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OLZAI. Appunti per una storia: l’arginamento nel rio Bìsine

| di Giangavino Murgia
| Categoria: Storia
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OLZAI. Panorama ante 1913 (foto prof. F. A. Marchi)

Dal 1899 all’alluvione del 10 settembre 1921 (1° puntata) 

OLZAI. A metà dell’Ottocento, l’abate Vittorio Angius (1797-1862) annotava che dentro il villaggio di Olzai scorreva «un ruscello, che nasce ne’ salti prossimi al comune di Ollolai, e cresce dalle molte acque delle scaturigini che sono nelle pendici, il quale nell’autunno se sia piovoso, e sempre nell’inverno e nella primavera muove con sua corrente una dozzina di molini da grano in mezzo all’abitato, e irriga a una ed altra sponda vari orti e giardini».

Era il “Giardino della Barbagia”, con il ruscello che divideva il paese in due grandi rioni «ne’ quali le case sorgono gradatamente, come il terreno».

Un paesaggio da favola, ma incastonato in un ambiente insalubre e infestato dalla malaria e che necessitava, pertanto, di un’opera di bonifica: l’arginamento nel rio Bìsine.

La storia di questa monumentale opera pubblica è legata all’alluvione del 1921, e spesso si intreccia con quella dell’acquedotto comunale. Ma le prime vicende amministrative risalgono all’anno 1899.

Una storia importante della municipalità, sconosciuta ai più, oggi ripercorribile attraverso la lettura delle deliberazioni del Consiglio e Giunta comunale e del Podestà e qualche documento rinvenuto in altri archivi pubblici, oltre alle cronache giornalistiche pubblicate dai quotidiani e periodici dell’epoca.

Purtroppo, nel municipio di Olzai non esiste altra documentazione dell’arginamento e dell’alluvione del 1921. I documenti sono stati smarriti, compresi i vari progetti, le mappe, le relazioni tecniche e sanitarie e la corrispondenza con le autorità superiori.

In occasione del 93° anniversario dell’alluvione del 10 settembre 1921, ripercorriamo questa lunga storia, certi di far cosa gradita alle generazioni olzaesi più giovani e ai lettori di Barbagia.net.

Il primo arginamento nel rio Bìsine: dal 1899 al nubifragio del 1921

Il primo atto amministrativo risale al 5 novembre 1899, quando il Consiglio comunale – presieduto dal sindaco Agostino Mattia Nonnis (1838-1922) – si riunisce per valutare l’opportunità di realizzare un arginamento «nel rivo Bìsine scorrente entro il popolato».

Il più convinto sostenitore dell’opera è il consigliere don Giuseppe Cardia (1857-1937) che illustra l’argomento all’assemblea. Il nobile Cardia, figura stimata dalla popolazione, sottolinea l’importanza della realizzazione dell’arginamento «per tutela della sanità pubblica, onde allontanare le esalazioni miasmatiche a causa delle acque stagnanti nella stagione estiva, per le immondezze che si versano colà, e per la terra che frana dagli attigui e mal chiusi orticelli».

Alla proposta del nobile Cardia si oppone il consigliere Battista Dore (1830-1918) il quale -  pur riconoscendo l’utilità della costruzione - replica che «l’arginamento di esso rivo – lungo 300 metri circa – importa una spesa insopportabile per la quale il Comune è impotente». Dopo approfondita discussione, con otto voti favorevoli e due contrari, l’assemblea delibera di «ritenere necessaria» la costruzione dell’arginamento nel rio Bìsine «per ragioni d’igiene.»

Questa è la sintesi della delibera del Consiglio comunale n. 161 del 1899, il più vecchio documento disponibile negli archivi comunali sulla costruzione del primo arginamento nel rio Bìsine.

Dal 1899, trascorrono quattro anni di silenzio amministrativo, sino al 2 agosto 1903:  quel giorno si riunisce il Consiglio per affidare all’ingegner Pier Luigi Carloni di Nuoro la progettazione di un «acquedotto a scopo d’igiene» convogliando l’acqua della Fontana nova e della Fonte Bìsine (distanti 2 chilometri circa dall’abitato), sufficienti per una popolazione di 4.000 abitanti». Contemporaneamente, il Consiglio affida allo stesso professionista l’incarico del progetto di costruzione dell’arginamento nel «rivo scorrente entro l’abitato», concordando un «tenue» onorario di «lire Cento, sulla considerazione di poterlo eseguire unitamente a quello dell’acquedotto».

Nel frattempo, con Regio Decreto n. 487 del 25 agosto 1904, il territorio del Comune di Olzai viene inserito nell’elenco di 48 comuni della Provincia di Sassari colpiti da «endemia malarica».

Nel 1905 l’ingegner Carloni rinuncerà ad entrambi i progetti e si perderà ancora tempo. Il 24 settembre 1905 il Consiglio conferisce il nuovo incarico all’ingegner Pietro Nieddu di Nuoro. Dopo quattro anni, esattamente il 27 giugno 1909, il Consiglio approva finalmente il progetto dell’arginamento e lo invia al controllo delle autorità superiori.

Anche all’epoca la burocrazia andava a rilento, mentre le acque del rio Bìsine continuavano ad inquinare l’abitato al punto che, con una circolare della Prefettura dell’agosto 1910, venne proibita la lavatura del bucato nel ruscello.

Nel 1911, il professor Pietro Meloni Satta (1840-1922) sollecita il Comune – nella sua monografia “Olzai” – descrivendo che bisogna provvedere «presto e bene» alla realizzazione dell’arginamento, con l’augurio che il Municipio «porti presto a compimento l’importante pratica in una a quella dell’acquedotto».

Ma la malaria continua a imperversare e il territorio del comune di Olzai viene nuovamente inserito tra le zone malariche della Sardegna con Regio Decreto 27 agosto 1912 n. 1000 (provvedimento che sarà revocato, insieme al precedente del 1904, il 14 agosto 1967 con Decreto n. 1057 del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat).

Nonostante le buone intenzioni dei volenterosi amministratori comunali e i solleciti del professor Pietro Meloni Satta e degli altri medici olzaesi, manca, però, il denaro. E poi la pratica amministrativa si complica poiché - nei meandri della burocrazia - viene smarrito il progetto dell’arginamento approvato nel 1909.

Il 21 gennaio 1914, il Consiglio è costretto a riaffidare l’incarico all’ingegner Pietro Nieddu, prevedendo il «prolungamento dell’arginamento fino all’angolo posteriore del molino di proprietà del Signor Satta Dionigio [1835-1931] e la costruzione di diversi lavatoi per maggiore comodità della popolazione». E dopo diverse proroghe concesse al professionista, l’elaborato progettuale viene aggiornato e approvato dal Consiglio, in «prima lettura» il 25 settembre 1916 e, in «seconda lettura» il successivo 29 ottobre.

Ora il Comune di Olzai possiede il progetto dell’arginamento convalidato dalle autorità superiori, ma dovrà attendere la fine della prima Guerra Mondiale per trovare le necessarie risorse finanziarie.

Il Comune chiede il primo mutuo della sua storia per realizzare l’arginamento nel rio Bìsine

 Il 28 novembre 1919, il Re Vittorio Emanuele III promulga il Regio Decreto Legge n. 2405, con il quale istituisce un Comitato speciale «con lo scopo di predisporre immediata esecuzione di lavori pubblici e di colonizzazione interna, per combattere la disoccupazione ed accrescere la produzione nazionale», attraverso la concessione di mutui a favore dei Comuni e altri enti che garantiscono l’impiego di mano d’opera e l’avvio dei lavori entro l’anno 1920.

Anche all’epoca esistevano i “cantieri comunali” per combattere la piaga della disoccupazione. Un’occasione che non poteva sfuggire ai ben informati amministratori del Comune di Olzai. E poi, in quel periodo, la municipalità aveva una solida cassa, insieme alle necessarie garanzie per chiedere il mutuo.

La scadenza per accedere ai benefici previsti dal Decreto n. 2405/1919 e, in particolare, al mutuo senza interessi era stabilita al 15 febbraio 1920. E allora, il 5 febbraio 1920 il sindaco don Giuseppe Satta (1852-1925) convoca una riunione straordinaria e urgente del Consiglio per deliberare la richiesta del prestito agevolato per la realizzazione dell’arginamento «riconosciuta come opera di massima e urgente necessità per ragioni igieniche, acclamata insistentemente dalla popolazione, e che non si poté eseguire finora a causa delle difficoltà sorte in questi ultimi anni per il costo elevato dei materiali di costruzione, per deficienza di mano d’opera ed altre ragioni note a questo consesso».

Sempre in quella adunanza, l’assemblea civica sottolinea «che parecchi anni or sono l’Amministrazione comunale deliberò di eseguire l’arginamento del Rio Bìsine, che scorrendo all’aperto nell’abitato e ristagnando nella stagione estiva è la causa principale della malaria che funesta per gran parte dell’anno questa popolazione laboriosa condannandola all’inerzia ed a tutta la conseguenza della cachessia palustre».

Il Consiglio evidenzia anche l’urgenza dell’opera per «le condizioni attuali che le classi operaie del nostro Comune, e dei Comuni più vicini, le quali in seguito al congedo quasi simultaneo dal servizio militare delle classi più giovani, sono rimaste prive di lavoro e di mezzi di sussistenza, e trovasi in stato di agitazione permanente».

La pratica del primo mutuo della storia del Comune di Olzai viaggia veloce. Così, il 22 marzo 1920 il sindaco Satta annuncia al Consiglio comunale che «il Comitato per il lavori contro la disoccupazione ha trasmesso alla Cassa Depositi e Prestiti l’elenco dei mutui concessi nell’ultima seduta del 3 corrente e che questo Comune può quindi ritirare l’anticipazione che possa occorrere per dare mano immediatamente ai lavori di sistemazione del rio Bìsine». E il Consiglio delibera la richiesta di un anticipazione di cinquantamila lire «allo scopo di iniziare immediatamente detti lavori per sopperire ai primi e più urgenti bisogni della disoccupazione».

