cuore della Sardegna" di don Salvatore Bussu
| Categoria: Storia
STAMPA
Ollolai. Ospitone.

Gli abitanti della Barbagia, che in periodo cartaginese-romano erano conosciuti col nome di Iolaesi-Iliesi, già nella prima metà del secolo VI, durante la dominazione bizantina della Sardegna, venivano chiamati Barbaricini. Il primo testo a indicarli con questo nome è il Codex Justinianus. Costituendo la nostra Isola una delle sette provincie africane, l’imperatore Giustiniano, preoccupato delle continue incursioni delle popolazioni ribelli delle montagne dell’interno, volle che Forum Traiani (Fordongianus) divenisse di nuovo la sede delle milizie imperiali per respingerle e difendere cosi le popolazioni della pianura. Perciò ordinò a Bellisario, prefetto del Pretorio dell’Africa che risiedeva a Cartagine, di mandare in quella postazione alle pendici delle montagne, dove abitavano i Barbaricini un contingente militare numeroso quanto era necessario per tenerli a bada.
I Barbaricini, come i Sardi delle origini, professavano il politeismo e praticavano una religione naturalistica: assieme al culto degli antenati e a quello delle forze della natura, che costituiva per loro l’unica fonte di vita, nel loro firmamento religioso costellato di varie divinità brillavano di una luce particolare la Gran Madre, dea della fertilità e della maternità, e il Dio Toro, suo partner, il cui simbolo veniva spesso scolpito sulle pareti delle domus de jana. Ambedue le divinità erano rappresentate anche dai menhirs, le cosiddette “pietre fitte”, grosse pietre infisse nel terreno (la più alta che si trova presso Mamoiada, misura ben 6,50 metri).
In queste pietre o pilastri sacri che rappresentavano, con le loro forme coniche , appuntite e tondeggianti in cima, il fallo, simbolo del toro solare, il compagno della lunare Gran Madre, si credeva scendesse ad abitare la divinità, donde il loro nome betilo (da beth-el = casa di dio). Ovviamente quei betili finivano per essere ritenuti divinità essi stessi, come è dimostrato dal fatto che tra gli dei fenici, le fonti antiche annoverano anche Bait-ili, cioè Betilo. Niente di strano allora che, almeno quanto al nome, questi menhir siano di derivazione fenicia.
Alla concezione della pietra sacra ci riporta, in un certo senso, il culto per le rocce, le montagne, gli alberi e i fiumi sacri, in quanto ritenuti sedi della divinità, praticato ancora alla fine del VI secolo d.C., nelle zone impervie del Centro Sardegna.
E’ a questo periodo che risale la conversione dei Barbaricini, in circostanze ancora oscure.
Mentre nelle pianure della Sardegna il cristianesimo si era rapidamente imposto, nelle montagne della Barbagia dominava ancora il paganesimo: gli abitanti di questa zona, cioè i barba ricini, conducevano una vita durissima, ignoravano il Dio cristiano e adoravano pietre e tronchi d’albero.
L’imperatore Maurizio, comprendendo che il dominio di Bisanzio non sarebbe stato mai completo fino a che i Barbaricini fossero rimasti autonomi, ordinava a Zabarba, l’allora duca o magister militum che risiedeva a Fordongianus, di condurre contro di loro una campagna a fondo, senza tregua, per una completa sottomissione.
Quella di Zabarda fu la campagna finale di una lunga guerra iniziata nel 537: con gli uomini dei presidii a lui sottoposti e con l’aiuto di contingenti inviatigli dallo stesso imperatore, in brave tempo Zabarda costringeva gli indomiti montanari a trattare di pace; ma senza l’intervento del papa Gregorio Magno l’accordo sarebbe stato privo di valore, come accadeva dopo le razzie all’epoca romana, allorché i Barbaricini venivano attaccati e costretti ad una sottomissione che non veniva mai rispettata.


