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La Fusione perfetta. Una data infausta, una sciagura per la Sardegna

di Francesco Casula

| Categoria: Storia
STAMPA

 Premessa

La Fusione perfetta della Sardegna con gli stati sabaudi di terraferma, del 29 novembre 1847, è senza dubbio l’evento politicamente più significativo dell’Ottocento sardo. Con essa l’Isola rinunciava al suo Parlamento e con essa finiva il Regnum Sardiniae. A chiedere la “Fusione”, che verrà decretata da Carlo Alberto, membri degli Stamenti di Cagliari e di Sassari, senza alcuna delega né rappresentatività né stamentaria né, tanto meno, popolare. Il Parlamento neppure si riunì. Tanto che Sergio Salvi, lo scrittore e storico fiorentino gran conoscitore di “cose sarde” ha parlato di “rapina giuridica”.


 Gli “interessati” alla Fusione perfetta

a. La ex nobiltà feudale: illecitamente arricchitasi con la cessione dei feudi in cambio di esorbitanti compensi, che riteneva più garantite le proprie rendite dalle finanze piemontesi piuttosto che da quelle sarde. Scrive a questo proposito lo storico sardo Girolamo Sotgiu: “Per la ex nobiltà feudale,per cui la conservazione delle vecchie istituzioni non aveva alcun interesse, la possibilità di conservare un peso politico era ormai data soltanto dalle posizioni da conquistare nelle istituzioni militari e civili del regno sabaudo e dalla conservazione di una forza economica fondata non più tanto sul possesso della terra, quanto delle cartelle del debito pubblico, e « le cedole di Sardegna – come afferma il Baudi di Vesme – colla riunione delle due finanze”. (1)

b. I commercianti, specialmente continentali “razzolanti sempre più numerosi nelle aie sarde” (2) convinti che fruendo degli stessi diritti commerciali e fiscali concessi agli «Stati sardi» di terraferma (Savoia, Aosta, Piemonte, Nizza e Genova) e dai quali l’isola era fin’ora stata esclusa, i loro affari prosperassero.

c. I professionisti (avvocati soprattutto), gli impiegati statali, borghesia cittadina e ceti urbani, convinti che attraverso l’integrazione in uno Stato più grande avrebbero guadagnato sia in prestigio che economicamente. In altre parole convinti che le loro fortune ormai dipendessero dalla crescita e dal rafforzamento dello stato sabaudo.


 Il Fatto

La richiesta ufficiale fu presentata il 29 novembre 1847. Lo stesso giorno il re Carlo Alberto promise la fusione, annunciando contemporaneamente facilitazioni di natura fiscale per alcuni prodotti sardi. Il regio biglietto con il quale venne accolta la fusione fu emanato quasi un mese dopo, il 20 dicembre 1847 e portato a conoscenza delle popolazioni isolane con pregone viceregio del 4 gennaio 1848. Nel biglietto del 20 dicembre Carlo Alberto scrive che inaspettati non giunsero i desideri di una più completa unione dell’Isola con gli altri stati continentali dei Savoia. Ma nutre riserve anche perché Baudi di Vesme che aveva avuto dal re l’incarico di studiare gli aspetti economici e politici della situazione sarda, ne aveva tratteggiato una situazione drammatica. Così scrive: "Una condizione da destare pietà e da torre ad occhio meno veggente fin la speranza. Le campagne abbandonate e deserte, i bestiami in gran parte distrutti; interi villaggi, anzi la maggior parte dell’isola, in preda alla miseria e alla fame, la quale fece nell’anno scorso e minaccia di fare nel presente vittime numerose; flagello che sta per rinnovarsi a lungo ancora tanto più grave, in quanto sembrano esausti tutti i mezzi pubblici e privati di porvi riparo”. (3).