Il 20 aprile 1920 la Giunta pubblica l’appalto per «l’esecuzione delle opere e provviste occorrenti per coprire con un tombino o chiavica il tratto del Rio Bìsine, che attraversa l’abitato di questo Comune, dalla via Telegrafo alla strada provinciale», con un importo a base d’asta di 162.231,36 lire.

Dopo una modifica del computo metrico dei lavori, iniziano le trattative per l’occupazione ed espropriazione dei terreni privati, ma la prima gara d’appalto del 3 maggio 1920 andrà deserta.

La data di inizio lavori è stabilita per il 19 maggio 1920. Il 13 giugno 1920 venne nominato direttore dei lavori l’ingegner Filiberto Costa di Sassari, coadiuvato dal geometra Romolo Ciboddo. Nella stessa data, certo signor Amedeo Rainieri fu Luigi, domiciliato a Olzai, viene nominato «sorvegliante» dei lavori dell’arginamento nel rio Bìsine, dietro un compenso mensile di 125 lire.

Il 16 giugno 1920 la Giunta autorizza il prelievo di duemilacinquecento lire dal libretto di deposito postale del Comune per registrare il «contratto di deliberamento» con l’impresa Andrea Nieddu di Orani e altre spese inerenti l’appalto, utilizzando così la metà della cauzione versata dalla stessa impresa per l’esecuzione dei lavori dell’arginamento.

A seguito di ulteriori problemi con la direzione dei lavori, anche per la rinuncia all’incarico dell’ingegner Costa, il 10 luglio 1920 il Consiglio nomina l’ingegner Francesco Colombi, ma la delibera n. 106/1920 viene annullata.

La vigilia del Ferragosto 1920, a seguito di «lagnanze tanto per lo scavo come pel tracciato dei lavori di esecuzione dell’Arginamento nel Rio Bìsine», la Giunta comunale chiede al Genio Civile di Sassari l’invio di un ingegnere «di provata onestà e competenza» per far rispettare le prescrizioni del progetto.

Il 29 agosto 1920, il Consiglio – con una deliberazione di appena sette righe – modifica il progetto dell’arginamento su proposta del sindaco Satta. L’assemblea, «considerando che la canalizzazione del Rio Bìsine, quale è stata progettata ed appaltata, non raggiunge lo scopo igienico, con voto unanime delibera perché detto arginamento si continui con un canale chiuso fin dove vi sono case, e con canale aperto oltre metri cento al di là dell’abitato».

I lavori proseguono con queste modifiche. Il 9 ottobre 1920, la direzione dei lavori viene affidata al cavaliere Pier Luigi Carloni e al geometra Francesco Testoni di Sassari, dietro un’indennità di trasferta «per tutte le gite che saranno eseguite per visite ai lavori», oltre al compenso del 2% dell’importo totale dell’appalto «per tenuta degli atti contabili e per tutti i lavori di tavolino».

Il 19 dicembre 1920, i lavori di canalizzazione e copertura del rio Bìsine risultano «progrediti» e, quindi, il Consiglio delega la Giunta per la predisposizione di un progetto di un nuovo lavatoio.

Il 12 giugno 1921, il Consiglio «riconosciuta la necessità di impedire l’irrigazione degli orti entro il popolato per ragioni d’igiene, cessando diversamente lo scopo dell’arginamento Rio Bisine, costrutto appositamente per combattere la malaria che infesta il paese» decideva di «vietare l’irrigazione negli orti entro il popolato e precisamente quelli compresi fra i terreni dal punto Rio Zia Clara fino al Badu Rio delle Concie, proibendo anche il gettito delle immondizie».

Con nota del 22 giugno 1921, la Direzione generale della Cassa Depositi e Prestiti trasmette al Comune di Olzai il Decreto Reale del 27 giugno 1920 contenente l’assegnazione del mutuo, concesso ai sensi del Decreto n. 2405/1919. Di conseguenza, il 17 luglio 1921 il Consiglio comunale delibera l’accettazione definitiva del mutuo di 180.000 lire per la realizzazione dell’arginamento e, dopo dieci giorni, il Comune liquida le indennità di esproprio a favore di quattordici proprietari di terreni privati interessati ai lavori.

Nel pomeriggio del 10 settembre 1921, il primo arginamento nel rio Bìsine costruito dall’impresa Nieddu di Orani sarà completamente distrutto dall’alluvione, insieme a tutto il lavoro profuso in ventidue anni dagli amministratori comunali. Ma questa è la cronaca del nubifragio, che sarà pubblicata nella seconda puntata.

 


SECONDA PUNTATA

La cronaca dell'alluvione del 10 settembre 1921

Nella prima puntata, è stata pubblicata una sintesi della storia del primo arginamento nel rio Bìsine: dall’anno 1899 fino all’estate del 1921. Un’opera, come riportato nei documenti dell’epoca, «acclamata» per lungo tempo dalla popolazione e dai medici olzaesi per tentare inutilmente di sconfiggere l’antico flagello della malaria.

Una pestilenza che imperversava in tutta l’Isola, non solo nelle lagune del Campidano e nelle paludi della Baronia, ma anche nelle aree rurali e montagne della Barbagia. Soprattutto nel villaggio di Olzai, con 47 casi di malaria registrati nel luglio 1903 e 71 nel successivo mese di agosto; 97 nell’ottobre 1904 e 200 nel settembre 1905.

Nell’ottobre del 1906, fra tutti i comuni della provincia di Sassari, il cosiddetto “paese dei laureati” conquistava così il primato di «maggior numero denunzie di malattie infettive» con 125 casi di malaria, seguito da Ploaghe con 83 e Bonorva con 75.

Molti di più rispetto agli altri paesi del “Circondario di Nuoro” dove si registrarono 36 casi a Orgosolo, 34 a Orune, 32 a Fonni, 28 a Onifai, 25 a Siniscola, 19 a Mamoiada, 12 a Galtellì, Irgoli e Orosei, 10 a Orotelli, 8 a Bolotana, 6 a Gavoi e Lei, 5 a Posada e Sarule, come riportato nei Bollettini pubblicati dal Ministero dell’Interno.

Dicevamo della sintesi di ventidue anni di storia dell’Amministrazione comunale olzaese, a cavallo della prima Guerra Mondiale, per realizzare la prima opera di bonifica e di risanamento dell’abitato, superando enormi ostacoli finanziari, diversi disguidi burocratici e con alcuni errori di progettazione, come la disastrosa decisione di «coprire con un tombino o chiavica» il tratto del rio Bìsine che attraversava l’abitato. Ma, come più volte precisato, si trattava di un’opera d’igiene e non di difesa e salvaguardia del paese dalle calamità naturali.

Poi arriva il 10 settembre 1921, quando l’impresa Andrea Nieddu di Orani stava completando i lavori di costruzione del primo arginamento: «Sulle sponde infide del Bisine, tutto quel lungo e paziente lavoro di molti anni, fu dall’immane nubifragio… in poche ore divelto, travolto, distrutto [dagli Atti parlamentari]».

 Una cronaca

«Il pomeriggio del 10 settembre 1921, improvvisamente si scatenò un furioso uragano e il Rio Bìsine si gonfiò paurosamente travolgendo quanto incontrava sul suo corso.

Il terribile nubifragio distrusse il cantiere dell’arginamento e tutte le coltivazioni. Dei mulini idraulici non rimase alcuna traccia e l’humus dell’intera vallata fu asportato sino alla nuda roccia. L’impeto della corrente devastò interi rioni, rase al suolo cinque abitazioni, allagando i magazzini di grano e orzo.

L’acqua penetrò con violenza sino al secondo piano di una casa e ricoprì di fanghiglia la camera da letto. L’alluvione distrusse S’Iscala (l’antica mulattiera Olzai-Ollolai) e trascinò a valle enormi blocchi di granito insieme al ponte della piazza Su Nodu Mannu (Su ponte ‘e Serrone). L’inondazione si elevò fino al cimitero vecchio, abbatté il muro del recinto sacro, numerose croci e lapidi. Le decine di tombe scoperchiate offrirono uno lugubre spettacolo. Benché le operazioni di salvataggio delle persone risultassero alquanto difficili, non ci fu nessuna vittima ma i fulmini fecero strage di animali domestici e di greggi. Per avere un’idea della tempesta basta ricordare che, in due ore, il pluviometro della casa Marchi registrò 25 litri di acqua, cioè molto più di quanto non ne venne giù tutto l’anno che pure era stato abbondante di piogge.

Il giorno dopo arrivarono i primi soccorritori, muniti di una grande tendopoli destinata ad accogliere 120 persone. Non fu necessario montarla perché le numerose famiglie senza tetto erano già ospiti dei loro parenti. Giunsero anche le autorità e trovarono la popolazione già all’opera di ricostruzione delle passerelle sul rio Bìsine.

Il dottor Efisio Mesina costituì un 'comitato di soccorso' e la notizia dell’alluvione rimbalzò sino a Roma. Il nubifragio mise in ginocchio la già poverissima popolazione olzaese e mandò in crisi le finanze del Comune».

(Parte di un testo pubblicato il 20 marzo 1996 dal quotidiano L’Unione Sarda, nella pagina “Un paese si racconta. Olzai”, di Giangavino Murgia, associazione Kérylos).

 La testimonianza della giornalista americana Anna Rose Giles

Il 22 marzo 1922, la giornalista americana Anna Rose Giles (1848-1937) – in Sardegna per ricerche e foto da lei eseguite al Retablo del “Maestro di Olzai” nella chiesa di Santa Barbara e per altre indagini storiche – invia una lunga lettera all’ormai anziano e malato professor Pietro Meloni Satta (1840-1922). Nella lettera, si legge:

«… Arrivai a Olzai il giorno prima del nubifragio terribile e fui nella biblioteca di Lei quando scoppiò. Ho dovuto passare la notte all’Asilo. Là nella notte bevvi acqua credendola della fonte e invece fu d’un pozzo e inquinata dal diluvio e fui malata e dopo molto, indebolita per molte settimane.