Ospitone

 

Il Pontefice, approfittando del fatto che Ospitone, capo dei Barbaricini, si era convertito al cristianesimo e stava per sottoscrivere con Zabarda il trattato do pace, gli si rivolge con una lettera per ringraziarlo, per esprimergli il proprio compiacimento e la propria cordiale stima inviandogli (caso rarissimo nei riguardi di persone non ecclesiastiche in tutto l’epistolario gregoriano) la “benedizione di san Pietro”.
Ma chi era questo militare barba ricino, al quale il Capo della cristianità si rivolgeva con sentimenti di rispetto e di cordialità?
Analizzando la lettera di san Gregorio, capiamo di trovarci davanti non ad un semplice capo-tribù, rozzo e violento, ma a un personaggio autorevole e forse non “illetterato del tutto” come lo descrive Salvatore Cambosu.
Al Pontefice, Ospitone doveva essere abbastanza noto, probabilmente anche attraverso i suoi legati Felice e Ciriaco.
Ai suoi occhi il capo barba ricino, soprattutto dopo la sua conversione, assumeva una posizione di prestigio e di distinzione ancora maggiore, al confronto dei sudditi ancora pagani.
L’affermazione del Papa, contenuta nella lettera scritta a Ospitone nel maggio del 594, che la totalità della sua gens non fosse ancora cristiana mentre lo era il suo capo, forse è iperbolica. “Non sembra infatti possibile – nota l’Argiolas – che nessuno dei sudditi di Ospitone fosse cristiano, poiché sicuramente anche nel mondo barba ricino il capo non doveva porsi in una dimensione ideale e religiosa diversa da quella dei suoi sudditi. La norma cuius regio eius et religio non doveva essere del tutto sconosciuta neppure a quelle popolazioni ed al loro capo. Non sembra pertanto possibile che nessuno dei sudditi di Ospitone fosse cristiano, quando questi lo era”.
Ci si domanda, a questo punto, dove mai Ospitone avesse potuto conoscere la religione cristiana e come e perché si fosse deciso ad abbracciarla, pur correndo il rischio di restare isolato nella sua gente. Si possono avanzare solo delle ipotesi.
1.  Ospitone potrebbe aver risentito dell’influsso della vita orientale verso il cristianesimo di qualche città circostante o mansio romana, soprattutto Forum Traiani, già da tempo sede vescovile e punto di incontro tra l’economia pastorale della Barbagia e quelle agricole della pianura.
2. La conversione potrebbe essere stata frutto di incontri di accomodamento dopo i lunghi contrasti tra bizantini e barba ricini, una specie di garanzia chiesta dai Bizantini per avviare trattative di pace, come lascerebbe intendere la lettera di Zabarda.
3. Ospitone si potrebbe essere convertito grazie all’opera di qualche ecclesiastico della zona: gli stessi legati del Papa, Felice e Ciriaco, oppure qualche altra personalità religiosa della zona (forse lo stesso vescovo di Forum Traiani) con la quale Ospitone poté avere contatti diretti.
4. Un’ultima ipotesi, forse la più plausibile, potrebbe essere quella prospettata dallo storico Raimondo Turtas. “La comparsa improvvisa di Ospitone – egli scrive – pone (…) quesiti ai quali la documentazione finora conosciuta non consente di dare una risposta sicura. Da chi e in quali circostanze aveva ricevuto il battesimo? Da quanto dice Gragorio Magnosullo scarso impegno dei vescovi nell’evangelizzazione dei pagani e in particolare dei Barbaricini, non sembra che la conversione di Ospitone sia da attribuire a qualcuno di loro: il pontefice romano non avrebbe mancato di rimarcare il fatto con soddisfazione, come vedremo fare nel caso del nuovo vescovo di Fausania, Vittore. Dall’altra parte, il