A darci della situazione sarda un quadro egualmente drammatico è Pietro Martini che scrive: "Esausto il tesoro regio, l’agricoltura languente, l’industria poca, il commercio interno ed esterno quasi nullo, l’istruzione pubblica in basso stato, la pubblica moralità in genere non buona, il numerario circolante scarso, le classi del popolo abbattute, quella degli agricoltori la più misera”.(4)


 La speranza

La speranza era quella che all’interno della lega doganale italiana fosse favorita la libertà commerciale, sia nelle esportazioni che nelle importazioni. Si sperava inoltre in una maggiore libertà di stampa, nella limitazione della censura, del potere ecclesiastico e di polizia ecc. Così come ci si illudeva in Europa, dentro la cortina fumogena del riformismo europeo liberale, allo stesso modo in Sardegna si aveva la preoccupazione di essere tagliati fuori dal generale movimento riformatore: di qui la richiesta della Fusione, sollecitata anche attraverso una serie di manifestazioni, soprattutto a Cagliari e Sassari.


 Le manifestazioni

Di cui però occorre chiarire la portata e i partecipanti. Si tratta per lo più di studenti, letterati e uomini delle professioni, su cui influivano le idee patriottiche della Penisola. Ma la popolazione era sostanzialmente estranea. Anzi:permaneva in essa l’antico odio per i Piemontesi, considerati responsabili dello sfascio economico e sociale. Le masse popolari e non solo i popolani di Cagliari e di Sassari, volevano sì le “riforme” ma non la “Fusione”.

“Il giorno della partenza per Torino della delegazione al re – scrive Girolamo Sotgiu – apparve un manifesto con la scritta: Viva la lega italiana/e le nuove riforme/Morte ai Gesuiti e ai Piemontesi/Concittadini: ecco il momento desiato/della sarda generazione”. (5).

E Giovanni Siotto il Siotto Pintor scrive che nei giorni delle dimostrazioni “moltissimi contadini di Teulada traevano a Cagliari credendo a una rivolta per sostenerla e rafforzarla” e che “cinquecento armati del vicino paese di Selargius, stavano pronti a venire al primo avviso” e che “v’erano uomini d’Aritzo, d’Orgosolo, di Fonni mandati per sapere se (c’era) mestieri d’aiuto, nel qual caso sarebbero venuti otto centinaia di uomini armati”. (6).

“La Sardegna contadina – commenta Girolamo Sotgiu – sembrava rivivere l’ansia e la speranza cioè dei giorni esaltanti dell’Angioy, pronta ancora una volta a scendere in armi per la sarda rigenerazione”. ( 7).


 L’esito di quel movimento e la realtà della Fusione

L’esito di quel movimento popolare fu invece la fusione con gli stati della terraferma e rispetto alla stessa speranza dei sostenitori di questa, la realtà fu un’altra: l’isola perse gli ultimi due «privilegi» che le erano rimasti: quello di battere moneta e quello dell’esenzione dal servizio militare dei suoi abitanti. Il Regno di Sardegna, lungi dallo scomparire, venne trasferito fisicamente in Piemonte. E in suo nome vennero compiute quelle regie annessioni che portarono al ripudio del nome stesso. Il re restò re: ma d’Italia. I sardi riottennero così l’uso esclusivo del loro nome ma restarono le prime vittime (le più innocenti e inconsapevoli) del Risorgimento, rischiando seriamente di apparirne i protagonisti. Soprattutto ci fu un aggravamento fiscale e una maggiore repressione: con lo stato d’assedio, subito dopo la fusione, prima con Alberto la Marmora (1849) poi con il generale Durando (1852).

1°- Aggravamento fiscale con un diluvio di nuove imposte, elencate in modo preciso da Giambattista Tuveri: ”Tassa successioni, tassa patenti, tassa personale, tassa mobiliare, tassa manomorta, tassa insinuazione, tassa postale, bollo, gabella accensata “. E altre ancora.