Rimasi verso un mese ad Olzai studiando e copiando nella biblioteca di Lei, quando ebbi la forza, e ne ho trovato molto di valore per me. Dopo fui ad Oliena ed Ozieri ritornando a casa Ottobre 22 molto malata e sono rimasta malata e debole lungo tempo. Ora sto’ discretamente di salute».

La lettera spedita da Sassari, arrivò a Cagliari il 24 marzo 1922, esattamente il giorno della scomparsa dell’illustre medico olzaese. Si tratta di una eccezionale coincidenza, analoga alla presenza a Olzai, proprio il giorno dell’alluvione, della giornalista americana, che sopravvisse fortunosamente a un’infezione gastroenterica di una certa gravità, dopo aver bevuto l’acqua «inquinata dal diluvio. ….»

(La lettera originale della signora Anna Rose Giles, insieme alla busta di spedizione con timbri postali, è conservata nelle «carte sparse» del Fondo Pietro Meloni Satta, insieme ad altri manoscritti consegnati alla biblioteca di Olzai nel mese di settembre 1955 dal dottor Francesc’Angelo Marchi (1877-1963), genero del professor Pietro Meloni Satta).

 Nell’alluvione del 1921 non morì nessuno e la presunta “vittima” è deceduta nel 1925

La notizia di una vittima dell’alluvione, diffusa a Olzai recentemente, non trova alcun riscontro documentale. Alla fantasiosa storia – senza alcun nesso con la realtà dei fatti – è stato associato il nome di una bambina: Marianna Carta.

Marianna nacque il 14 gennaio 1916, quando suo padre Pietro Carta era stato già richiamato alle armi per la Guerra 1915-18, cui sacrificò la vita nel luglio 1916. La vedova Battistina Carta (1894-1974), deceduta 40 anni fa, ha sempre raccontato ai figli superstiti, nipoti e altri parenti che la figlia godeva di buona salute. Sennonché, dopo un’escursione al Santuario del Monte Gonare, la piccola Marianna accusò un forte mal di testa dal quale non si riprese. Infatti morì il pomeriggio dell’8 agosto 1925, nella sua casa di via Taloro 8, esattamente all’età di nove anni e sette mesi, come riportato nell’atto di morte.

Un intervallo di tempo troppo lungo – rispetto al settembre del ‘21 – per sopravvivere a un’eventuale infezione, difficilmente curabile per quei tempi, come ad esempio una broncopolmonite, probabilmente contratta dalla bambina durante il viaggio al Santuario di Gonare.

E inoltre, per quale motivo la madre della bambina, vedova di un caduto in Grande Guerra, non avrebbe ottenuto alcun sussidio economico da parte allo Stato, quando invece furono assegnati dei risarcimenti a privati, addirittura per gli orti, le colture agricole e sementi danneggiate dal nubifragio del 1921?

A distanza di quasi un secolo da quel tragico pomeriggio del ‘21, non si trova nessuna traccia di commemorazioni ufficiali di vittime dell’alluvione, né da parte delle autorità civili, né di quelle religiose. E, negli archivi del Comune di Olzai, non esistono annotazioni o richiami a vittime dell’alluvione, così come nel “Libro dei morti” conservato in parrocchia.

Fra le testimonianze orali – sulla causa della morte di Marianna Carta – la più credibile rimane così quella riferita per mezzo secolo dalla madre, Battistina Carta, direttamente ai familiari conviventi: le famiglie Atzori e Columbu, oggi proprietarie di una foto originale di Marianna eseguita intorno ai nove anni di età. Il ritratto di Marianna fu realizzato dallo studio fotografico “S. Guiso” di Nuoro, poco prima della morte – avvenuta appunto nel 1925 – quando la piccola godeva di buona salute, usciva di casa per giocare con i bambini del vicinato e non antecedentemente al 10 settembre 1921, quando aveva cinque anni di età.

 La testimonianza del signor Agostino Carai, classe 1917, vivente

C’è un’altra testimonianza più che attendibile: quella del signor Agostino Carai, oggi brioso novantasettenne che – intervistato il 21 agosto 2014 – racconta:

«Avevo quasi cinque anni, il giorno dell’alluvione. Ricordo il disastro e lo straripamento delle acque nella piazza “Su Nodu Mannu”. Poi la distruzione delle passerelle nel rio Bìsine, dove il nubifragio aveva trasportato a valle anche tutti gli attrezzi di lavoro dell’impresa che stava realizzando il canale artificiale. Ero a conoscenza di case allagate, di stragi di bestiame e animali domestici. Ma nel paese non ho mai sentito raccontare storie di persone decedute per cause dell’alluvione».

Ha qualche ricordo della bambina Marianna Carta? La risposta è precisa e immediata: «Certamente! Ricordo benissimo questa bambina. Era sicuramente più grande di me, ma giocavo con lei anche negli anni successivi all’alluvione del ‘21. A un certo punto è scomparsa dalla circolazione e, dopo brevissimo tempo, è morta». È sicuro di questa circostanza? Risposta, altrettanto categorica: «Eja, est morta deretu!».

 L’emergenza a Olzai: il sindaco implora la solidarietà nazionale

Nove giorni seguenti l’alluvione, il Consiglio comunale prende atto delle dimissioni del sindaco Sebastiano Curreli (1886-1960) «per riprendere il servizio militare nella sua qualità di capitano».

Il 3 ottobre 1921, la Giunta provinciale amministrativa approva la delibera del Consiglio n. 154/1921 con la quale l’Amministrazione comunale aveva accettato il mutuo per la costruzione del primo arginamento nel rio Bìsine.

Il Comune di Olzai si ritrova ora con un debito di 180 mila lire da estinguere alla Cassa Depositi e Prestiti, ma con il cantiere dell’arginamento completamente distrutto dal nubifragio e con lavori inutilmente eseguiti per un valore di 100 mila lire, come risulta da una lettera della Regia Prefettura di Sassari del 15 ottobre 1921.

Il successivo 31 ottobre viene eletto sindaco Pietro Costantino Marcello (1880-1944). Avrà l’ingrato compito di gestire – con le casse comunali vuote e un pesante debito – la prima fase dell’emergenza affrontando i disagi della popolazione colpita dall’uragano. Rimarrà in carica sino all’11 maggio 1926, data del subentro del podestà, il medico Efisio Mesina (1842-1931).

Il sindaco Marcello non perde tempo. Dopo aver appreso dalla stampa che «il progetto di legge recante provvedimenti per ovviare ai danni del nubifragio, non contiene alcuna disposizione in favore dei proprietari danneggiati; e si limita ad assegnare ai contadini che hanno subito dei danni, la quantità di sementi occorrente per la coltivazione dell’annata agraria in corso», il 1° dicembre 1921 convoca il Consiglio comunale per sollecitare l’aiuto dello Stato.

L’assemblea, dopo aver elencato i principali danni creati dal nubifragio chiede al presidente del Consiglio dei ministri che nel «disegno di Legge da presentare alle Camere Legislative sia compresa una disposizione assicurante premi e sussidi ai proprietari danneggiati dal nubifragio». Contemporaneamente, chiede l’aiuto agli «Ill.mi Prefetto della Provincia e sotto Prefetto del Circondario ed i rappresentanti politici dell’Isola perché intervengano a sollecitare l’approvazione del disegno di legge e l’immediata esecuzione dei lavori, ed in special modo per quello del riattamento della strada mulattiera da Olzai ad Ollolai».

Nel frattempo arriva l’inverno. Non migliora la situazione economica dell’Amministrazione comunale e aumentano i disagi per la popolazione. Le casse del comune restano sempre a secco. Non si trova neanche un centesimo per ricostruire la passerella “de su Ponte ‘e Susu” (nell’odierna piazza Sant’Ignazio) per consentire il transito dei «pedoni ed i carri». Al punto che «essendovi state già delle offerte da parte dei buoni volontari del paese, e ciò per non aggravare le finanze del Comune», il 2 febbraio 1922 la Giunta autorizza il sindaco Marcello a «provvedere d’urgenza (stante il cattivo tempo, che rende impossibile il transito da una parte all’altra del paese, anche per l’ingrossamento del Rio Bìsine, in seguito alle continue piogge) alla costruzione in economia della passerella Su Ponte ‘e Susu nel modo che egli crederà più opportuno».

Nella prossima puntata racconteremo le vicende della “Legge per Olzai” a sollievo dei danni derivati dall’alluvione, approvata dal Parlamento nell’estate del 1922 e firmata dal Re Vittorio Emanuele III.


TERZA PUNTATA                 

La “Legge per Olzai”, grazie all’avvocato Tito Livio Mesina

Come evidenziato nella seconda puntata, il 1° dicembre 1921 il Consiglio comunale aveva sollecitato l’aiuto dello Stato per finanziare la riparazione e ricostruzione di opere pubbliche e risarcire i danni causati ai privati dall’alluvione del precedente 10 settembre.

Poi arriva il Natale più triste della storia di Olzai, con il centro abitato devastato dalle frane, la mulattiera per Ollolai interrotta, i mulini idraulici distrutti e i contadini affamati per la distruzione degli orti sulle sponde del rio Bìsine e la perdita delle sementi.

Le interrogazioni parlamentari dei deputati Lissia e Murgia

Il primo politico a raccogliere l’appello del sindaco Pietro Costantino Marcello, è il deputato Pietro Lissia (1877-1957) di Calangianus.

Il 25 novembre 1921 l’avvocato Lissia presenta alla Camera dei Deputati una breve interrogazione al presidente del Consiglio dei ministri, ministro dell’interno, «per sapere se e quali provvedimenti intenda adottare per venire in aiuto dei comuni di Ollolai ed Olzai devastati da un recente ciclone», senza però citare i danni subiti nel territorio del comune di Gavoi.