fatto che Ospitone fosse cristiano non sembra far sorgere nel suo popolo problemi per la sua accettazione come capo: si direbbe che egli avesse tutti i titoli di legittimità per essere il Barbaricinorum dux. Se le cose stanno cosi, non sembra azzardato ipotizzare che il suo caso sia simile a quello di tanti altri principi barbarici presi come ostaggi dal governo imperiale ed educati alla romana – e perciò anche istruiti nel cristianesimo e battezzati – presso la corte a Costantinopoli: Teodorico, il futuro re degli Ostrogoti, ne fu l’esempio più celebre. Anche Ospitone, magari precedentemente educato a Cagliari o a Cartagine, poté essere tirato fuori al momento opportuno con l’intento sia di ottenere dai Barbaricini appena sconfitti una condotta più pacifica sia di avvicinarne la cristianizzazione”.
Comunque siano andate le cose, resta il fatto che ci troviamo davanti ad un momento storico molto importante per le genti delle zone interne. E’ quindi da presumere che Ospitone fosse il capo supremo della confederazione delle civitates Barbariae in lotta comune contro i Bizantini e ciò spiegherebbe il titolo di dux attribuitogli da Gregorio.
Questo fatto lascia intendere il grande prestigio di Ospitone presso tutti i Barbaricini, compresi i capi delle varie civitates che dovevano essere a lui sottomessi: della qual cosa il Pontefice doveva essere ben informato.
Ed è questo rispetto pieno di simpatia che mosse san Gregorio a domandare ad Ospitone di aiutare o quanto meno di non ostacolare l’opera missionaria dei suoi inviati Felice e Ciriaco.
Ma quali potevano essere gli impegni di un capo come Ospitone? Anche se la lettera di san Gregorio non ce ne parla, possiamo immaginarli. “Suddivisa in gentes – scrive Alberto Boscolo -, la popolazione della montagna era dedita alla pastorizia, a lavori artigianali e a una ristretta coltura di orzo e legumi e, sottoposta a un capo, viveva secondo consuetudini tribali; si può ritenere che al capo spettasse la ripartizione dei pascoli, il giudizio sulle controversie, la suddivisione dei compiti nei vari lavori, l’indirizzo per la partecipazione dei suoi sottoposti alle fiere, nelle quali si barattavano pelli, formaggio e altri ricavati della pastorizia con prodotti di prima necessità mancanti nelle montagne. Alle dipendenze del capo, che doveva occuparsi anche della buona manutenzione delle foreste, dovevano trovarsi poi vari armentari per la cura dei numerosi capi di bestiame, lasciati al pascolo brado”.
Parlando degli scambi, qualche altro storico specifica meglio: il capo “sorvegliava l’esercizio dei mercanti e delle fiere celebrati sul margo, cioè presso la linea di protezione annonaria imperiale, in cui si cambiavano i prodotti della montagna con il frumento, ed inoltre l’ambra, l’avorio ed il corallo, i monili di vetro colorato, le seterie degli orifici siriani, i bronzi argentati, gli smalti con fermagli dorati, i ricami in oro, che i navigli orientali sbarcavano a Cagliari, e che servivano da strumento di scambio per la presentazione delle specie su accennate da parte delle barbaricae gentes, mentre l’esibizione dei prodotti esotici eccitava la loro curiosità e meraviglia, particolarmente del sesso femminile”.
Ai gravosi oneri di carattere economico, di cui abbiamo parlato, per Ospitone dovevano aggiungersi quelli di carattere politico e militare: l’articolazione delle diverse civitates ed i loro rapporti con le genti della pianura e con i nuovi colonizzatori esterni, la conduzione di eventuali operazioni militari comuni contro di loro.