2°- Maggiore repressione: ”Il generale Alberto La Marmora, – scrive Eliseo Spiga – giunse ai primi del 1849, meno di due anni dopo la Fusione, come commissario regio per pacificare l’Isola scossa da continui tumulti esplosi dalle gravissime condizioni economiche e anche da rinnovati sentimenti repubblicani filo francesi. Conservatore e militaresco, il generale si dedicò alla pacificazione il dissenso e la protesta con la repressione più brutale e la violazione sistematica delle meschine libertà statutarie, per lui lo stato d’assedio divenne sistema di governo , inaugurando la pratica della dittatura militare, che poco più di dieci anni dopo diventerà usuale, durante la guerra di conquista del Mezzogiorno da parte della monarchia italiana. Il 24 febbraio del 1852, lo stato d’assedio con l’invio del generale Durando e di 500 soldati, fu imposto su tutta la provincia di Sassari per domare le agitazioni che vi si erano accese. Ancora nel 1855, lo stato d’assedio fui proclamato a Oschiri per l’omicidio di un ingegnere” (8).


 L’autocritica dei sostenitori della Fusione

Gli stessi sostenitori della “fusione”, ad iniziare da Giovanni Siotto-Pintor, parlarono di “follia collettiva”, riconoscendo l’errore: "Errammo tutti”, ebbe a dire Pintor. Gianbattista Tuveri scrisse che dopo la fusione “La Sardegna era diventata una fattoria del Piemonte, misera e affamata di un governo senza cuore e senza cervello”. L'anno successivo all’abolizione degli stamenti e della carica di vicerè, l'isola diveniva una regione del Regno Sabaudo. I primi deputati sardi poterono sedere nei banchi del Parlamento Subalpino, accanto ai loro colleghi del Piemonte, della Liguria, di Nizza e della Savoia. Ma ad esemplificare l’estraneità della Sardegna al Piemonte, basta un episodio paradigmatico: Giovanni Siotto Pintor, uno di quegli intellettuali sardi che nel novembre del 1847 più si era adoperato perché si raggiungesse l'obiettivo della fusione con il Piemonte, all’ingresso di Palazzo Carignano viene fermato dal portiere. Il suo abbigliamento (si era presentato con il costume caratteristico dei sardi, con sa berritta, orbace e cerchietto d'oro all'orecchio) contrastava con l'eleganza e severità dei suoi colleghi piemontesi o liguri o savoiardi della Camera di nomina regia. Per questo si dice che entrò nell'aula del Senato solo dopo aver vinto con la forza le resistenze del portiere che evidentemente aveva una qualche difficoltà a riconoscere in lui un Senatore. Il secondo episodio venne denunciato con una lettera al Presidente della Camera dal deputato di Sassari Pasquale Tola, che, quando nel maggio del 1848 in occasione di una riunione con i colleghi delle altre province, rimarcò l'assenza dell’emblema della Sardegna nell'aula dove,invece, erano dipinti e diversamente raffigurati quelli delle altre province del Regno.


Conclusione

La Sardegna con la Fusione perderà ogni forma residuale di sovranità e di autonomia statuale per confluire nei confini di uno stato più grande, il cui centro degli interessi risultava naturalmente radicato sul continente. L'Unione Perfetta comporterà infatti l'inizio di una integrazione diseguale nel resto dello stato e non apportò alcun vantaggio all'Isola, né dal punto di vista economico, né da quelli politico, sociale e culturale. Tale esito fallimentare, ben chiaro sin dai primi anni dopo l'avvenuta fusione istituzionale, darà adito alla prima stagione del pensiero autonomista sardo (Giorgio Asproni, Giovanni Battista Tuveri, ecc.).


Note bibliografiche

1. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda - 1720-1847, Edizioni Laterza, Roma.Bari, 1984, pagine 306-307.

2. Eliseo Spiga, La sardità come utopia, Cuec, Cagliari 2006, pagina 151.

3. Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna.

4. Pietro Martini, Sull’Unione civile della Sardegna colla Liguria, col Piemonte e colla Savoia. 5. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda- 1720-1847, Edizioni Laterza, Roma.Bari, 1984, pagina 308. 6. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile dei popoli sardi dal 1798 al 1848. 7. Girolamo Sotgiu, opera citata, pagina 308. 8. Eliseo Spiga, La Sardità come utopia, Cuec edizioni, Cagliari 2006, pagina 152-153

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