Dieci giorni dopo, il deputato Diego Murgia (1857-1938), ingegnere di Sassari, presenta una seconda interrogazione alla Camera. Ecco il testo integrale:

«Il sottoscritto chiede d’interrogare il presidente del Consiglio dei ministri, per sapere se non creda doveroso ed urgente intervenire a sollievo dei comuni del circondario di Nuoro (Olzai-Ollolai-Gavoi), che furono danneggiati dal nubifragio del 10 settembre 1921, disponendo che a carico dello Stato siano eseguiti:

1°) a) i lavori occorrenti a ripristinare in via provvisoria il transito interrato delle strade; b) la demolizione ed i puntellamenti di edifizi pericolanti; c) i restauri degli stabili ad uso di abitazione, col diritto al rimborso soltanto per i proprietari che abbiano reddito imponibile oltre a tremila lire; 2°) siano indennizzati i coltivatori dei frutti pendenti negli orti che furono distrutti e siano forniti delle sementi necessarie alla nuova coltivazione del prossimo anno; 3°) incaricando subito il Genio civile di Sassari per lo studio e compilazione dei relativi progetti venga provveduto: a) ad una nuova correzione e sistemazione ed arginamento del Rio Bìsine (Olzai) dichiarandolo opera idraulica di 1a categoria; b) alla costruzione di una nuova strada mulattiera tra Olzai ed Ollolai; 4°) siano concessi sussidi ai privati sino a due terzi della spesa prevista per riparazioni e ricostruzioni degli orti inondati, insabbiati ed inghiaiati e di opere in qualsiasi modo danneggiate o distrutte. (L’interrogante chiede la risposta scritta)». «Murgia».

 L’avvocato Tito Livio Mesina prepara un disegno di legge “per Olzai”

Nonostante le due interpellanze parlamentari, nella primavera del 1922 a Gavoi, Ollolai e Olzai si attendono ancora i sussidi da parte dello Stato.

A Roma risiedeva l’ex deputato olzaese Francesco Dore (1860-1944), ma aveva concluso la sua seconda legislatura nell’aprile 1921 e declinato la candidatura per le elezioni del successivo mese di maggio: non aveva pertanto alcuna influenza politica sul Governo.

Dal 1904 prestava servizio presso il Ministero dei Lavori Pubblici un olzaese che stava raggiungendo i più alti gradi dell’amministrazione statale: l’avvocato Titolo Livio Mesina (1879-1948), Grande ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia, all’epoca direttore capo di divisione di quel dicastero e futuro consigliere di Stato.

Roma era molto lontana da Olzai. Ma il commendator Mesina poteva essere indubbiamente l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto. E il primogenito della nobildonna Margherita Maria Giuliana Cardia - Meloni (1856-1937) e del dottor Efisio Mesina – medico condotto di Olzai e Ollolai e futuro podestà, nonché nipote di don Giuseppe Cardia – non si dimenticò del suo paese natio colpito dal terribile nubifragio.

Così, Tito Livio Mesina ebbe l’incarico di preparare il disegno di legge a sollievo dei danni verificatisi in Sardegna per effetto dell’alluvione.

 L’iter parlamentare per l’approvazione della legge

Concluse le visite e le ispezioni nei comuni colpiti dall’alluvione da parte dei rappresentanti del Governo e dell’Ufficio provinciale del Genio Civile di Sassari, il disegno di legge n. 1571 predisposto da Tito Livio Mesina, composto da sette articoli, viene presentato alla Camera dei Deputati il 26 maggio 1922 direttamente dal ministro dei Lavori pubblici, il napoletano Vincenzo Riccio (1858-1928), di concerto con i ministri dell’Agricoltura, Finanze e Tesoro.

Il successivo 27 giugno il provvedimento viene approvato all’unanimità dalla Commissione Lavori Pubblici e Comunicazioni, con relazione del deputato Francesco Cocco Ortu (1842-1929): il politico sardo più importante tra l’Ottocento e Novecento, un liberale che ebbe  il coraggio di negare il voto al governo Mussolini.

L’11 luglio 1922 il disegno di legge ritorna alla Camera. Dopo la lettura della relazione, si esaminano e si approvano senza discussione i sette articoli del provvedimento.

Il giorno dopo, la notizia venne riportata nel quotidiano La Nuova Sardegna. Il giornale, che aveva messo in risalto i gravi danni cagionati dall’alluvione, pubblica il testo integrale della relazione dell’onorevole Cocco-Ortu: «un documento di speciale importanza che merita di essere conosciuto ed apprezzato non soltanto dai comuni a cui beneficio è stato redatto; ma da quanti sardi sanno elevarsi al di sopra delle contingenti considerazioni di parte e compiacersi di ogni giusto provvedimento che venga preso dal governo per qualsiasi parte dell’una o dell’altra provincia».

Il 14 luglio 1922, l’intero provvedimento è votato a scrutinio segreto e approvato dalla Camera con 304 voti favorevoli e 27 contrari.

Il 17 luglio 1922 si riunisce la Commissione di Finanze del Senato del Regno. Ecco come il relatore, l’avvocato Giovanni Mariotti (1850-1935), aveva minuziosamente descritto i paesi di Ollolai, Olzai e Gavoi e illustrato i disastri causati dall’alluvione del 1921:

«ONOREVOLI COLLEGHI. Tra le montagne più selvagge della Barbagia, nelle convalli superiori al Tirso, di fronte agli eccelsi picchi del Gennargentu, vivono isolate dal mondo, in attesa della tante volte promessa ferrovia da Sorgono a Oniferi, le popolazioni laboriose e sobrie di tre poveri comuni: Ollolai, Olzai e Gavoi.

Ollolai, a metri 927 sul livello del mare, fu nel medio evo un importante centro, tanto da dare il nome, che ancor oggi si conserva, alla più settentrionale delle tre Barbagie, la Barbagia di Ollolai; ma, decaduto rapidamente in causa di violente fazioni, si era ridotto, al censimento del 10 febbraio 1901, a soli 1500 abitanti, accresciuti poi, col censimento del 10 giugno 1911, a 1632. Sono quasi tutti poveri pastori che vivono nomadi, con le loro greggi, sulle aspre montagne che circondano quel vecchio castello.

Più in basso, Olzai, a metri 424 sul mare, tra fitte boscaglie, che la mancanza di strade ha salvate fino ad ora dalla scure degli sboscatori, aveva nel 1901 una popolazione di 1372 abitanti, diminuita nel 1911 a soli 1250; povere genti, che vivono di una agricoltura faticosissima, strappando al vicino rapido torrente, il Bìsine (uno degli influenti del Tirso) piccoli orti, minacciati di continuo dall’irrompere turbinoso delle piene.

Gavoi, esso pure in una regione boscosa e selvaggia, a metri 777 sul livello del mare, con 2455 abitanti nel censimento del 1901, cresciuti poi a 2642 nel censimento del 1911, nutre questa sua popolazione con qualche industria casalinga (notevole soprattutto quella dei morsi e degli speroni) ma più col prodotto dei pochi campi che circondano l’alpestre borgata.

Alla povertà del suolo, alla insufficienza delle comunicazioni, non solo col continente, ma anche con i centri maggiori dell’Isola, alla assoluta mancanza di importanti industrie per le quali mancano i capitali, quelle povere popolazioni, naturalmente industriose e laboriosissime, suppliscono alla meglio coll’intensificare la cultura anche del suolo più ingrato e col dedicarsi alle più modeste e meno rimunerative industrie agricole. Così, ad esempio, con la lavorazione dell’asfodelo esse formano graziosi canestri; e dai lentischi, che nascono spontanei su quelle montagne, esse spremono un olio che serve per l’illuminazione delle loro povere case.

Ma quelle case, e i lentischi, e le piantagioni di asfodelo, e i campi faticosamente dissodati sulle pendici dei monti, e gli orti formati con industre lavoro sulle sponde infide del Bìsine, tutto quel lungo e paziente lavoro di molti anni, fu dall’immane nubifragio del settembre dello scorso anno in poche ore divelto, travolto, distrutto.

L’impeto delle acque torrenziali, unito allo scatenarsi del vento, asportò strade e lavori di sistemazioni idrauliche e di canalizzazioni; s’abbatté sulle abitazioni; distrusse i prodotti degli orti, dei campi e di piccole industrie agricole locali; lasciò il suolo sconvolto e sterilizzato; gettò nelle più penose condizioni le numerose famiglie, che costituiscono la grande maggioranza di questi paesi, dove predomina la piccola proprietà.

L’intervento dello Stato, a sollievo di tanta calamità, non è che l’adempimento del sacro e riconosciuto dovere di solidarietà nazionale, di cui offrono esempio le molteplici leggi sancite ed attuate quante volte forze fisiche avverse determinarono uguali fenomeni di devastazione in una od altra contrada della penisola. Anzi il Governo reputò non solo imposto dalla coscienza quel dovere, ma siffattamente improrogabile l’adempimento di esso, che non volle attendere il voto del Parlamento per venire in soccorso dei comuni delle provincie Calabro Sicule e di quelle del Piemonte, di Caserta e di Salerno colpite nella stessa stagione, dell’infortunio delle alluvioni.

Con decreto legislativo del 29 dicembre 1921, n. 2009, quelle provincie ebbero i provvedimenti che oggi si domandano al Parlamento a favore dei comuni sardi colpiti dal nubifragio di quell’anno stesso, anzi di quello stesso mese.

La Commissione di finanze nel raccomandarli vivamente al voto del Senato, di una cosa sola si duole: che cioè troppo tardiva giunga alle generose popolazioni della Sardegna questa prova dell’interessamento, dell’affetto, della solidarietà della intera Nazione».

Il 16 agosto 1922, dopo la lettura della relazione della Commissione di Finanze, il provvedimento viene definitivamente esaminato dal Senato del Regno e, senza alcuna discussione, votato a scrutinio segreto e integralmente approvato con 75 voti favorevoli e 20 contrari.

 24 agosto 1922: il Re d’Italia Vittorio Emanuele III promulga la “Legge per Olzai”

Due mesi prima della Marcia su Roma e l’avvento dell’era fascista, nella prima pagina della Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 212 dell’8 settembre 1922 viene pubblicata la legge, firmata il precedente 24 agosto «per grazia di Dio e per volontà della Nazione» dal Re Vittorio Emanuele III di Savoia nella sua residenza estiva di Sant’Anna di Valdieri.