La conversione dei Barbaricini


San Gregorio, dunque, scrivendo a Ospitone, lo esorta a favorire la conversione delle sue genti, presso le quali aveva deciso di mandare due ecclesiastici, Felice e Ciriaco. Contemporaneamente aveva scritto a Zabarda, incoraggiandolo nella sua intenzione di “fare pace con i Barbaricini, allo scopo di condurli al servizio di Cristo”: “per la qual cosa – continuava Gregorio – mi sono veramente allietato e mi propongo di presentare, se piacerà al potente Dio, i vostri doni, al più presto, ai serenissimi principi”.
Con le paci di Zabarda e Ospitone, le porte della Barbagia si aprirono agli evangelizzatori Felice e Ciriaco, anche se con esiti non immediati. E’ presumibile, infatti, che l’evangelizzazione sia styata portata avanti dai monaci orientali, soprattutto basiliani, giunti in Sardegna al seguito dell’esercito bizantino. E fu un’opera molto rispettosa degli usi e costumi già esistenti che non fossero in contrasto col messaggio cristiano. I missionari seguivano al riguardo una direttiva molto saggia che papa Gregorio aveva dato già agli evangelizzatori dell’Inghilterra di non distruggere gli edifici sacri pagani, ma trasformarli in luoghi di culto cristiano e conciliare le esigenze della nuova fede con le vecchie tradizioni a sfondo religioso, cui gli indigeni erano ancora legati. Si ebbe cosi una specie di commistione del vecchio e del nuovo, il quale si affermerà più chiaramente solo col passare dei secoli, pur non riuscendo a spegnere, ma solo a trasformare, certi valori tradizionali. Difficoltà notevoli, ai fini della predicazione evangelica, nascevano oltreché dalle condizioni di vita delle popolazioni sparse nelle campagne, dalla avidità ed esosità dei magistrati bizantini che spesso giungevano poco dopo i predicatori del Vangelo. Ne è una prova la lettera del pontefice Gregorio all’imperatrice Costantina, dove accusa le prevaricazioni dei funzionari bizantini che chiedevano imposte supplementari ai pagani anche quando questi avevano ricevuto il battesimo.


La lettera che Papa Gregorio scrisse a Ospitone

« Gregorius Hospitoni duci Barbaricinorum.

Cum de gente vestra nemo Christianus sit, in hoc scio quia omni gente tua es melior, tu in ea Christianus inveniris. Dum enim Barbaricini omnes ut insensata animalia vivant, Deum verum nesciant, ligna autem et lapides adorent; in eo ipso quod verum colis, quantum omnes antecedas, ostendis.

Sed Fidem, quam percepisti, etiam bonis actibus et verbis exequi debes, et Christo cui credis, offerre quod praevales, ut ad eum quoscumque potueris adducas, eosque baptizaris facias, et aeternam vitam deligere admoneas.
Quod si fortasse ipse agere non potes, quia ad aliud occuparis, salutans peto, ut hominibus nostris quos illuc transmisimus, fratri scilicet et aepiscopo meo Felici filioque meo Ciriaco servo dei solatiari in omnibus debes, ut dum eorum labores adiuvas, devotionem tuam omnipotenti domino ostendas, et ipse tibi in bonis actibus adiutor siti cuius tu in bono opere famulis solatiaris, benedictionem vero Sancti Petri Apostoli per eos vobis trasmisimus, quam peto ut debeatis benigne suscipere. »

 

« Gregorio ad Ospitone, capo dei Barbaricini.

Poiché nessuno della tua gente è Cristiano, per questo so che sei il migliore di tutto il tuo popolo: perché sei Cristiano. Mentre infatti tutti i Barbaricini vivono come animali insensati, non conoscono il vero Dio, adorano legni e pietre, tu, per il solo fatto che veneri il vero Dio, hai dimostrato quanto sei superiore a tutti.

Ma dovrai mettere in atto la Fede che hai accolto anche con le buone opere e con le parole, e al servizio di Cristo, in cui tu credi; dovrai impegnare la tua posizione di preminenza, conducendo a Lui quanti potrai, facendoli battezzare e ammonendoli a prediligere la vita eterna.
Se per caso tu stesso non potrai fare ciò perché sei occupato in altro, ti chiedo, salutandoti, di aiutare in tutti i modi gli uomini che abbiamo inviato lì, cioè il mio "fratello" e coepiscopo Felice e il mio "figlio" Ciriaco, servo di Dio consolatore, e di aiutarli nelle loro mansioni, di mostrare la tua devozione nel Signore onnipotente, e Lui stesso sia per te un aiuto nelle buone azioni come tu lo sarai per i servi consolatori in questa buona opera, e tramite loro ti mandiamo veramente la benedizione di San Pietro Apostolo, che ti chiedo di ricevere con buona disposizione d'animo »

Tratto dal libro "Ollolai cuore della Sardegna" di don Salvatore Bussu

Contatti

redazione@labarbagia.net
mob. 347.0963688
Accedi Invia articolo Registrati
Cittanet
Questo sito utilizza cookies sia tecnici che e di terze parti. Continuando la navigazione acconsenti al loro utilizzo - Informativa completa - OK