È la Legge n. 1214 contenente «Provvedimenti straordinari a sollievo dei danni derivati dall’alluvione del settembre 1921 in alcuni comuni del circondario di Nuoro», ma comunemente ricordata come “La Legge per Olzai” perché le principali risorse furono stanziate per quel comune, il più gravemente danneggiato dall’evento alluvionale.

Il provvedimento legislativo, prevedeva: 800 mila lire per il ripristino di opere sulla strada provinciale Olzai-Taloro, la sistemazione della strada comunale Olzai-Ollolai per renderla definitivamente sicura al carreggio, la riparazione dei danni sulle strade comunali esterne ed interne di Olzai, Ollolai e Gavoi, la riparazione dei danni al cimitero di Olzai e, nell’abitato stesso, la riparazione di case danneggiate appartenenti a cittadini indigenti. La stessa legge destinava 80 mila lire a parziale estinzione del mutuo di 180 mila lire contratto dal Comune di Olzai per l’esecuzione delle opere di sistemazione idraulica nel torrente Bìsine entro l’abitato stesso e 600 mila lire per la sistemazione idraulico-forestale del torrente Bìsine, comprese le opere di difesa del tratto che attraversa l’abitato di Olzai.

Con lo stesso provvedimento, il Governo aveva previsto di concedere sussidi ai proprietari dei fondi rustici dei comuni di Gavoi, Ollolai ed Olzai, allo scopo di ripristinare le colture, riparare o ricostruire i fabbricati rustici e i mulini idraulici negli stessi comuni. Le stesse provvidenze per la ricostituzione delle greggi ai pastori, con uno stanziamento complessivo di 300 mila lire, oltre alla possibilità per i tre comuni danneggiati di accedere ai mutui e prestiti decennali agevolati.

Infine, l’ultimo articolo della Legge n. 1214/1922 prevedeva l’estensione ai comuni di Gavoi, Ollolai e Olzai di alcune agevolazioni fiscali riservate ai proprietari dei fondi rustici per la perdita dei prodotti agricoli, già previste dal Regio Decreto 29.12.1921 n. 2009, contenente provvedimenti in dipendenza delle frane ed alluvioni dell’autunno 1921 in varie regioni d’Italia.

La “Legge per Olzai” non prevedeva risarcimenti per sinistri subiti da persone fisiche, poiché le autorità preposte non avevano accertato né vittime, né feriti; solo finanziamenti per la ricostruzione o riparazione di opere pubbliche e risarcimenti per danni materiali agli immobili privati e alle attività agro pastorali.

Ma, come vedremo nelle altre puntate, alcune opere pubbliche non saranno realizzate, anche per l’insufficienza dei fondi, come la riparazione della strada Olzai – Ollolai e la ricostruzione dei mulini idraulici nel rio Bìsine.


QUARTA PUNTATA

I lavori di costruzione: dal 1° maggio 1924 al 25 luglio 1926

Per risalire alle date di inizio e fine lavori del nuovo arginamento – oltre alle delibere storiche del Comune di Olzai e le cronache giornalistiche dell’epoca – abbiamo consultato un importante documento proveniente dall’archivio privato del geologo nuorese dottor Antonello Manca: la «Relazione sulle opere pubbliche nella provincia di Nuoro», pubblicata il 30 giugno 1935, contenente una statistica degli interventi realizzati dal Regime Fascista dal 28 ottobre 1922 al 1934.

Un opuscolo di propaganda, corredato da alcune immagini fotografiche, dove sono elencate anche numerose opere incompiute, in corso di esecuzione e da eseguire dopo l’anno 1935 nei comuni della provincia di Nuoro che «prima della marcia su Roma, sono stati pressoché abbandonati dai Governi passati e solo al Governo Fascista è dovuta una vera e propria politica dei lavori pubbliche che ha avuto solamente il suo pieno sviluppo a datare dalla creazione del Provveditorato delle Opere Pubbliche con sede a Cagliari, dalla istituzione della terza Provincia sarda e del locale ufficio del Genio Civile».

Nel capitolo «Opere di consolidamento frane ed alluvioni», non poteva mancare l’arginamento di Olzai. E, come riportato nella statistica, i lavori di «Difesa dell’abitato dalle alluvioni», consistenti nella «Sistemazione Rio Bìsine entro l’abitato mediante canale in muratura provvisto di canaletto di magra in calcestruzzo», dell’importo di 999.000 lire, hanno avuto inizio il 1° maggio 1924 e sono stati ultimati il 25 luglio 1926. La direzione dei lavori era stata affidata all’ingegnere Pier Luigi Carloni dell’Ufficio Genio Civile di Sassari.

Queste date di inizio e fine del cantiere appaiono compatibili con il contenuto delle deliberazioni comunali. Per quanto riguarda invece l’importo della spesa, secondo una testimonianza del dottor Francesco Dore, il costo del nuovo arginamento ammontava a 1.200.000 lire, esattamente il doppio della spesa autorizzata dall’art. 1, let. b) della Legge n. 1214/1922, ovvero «lire 600.000 per provvedere alla sistemazione idraulico-forestale del torrente Bìsine, comprese le opere di difesa del tratto che attraversa l’abitato di Olzai».

Una cifra considerevole per quei tempi, che non includeva il costo di acquisto della principale materia prima, ma solo la lavorazione dei blocchi di granito, il calcestruzzo, ferro e altri materiali utilizzati per i nuovi ponti e passerelle e, ovviamente, la mano d’opera specializzata, gli onorari professionali e le altre spese tecniche e generali sostenute direttamente dal Genio Civile di Sassari.

Infatti, come riportato nella deliberazione della Giunta comunale n. 181/1925, il materiale utilizzato per la costruzione dell’arginamento proveniva dalla rocce rotolate durante l’alluvione del 1921 dal promontorio di “Pedra de Pistis” sino al rio Bìsine, compreso il «masso di granito di parecchi metri cubi disceso dalla montagna» che si fermò nella strada provinciale del Taloro. Altro non era che “Su Nodu Mannu”, da qui il nome dell’attuale piazza principale di Olzai.

 1° maggio 1924: iniziano i lavori del nuovo arginamento (primo progetto)

Trascorrono quasi due anni dall’approvazione della “Legge per Olzai” n. 1214 del 24 agosto 1922, e la malaria continua a tormentare la popolazione. Nel mese di febbraio del 1924, il Comune è «sprovvisto di fondi di cassa», al punto da non poter acquistare in contanti la provvista di farmaci «per far fronte alla impellenti esigenze della imminente campagna malarica». Allora la Giunta comunale – sempre presieduta dal sindaco Pietro Costantino Marcello – con delibera n. 157/1924 decide di acquistare il “Chinino di Stato” a rate per una spesa totale di lire 3.360 e cinquanta centesimi.

Alla fine del 1924, ecco che nelle deliberazioni municipali riappare l’argomento arginamento. Esattamente il 1° dicembre, quando il Consiglio si riunisce per deliberare la «costruzione di pubblici lavatoi».

In quella occasione, il sindaco Marcello «espone che coll’arginamento del fiume il quale sarà completato nel 1925 verrà a mancare totalmente alle famiglie del paese la possibilità di lavare la biancheria domestica nella acque del ruscello che scorre entro l’abitato». Pertanto, l’assemblea delibera «in via di massima, la costruzione di due pubblici lavatoi, indicando come più adatto, il ponte de Susu e ponte di Serrone entro l’abitato, ed affidando alla Giunta Comunale l’incarico di provvedere alla massima sollecitudine alla compilazione del relativo progetto tecnico». Questa decisione sarà confermata con deliberazione del Consiglio n. 271 del 29 marzo 1925 poiché, per questo progetto, era stata ipotizzata una spesa superiore a cinquemila lire.

Dalla delibera del Consiglio n. 248 del 1° dicembre 1924, si evince pertanto che i lavori del nuovo arginamento erano stati già avviati e, pertanto, non possiamo che confermare la data di inizio del cantiere pubblicata nell’opuscolo di propaganda del Regime Fascista: 1° maggio 1924.

 Natale 1924: il Comune chiede il prolungamento dell’arginamento a monte e a valle dell’abitato

Il giorno di Natale del 1924 si riunisce il Consiglio comunale, con all’ordine del giorno la prosecuzione dell’arginamento nel rio Bìsine. Nella delibera n. 252/1924 si legge:
«Il Sindaco espone che l’Ufficiale sanitario di questo Comune Mesina Dr. Efisio ha fatto presente la necessità di richiedere che i lavori d’arginamento del Rio Bìsine vengano proseguiti nella parte superiore ed inferiore dell’abitato, a distanza sufficiente per proteggere la popolazione dai pericoli d’infezione malarica. Ed il Consiglio: Considerando che l’arginamento del Rio Bìsine venne ideato e posto in esecuzione non soltanto per difendere il paese dai pericoli di nuove alluvioni, ma anche per raggiungere uno scopo di maggiore utilità, ossia il risanamento igienico della popolazione funestata dalla malaria;

Che tale scopo non potrà essere conseguito se i lavori di arginamento verranno fermati nei punti attualmente fissati dall’Ufficio del Genio Civile quasi entro il popolato, nel rione inferiore di S. Antonio;

Che per completare l’opera in modo di assicurare una protezione efficace dalle febbri malariche ed altre infezioni derivanti dallo stagnamento delle acque, ravvisasi indispensabile che l’arginamento venga proseguito per una distanza conveniente nella parte alta, ed ancora più in quella inferiore dell’abitato, oltrepassando in ogni caso le abitazioni situate ai due punti estremi del paese;

Che tale soluzione è imposta anche da evidenti ragioni di giustizia, non essendo tollerabile che, una parte della popolazione povera, venga esclusa dai benefici dei provvedimenti destinati a vantaggio della generalità degli abitanti;

Che il raggiungimento del nobile scopo non deve essere ostacolato da pretestuose difficoltà finanziarie le quali debbono considerarsi superate, in vista dei provvedimenti eccezionali disposti già dal Regio Governo, Delibera Unanime di fare volti a S. E. Ministro dei L.L.P.P. ed all’Ufficio del Genio Civile di Sassari perché i lavori di arginamento del Rio Bìsine vengano proseguiti nella parte superiore ed inferiore dell’abitato a distanza conveniente, in modo da assicurare alla popolazione una difesa efficace e completa dai pericoli delle infezioni malariche».

Purtroppo, non abbiamo a disposizione le mappe e il computo metrico dell’opera. Ma, da quanto riportato nella deliberazione n. 252/1924, possiamo ipotizzare che il primo progetto dell’arginamento ideato dai tecnici del Genio Civile – della lunghezza di quasi mezzo chilometro – iniziava all’imbocco (“Su vorte”, in località “Sa ‘e Pirisi”) e terminava all’incrocio dell’attuale vicolo Sant’Antonio con la via avvocato Giovanni Dore, ovvero nel rio di “Malamureddu dove, prima dell’alluvione, funzionavano due mulini idraulici.

In ogni caso, nel 1926, il cantiere dell’arginamento si concluderà ancora più a valle, di fronte all’odierno caseggiato scolastico, raggiungendo pertanto una lunghezza complessiva di circa 540 metri. Non sono invece disponibili dati o informazioni sulla mancata prosecuzione dell’opera «nella parte superiore» dell’abitato (negli orti e terreni di “Sa ‘e Pirisi” e “Nigorio”).

Da segnalare che, nella stessa seduta del 25 dicembre 1924, il Consiglio comunale conferiva l’incarico all’ingegnere Antonio Forteleoni per «dare spiegazioni dove possa venire costrutto un lavatoio unico, o se ne debbano fare due, in conformità alla deliberazione già presa e di quella che potrà in seguito decidere il Consiglio».

1925 - 1926: i lavori di completamento dell’arginamento, i muraglioni e parapetti e l’allargamento della strada nel lato sinistro del rio Bìsine (2° progetto)

Alla data del 22 febbraio 1925 «i lavori di arginamento nel Rio Bìsine procedono alacremente ed in modo completamente soddisfacente, sotto la vigile direzione del Genio Civile», ma il primo progetto risultava carente sotto il profilo della sicurezza della circolazione stradale.

Come riportato nella delibera della Giunta n. 168/1925, il sindaco Marcello evidenziava che «durante l’esecuzione dei lavori si sono resi visibili alcuni lievi inconvenienti, che non potevano essere preveduti e che rendesi necessario rimuovere. Così soltanto recentemente si è potuto notare che lo spazio di due metri di terreno espropriato e lasciato libero sulla riva di sinistra del rio [è l’attuale via Guglielmo Marconi] è insufficiente per aprire un comodo passaggio fra l’argine e le abitazioni situate sulla stessa riva, cosicché apparirebbe opportuno, per poter aprire un’arteria sufficiente e permettere il transito di veicoli, allargare almeno di un metro lo spazio già espropriato per tutta la lunghezza dell’argine sinistro. Con una spesa assai limitata si assicurerebbe un beneficio considerevole alla popolazione intera che godrebbe  di una nuova via assai comoda, alle case attualmente esistenti, ed alle aree situate sulla parte superiore del paese, in prossimità del ponte alto sulle quali aree non potrebbero sorgere fabbricati, per mancanza di strade di accesso».

Oltretutto, il primo cittadino esponeva che «stante l’altezza considerevole in alcuni punti dell’argine sinistro sul letto del fiume, rendesi necessaria costruzione di un parapetto che garantisca la sicurezza dei passanti; ed in alcuni punti ove i lavori di scavo ed il logorio prodotto dalle acque hanno formato dei salti pericolosi, rendesi pure necessaria la costruzione di muraglioni di sostegno che impediscono il franamento del terreno e delle rocce soprastanti».

Le proposte del sindaco Marcello vengono «pienamente» approvate dalla Giunta. E allora il Comune inoltra domanda al «Genio Civile di Sassari perché venga a completamento dell’opera iniziata vengano eseguiti i lavori di allargamento della via sinistra, nonché i parapetti negli argini ed i muraglioni necessari per tutelare l’incolumità del pubblico».

Dopo quasi nove mesi dall’adozione della delibera n. 168/1925, gli instancabili amministratori comunali rinnovano la richiesta al Genio Civile e avanzano ulteriori proposte di completamento dell’opera, mediante l’allargamento delle strade adiacenti e la costruzione dei parapetti anche sulla «sulla riva sinistra» del rio Bìsine, ovvero nelle attuali via avvocato Giovanni Dore e via Guglielmo Marconi.

Infatti, nella deliberazione della Giunta n. 181 dell’8 novembre 1925, avente ad oggetto «Completamento lavori arginamento Rio Bìsine», si legge:

«Considerando che sono prossimi a compimento i lavori d’arginamento nel Rio Bìsine nella parte preveduta dal primo progetto eseguito a cura del Genio Civile, e che sono stati appaltati recentemente i lavori disposti per il completamento dell’opera;

Che per assicurare all’opera l’utilità massima che potrà rendere per la popolazione sarebbe opportuno che la strada aperta sulla riva sinistra del Rio fosse proseguita fino all’estremità inferiore dell’abitato, ove avranno termine i lavori di arginamento, lasciando all’Amministrazione Comunale la cura di prolungare la strada fino all’incontro della prossima via vicinale, nel sito denominato Malamureddu;

Che sarebbe egualmente opportuno che lo spazio di due metri di terreno espropriati ai proprietari frontisti sulla riva di sinistra del Rio venisse portata almeno a metri quattro ed a quella larghezza che sarà consentita dalle difficoltà inerenti alla natura del luogo, in modo da poter aprire una arteria facile di fabbricati adiacenti che già esistono, o che saranno indubbiamente costruiti in quella località destinata a diventare il centro del paese ed il punto di traffico più intenso e di transito per i paesi soprastanti della Barbagia [sono le attuali via avvocato Giovanni Dore e via Guglielmo Marconi, dove i lungimiranti amministratori comunali intendevano convogliare il traffico proveniente dalla futura strada Sedilo – Olzai, per poi proseguire fino al paese di Ollolai].

Considerando che nel sito scosceso sottostante alla Via Telegrafo e precisamente sul punto denominato Pedra de Pistis donde vennero rotolate nel fiume di sotto il materiale granitico adoperato per la costruzione degli argini si è formato un vero precipizio che costituisce un pericolo permanente, cui devesi porre riparo con la costruzione di un muraglione e relativo parapetto.

Considerando che il progetto redatto dal Genio Civile prevede la costruzione del parapetto lungo l’argine destro del fiume [l’attuale via Arginamento] ma lascia priva completamente di difesa l’argine sinistro [le citate vie Dore e Marconi], dove venne pure espropriato uno spazio di terreno della larghezza di metri due ai proprietari contigui e poiché tale superficie di terreno sarà definitiva e destinata all’uso pubblico, per il passaggio delle persone, per il servizio delle abitazioni adiacenti, e soprattutto per la necessità di una regolare manutenzione dell’opera pubblica, pare indispensabile che venga costrutto il parapetto anche sulla riva sinistra del Rio, per tutta la lunghezza dell’arginamento.

Considerando che soltanto per tal modo saranno eliminati i gravi pericoli derivanti dal passaggio di persone e veicoli a livello degli argini privi di muri di protezione.

Considerando che la spesa richiesta per il completamento dell’opera in modo da poter soddisfare tutte le esigenze della popolazione, avrà una parte lievissima di fronte al costo complessivo e ai vantaggi che dovranno derivarne, assai superiori all’entità minima delle opere di completamento che si richiedono.

Considerando che le attuali richiesta vennero ripetutamente fatte in precedenti deliberazioni di questo Consiglio e rapporti del Sindaco, ma riuscirono inascoltate perché gli Uffici competenti si preoccuparono forse eccessivamente delle difficoltà finanziarie, che non essendo però eccessivamente rilevanti ed insormontabili, non devono compromettere i fini di un’opera dispendiosa, ideata con criteri di generosità e decoro che manifestano un intento di utilità perpetua: = Delibera = Di fare voti all’Ill.mo Provveditorato delle Opere pubbliche della Sardegna, all’Ill.mo Ingegnere Capo del Genio Civile di Sassari, perché si degnino prendere in considerazione le proposte fatte nella presente deliberazione».

Da sottolineare, che queste ultime proposte vennero inoltrate al Provveditorato delle Opere per le Provincie di Cagliari e Sassari, il nuovo ufficio istituito il 7 luglio 1925 e che rimarrà funzionante sino al 30 giugno 1945.

Nella prossima puntata parleremo ancora dei pubblici lavatoi, della conclusione del cantiere dei lavori e dell’istituzione della figura del “sorvegliante” dell’arginamento con l’arrivo del podestà Efisio Mesina.


QUINTA PUNTATA

Conclusione dei lavori, i lavatoi e il “sorvegliante” dell’arginamento

Nella precedente puntata, abbiamo rievocato le principali vicende del cantiere dell’arginamento avviato il 1° maggio 1924 dal Genio Civile di Sassari: l’ufficio che aveva curato il progetto, l’appalto e tutti gli aspetti tecnici e finanziari dell’imponente opera pubblica, tramite i fondi statali previsti dalla “Legge per Olzai” del 1922.

Abbiamo visto anche con quanta dedizione e passione gli amministratori comunali vigilavano i lavori del cantiere, avanzando ulteriori proposte di miglioramento come la realizzazione di muraglioni, di parapetti e l’allargamento delle strade adiacenti il rio Bìsine.

Il sindaco Pietro Costantino Marcello intendeva conferire alla nuova opera una «utilità perpetua», mentre «gli Uffici competenti» si preoccupavano esclusivamente delle difficoltà finanziarie.

Alla fine, la battaglia sarà vinta dai tenaci amministratori olzaesi, capaci di protestare apertamente attraverso le deliberazioni della Giunta e Consiglio sfidando, non senza pericoli, le autorità statali superiori già dominate dal regime fascista. Regime che, nel biennio 1924-1926, aveva già eliminato il deputato Giacomo Matteotti, sciolto partiti politici e associazioni sindacali, soppressa la libertà di stampa, di riunione e di parola e istituito il confino per le persone sgradite al fascismo.

Anche nel piccolo villaggio di Olzai, il regime aveva allungato i suoi tentacoli, proprio due mesi prima dell’inizio dei lavori dell’argine nel rio Bìsine. Risale infatti al 9 marzo 1924 l’apertura di una sezione locale del “Partito Nazionale Fascista”. E, dalla primavera del 1927, il fascio avrà addirittura la sua sede in una stanza al piano terra del municipio, per controllare da vicino l’operato dei vari commissari prefettizi e podestà.

Ma, per nulla intimorito da eventuali ripercussioni, il coraggioso sindaco Marcello – amico fraterno dell’alto magistrato antifascista Giovanni Maria Dore (1871-1939) – dall’autunno del 1922 alla primavera del 1926 si recò più volte dal sotto prefetto del circondario di Nuoro per sollecitare i progetti e la realizzazione delle opere pubbliche promesse con la “Legge per Olzai”, ma anche per pretendere «chiarimenti e prendere gli accordi opportuni allo scopo di ottenere una pronta definizione alle pratiche in corso» come indicato, per esempio, nella deliberazione della Giunta n. 178 dell’8 settembre 1925.

Per non parlare delle ripetute sollecitazioni inoltrate alle autorità superiori per la realizzazione della strada Sedilo - Olzai e la mulattiera per Ollolai, e le vibranti proteste del sindaco Marcello per il «deplorevole smarrimento», da parte dei funzionari della Prefettura di Sassari, del progetto della piazza del municipio, tramite una vivace delibera del Consiglio comunale del 19 febbraio 1925, con la quale si pretendevano dal sotto prefetto del circondario di Nuoro accurate indagini «allo scopo di rinvenire i documenti relativi alla sistemazione della piazza pubblica».

Primavera 1926: i letamai e le nuove strade nelle sponde del rio Bìsine

Nella cronistoria dei lavori dell’arginamento, eravamo rimasti all’8 novembre 1925, quando il cantiere risultava ancora aperto e il Consiglio comunale reclamava al Provveditorato delle Opere pubbliche della Sardegna l’allargamento delle strade adiacenti e la costruzione dei parapetti anche «sulla riva sinistra» del rio Bìsine.

Il primo marzo 1926, dopo una lunga riunione, il Consiglio comunale decide di completare alcune opere di risanamento igienico «del nostro paese malarico», mediante la «costruzione di sette letamai igienici nei vari rioni dell’abitato e cioè Sant’Antonio, Elisèa, San’Anastasio, Fontana de Puddu, Costa de Cresia, Murui e Conca de Mussa».

Con lo stesso atto deliberativo n. 293/1926, il Consiglio – «considerando che venne già predisposto lungo gli argini del rio Bìsine recentemente costrutti l’inizio di un sistema di fognatura» – autorizza la Giunta comunale ad espletare le pratiche relative al progetto dei letamai e della fognatura.

Sempre nella stessa seduta, il Consiglio prende atto di una richiesta del sindaco Marcello, inoltrata al «Reale Genio Civile, perché la strada ordinaria che dovrà condurre il limitrofo territorio di Sedilo attraverso la regione Lochele, parta da un lato dell’arginamento del Rio Bìsine nella località Malamureddu [è l’attuale via avvocato Giovanni Dore]» e osserva che «sarebbe necessario, per maggiore comodità dei due prossimi rioni, Sant’Antonio e Serra de Conza ed anche per esercitare la vigilanza indispensabile alla regolare conservazione degli argini, aprire un’altra arteria nella riva del fiume opposta a quella ove dovrà svolgersi la via ordinaria per Sedilo». Pertanto l’assemblea - «ritenuto che le proposte del Sindaco meritano approvazione incondizionata» - delibera di affidare alla Giunta l’incarico per la compilazione di un progetto di sistemazione della via Taloro e «per l’apertura di una via lungo una riva del rio Bìsine dal punto inferiore fino alla strada Malamureddu»: è il tratto inferiore dell’attuale via Arginamento, dall’incrocio con la via Taloro e piazza “Su nodu Mannu” fino alle scalette di via delle Concie.

L’11 maggio 1926, con la firma dell’ultima delibera del Consiglio comunale n. 307, si conclude il mandato del sindaco Pietro Costantino Marcello, che riprenderà a tempo pieno la sua attività artigiana di falegname, e inizia l’epoca del podestà. Anche a Olzai, entra in vigore la Legge n. 237 del 4 febbraio 1926 che aboliva le elezioni comunali e sopprimeva tutte le funzioni precedentemente svolte dal sindaco, Giunta e Consiglio comunale.

L’arrivo del podestà Efisio Mesina: la fognatura con lo scarico nel rio Bìsine

Il 27 maggio 1926, il dottor Efisio Mesina firma la sua prima delibera, delegando la supplenza delle funzioni podestarili al «Nobile Cardia Don Giuseppe fu Sisinnio, possidente di questo Comune e di anni sessantanove quale persona di specchiata probità, e coltura non comune».

Avendo svolto per lungo tempo la professione di medico chirurgo, il podestà Mesina non poteva trascurare la salute dei suoi concittadini ancora tormentati dalla malaria.

E allora, «vista l’assoluta necessità della costruzione di una fognatura nell’area dell’abitato non solo per riguardo all’igiene ma principalmente perché si raccolgano le acque che dovranno emanare dalle fontanelle dopo la costruzione dell’acquedotto, di prossimo appalto» e ritenuto che «l’urgenza di tali opere è basata non solo sulla costruzione dell’acquedotto ma altresì, e più, nella attuale e continuativa costruzione dell’arginamento del rio Bìsine in cui dovrà sboccare la fogna», con delibera n. 6 del 10 giugno 1926, decide di inoltrare una domanda al Provveditorato delle Opere pubbliche della Sardegna per «la costruzione nell’area del Comune di Olzai di una fognatura che abbia lo sbocco lungo il rio Bìsine». All’epoca i depuratori non erano certo di moda!...

È comunque evidente che, alla fine del mese di maggio del 1926, il cantiere dei lavori dell’arginamento risultava ancora aperto.

Estate 1926: conclusione dei lavori dell’arginamento e il progetto dei pubblici lavatoi «coperti»

Il 7 agosto 1926, il podestà Mesina, mentre istituisce nel Comune di Olzai la IV e V elementare con la nomina di due maestri, riprende in mano la deliberazione del Consiglio comunale n. 248 del 1° febbraio 1924 che riguardava il progetto dei lavatoi pubblici. E considerato «che coll’arginamento del Rio Bìsine verrà a mancare totalmente alle famiglie del paese la possibilità di lavare la biancheria domestica nelle acque del detto ruscello che scorre entro l’abitato» e che «per la scarsezza o mancanza totale di tale acqua, l’intera popolazione trovasi costretta a servirsi per la lavatura dei panni nelle acque inquinate dei pozzi e dei rigagnoli che scorrono in prossimità dell’abitato e che costituiscono fonte e veicolo delle malattie infettive che funestano permanentemente questo paese, specialmente durante la stagione estiva», con delibera n. 28/1926 decide di «costruire nel Comune due pubblici lavatoi coperti nelle località denominate Su Ponte Susu e Su Ponte de Serrone oppure in quelle località ove il Genio Civile crederà più opportuno».

 I lavatoi all’aperto nei ruscelli del popolato di Olzai

Nonostante la deliberazione n. 28/1926 del podestà Mesina, non si hanno notizie nè di progetti, né della costruzione di pubblici lavatoi «coperti», anche perché non fu conferito alcun incarico, come riferiva l’ingegnere Antonio Forteleoni di Luras (1873-1942) con una lettera inviata al Comune di Olzai il 7 maggio 1928.

Vero invece che, anche negli anni successivi la canalizzazione del rio Bìsine nell’arginamento e, addirittura, sino alla prima metà degli anni Settanta, le massaie di Olzai utilizzavano diversi lavatoi all’aperto.

Secondo la testimonianza della signora Maria Grazia Lunesu, classe 1936 – resa il 12 ottobre 2014 all’attuale archivista del Comune Ilenia Carta – i lavatoi all’aperto più frequentati si trovavano “in su rivu de zia Clara” (a valle dell’attuale ponte di “Nigorio”), “in su riveddu de Isazzai”, vicino al rione di “Conca de Mussa” e, più a valle, “in su riveddu de Ogozzi”; ma anche “in su rivu de Sant’Antoni a Luhunniri”, “in su rivu de Malamureddu” e, infine, “in su ‘Aminu ‘e su rivu”: il ruscello che scorre sotto il ponte di Elisèa e l’attuale via Eleonora d’Arborea.

Ma l’acqua più abbondante e pulita per lavare coperte, lenzuola e tovaglie si trovava vicino alla campagna di “Laro”, precisamente nel mulino di “Omeddai” degli eredi del signor Antonio Satta (1849-1919) dove scorreva il fiume Taloro prima della costruzione della diga.

Prima dell’alluvione del 1921, il bucato si poteva lavare anche a “Su ponte de susu”, nell’orto di “Torevadda” (dal nome del rettore Giovanni Fadda, parroco di Olzai dal 1681 al 1700), ovvero nella deviazione del ruscello che, a metà dell’Ottocento, alimentava un mulino idraulico di proprietà di un certo Satta.

Sino alla completa realizzazione delle reti idriche e fognarie urbane e all’arrivo ad Olzai delle moderne lavatrici “Candy” e “Zoppas”, l’esigenza di poter utilizzare dei lavatoi pubblici era molto sentita dalla popolazione. Un’esigenza che ha impegnato l’amministrazione comunale sino a quarant'anni fa.

La questione del lavaggio della biancheria domestica aveva sicuramente infuocato il mandato amministrativo del sindaco professor Aurelio Satta (1919-1974) quando, nell’estate del 1954, si ritrovò il municipio occupato da «un gruppo di circa quaranta donne» e, sulla scrivania, una petizione firmata da numerose massaie del rione “S’Arreconza” contro uno dei proprietari dei fondi rustici confinanti il rio “Malamureddu”. Costui, sostenuto dal brigadiere dei Carabinieri (certo Di Placido), voleva impedire l’accesso e l’uso pubblico delle acque del ruscello, minacciando di «sobillare la popolazione».

La vicenda assunse «aspetti sempre più spiacevoli». Ma, dopo gli opportuni accertamenti d’ufficio e anche per comprensibili ragioni d’igiene e di ordine pubblico, il 16 luglio 1954 il sindaco Satta firmò un’ordinanza per garantire il libero accesso al rio “Malamureddu” e l’uso delle acque del medesimo ruscello «per lavare indumenti», riconoscendo così i diritti acquisiti e le ragioni delle agguerrite casalinghe di  “S’Arreconza”.

Il podestà istituisce la figura del “sorvegliante” dell’arginamento

Alla fine del 1926, i lavori del nuovo arginamento sembrano conclusi. Il giorno di San Silvestro dello stesso anno, nel municipio di Olzai non si parla più di continuazione dei lavori o progetti di completamento dell’arginamento, ma della sua manutenzione, pulizia e sorveglianza.

E infatti, con delibera n. 74/1926, il podestà Efisio Mesina «visto gli abusi che commettono lungo la riviera dell’arginamento del Rio Bìsine, tanto all’esterno lungo gli argini quanto all’interno, colle immondezze. Considerato che l’obbligo di provvedere alla sorveglianza, per la manutenzione dell’opera, è riservata a questa Amministrazione comunale», delibera «la nomina di un sorvegliante nella persona del concorrente Mameli Giovanni Antonio [1895-1981] di questo Comune».

Dietro il compenso annuale di 600 lire, il sorvegliante aveva l’obbligo di provvedere alla «pulizia interna dell’arginamento consistente sul rimuovere pietre e immondezze… così pure alla rimozione della sabbia quando questa possa ostacolare e formare, lungo i pozzetti, depositi di acqua non corrente e alla sorveglianza della parte esterna, affinché alla distanza di metri 3,50 dalla muratura non vi siano materiali di ingombro di qualunque natura». L’incaricato era «tenuto anche alla sorveglianza e pulizia degli scoli dell’acqua, in numero di tre, lungo l’argine e questo fino a quando non siano eseguiti i lavori di fognatura».

Il 2 gennaio 1927 viene istituita la provincia di Nuoro con Regio Decreto Legge n. 1/1927 e il successivo 23 febbraio finisce l’incarico del podestà Efisio Mesina. In municipio arriva il commissario prefettizio Pasquale Bussalai.

 Il nuovo “sorvegliante” dell’arginamento: lo straordinario dipendente comunale Filippo Nuvoli, uno dei leggendari “Ragazzi del ‘99”

A seguito della revoca dell’incarico al signor Giovanni Antonio Mameli, il 4 luglio 1927 il commissario Bussalai affida il servizio di sorveglianza dell’arginamento al messo comunale Filippo Nuvoli (1899-1979), con un compenso aggiuntivo di 200 lire annuali.

Il signor Filippo Nuvoli – per tutti “ziu Silippu” – è stato uno dei dipendenti “tuttofare” più fedeli e stimati della storia del municipio di Olzai, e pertanto più che meritevole di un ricordo, ricorrendo, quest'anno, il centenario dello scoppio della prima Guerra Mondiale.

Era, infatti, uno dei 265 mila leggendari “Ragazzi del ‘99”, l’ultima leva dei giovani soldati italiani della classe 1899, arruolati nell’Esercito dopo la disfatta di Caporetto e schierati nelle trincee della Grande Guerra. Figlio del cantoniere Francesco Nuvoli di Mores e dell’olzaese Anna Maria Madeddu, Filippo Nuvoli era nato nel rione “Su Puzzu” il 3 settembre 1899. Rientrò a casa con una mutilazione e, per lungo tempo, fu presidente della locale associazione degli invalidi e mutilati di Guerra.

Il 1° gennaio 1926, all’età di 27 anni, era stato assunto in via provvisoria alle dipendenze del Comune di Olzai con la qualifica di inserviente, messo comunale, vigile urbano e altri incarichi. Nel 1929 era stato inserito nella pianta stabile del municipio, svolgendo innumerevoli servizi.

Nel marzo del 1930 venne nominato anche “Agente Daziario” per la riscossione delle imposte di consumo e il controllo degli esercizi pubblici e bevande alcooliche, vini e carni introdotte anche dai privati nel territorio comunale. L’anno successivo, si sposò con la signora Paolica Morisano (1905-1991), dalla quale avrà sette figli.

Nell’estate 1936, quando ancora non esistevano i servizi sociali comunali, svolse persino le funzioni di «accompagnatore» dei bambini di Olzai alle «Colonie estive del Partito», dietro un rimborso delle spese di viaggio, da lui stesso anticipate, di 149,20 lire.

All’epoca non funzionavano le corriere postali, e allora “ziu Silippu” assunse gratuitamente anche il ruolo di fattorino – portalettere. E per questo servizio di primaria importanza, nell’ottobre del 1935, il podestà Giovanni Giuseppe Dore (1886-1950) decise di premiare il dipendente con l’assegnazione di un sussidio straordinario di 300 lire. Senza mai lamentarsi, andava a piedi a ritirare la corrispondenza fino al bivio di “Badu ‘e Orani”, a 7 km dall’abitato, nonostante i gravi postumi di deambulazione riportati dalla guerra. Solo per il trasporto dei pacchi più pesanti e voluminosi, utilizzava saltuariamente un mulo del signor Giovanni Raimondo Meloni (1891-1958).

Nella primavera del 1938 – per due settimane, percorrendo a cavallo un itinerario giornaliero di 30 km insieme al compaesano Antonio Moro (1896-1974) – eseguì il controllo del «bestiame armentizio», ricevendo un compenso di 150 lire. Sempre per la riscossione delle imposte sul bestiame, nel 1941 e 1944, eseguì «diligenti ed accurate indagini» per il controllo del «bestiame forestiero proveniente da altri comuni» arricchendo la cassa del comune di «un gettito notevolmente maggiore delle annate precedenti».

Dalle quotidiane maratone sino “Badu ‘e Orani” per ritirare la corrispondenza, alle pericolose perlustrazioni a cavallo negli ovili e campagne olzaesi –  evocando quasi i leggendari sceriffi del Far West –, nel 1944 Filippo Nuvoli passa a mansioni di scrivania e, in particolare, quelle di «copista» sino all’anno 1952.
Pur remunerato solo con lo stipendio di «scrivano», svolgeva anche funzioni di dattilografo e segretario della scuola «sin dalla data di istituzione delle scuole di avviamento»: 1° ottobre 1960. Per questi motivi, il 21 novembre 1964, venne «promosso d’ufficio al posto di Segretario Dattilografo della Scuola Media» dall’Amministrazione comunale guidata dal compianto sindaco Ignazio Falconi (1925-1968).

Durante il lungo servizio prestato alle dipendenze del Comune di Olzai, Filippo Nuvoli non aveva «mai chiesto né usufruito al diritto del mese di ferie annuali, tanto era ed è il suo attaccamento al lavoro ed al desiderio di dare al bilancio del comune una economia, per non assumersi personale straordinario», come evidenziato nella delibera del Consiglio n. 28/1964 relativa alla promozione d’ufficio del dipendente «per provato merito».

Dopo aver prestato la sua opera «in maniera lodevole e soddisfacente, dal giorno della sua prima assunzione» e con «la massima riconoscenza espressa dalla popolazione tutta che da tutte le Amministrazioni che si sono succedute», il signor Filippo Nuvoli fu collocato a riposo il 1 maggio 1965 dopo 39 anni di encomiabile servizio.


SESTA PUNTATA

Il «Lungotevere Bìsine»

L’arginamento nel rio Bìsine è stato edificato in due anni e tre mesi: dal 1° maggio 1924 al 25 luglio 1926. Agli atti del Comune di Olzai, non risultano cerimonie di collaudo o d’inaugurazione dell’opera pubblica attesa da trent’anni dalla popolazione e dai medici del paese. Nessun discorso ufficiale o cerimonie solenni.

E allora, possiamo solo immaginare la soddisfazione dell’avvocato Tito Livio Mesina, estensore del disegno di “Legge per Olzai” del 1922. Soddisfazione senz’altro condivisa da suo zio don Giuseppe Cardia, consigliere e assessore comunale per lungo tempo, sindaco per tre settimane durante l’estate del 1914 ma, soprattutto, uno dei più convinti sostenitori della costruzione di un argine nel rio Bìsine sin dall’anno 1899.

Probabilmente, il più soddisfatto doveva essere l’ex sindaco Pietro Costantino Marcello, insieme ai suoi intraprendenti assessori e consiglieri che, dopo l’alluvione del 1921, avevano gestito con caparbietà e oculatezza la fase dell’emergenza, ottenendo direttamente dallo Stato le risorse finanziarie per la costruzione dell’arginamento e altri contributi per la realizzazione di importanti opere pubbliche.

È pertanto opportuno ricordare gli altri lungimiranti amministratori, che dopo le elezioni dell’autunno 1920 «portarono un soffio di rinnovamento e di entusiasmo nell’aula municipale [Francesco Dore, 1938]»:

Luigi Atzori, don Giuseppe Cardia, capitano Sebastiano Curreli (sindaco dal 4 dicembre 1920 al 19 settembre 1921); avvocato Giovanni Maria Dore (eletto sindaco nel novembre 1920, rinunciò all’incarico poiché non residente nel paese natio); don Gavino Guiso-Melis (assessore), Pietro Mameli, Tomaso Mameli (assessore supplente), Giuseppe Marchi, noto “Peppino” (assessore), Giovanni Battista Marras, Francesco Mattu, Giovanni Maria Murgia (assessore supplente), Antonio Nioi, Giovanni Maria Nonnis e Francesco Soro.

Per la costruzione dell’arginamento nel rio Bìsine, non mancò l’apprezzamento del battagliero avvocato ed ex consigliere comunale Giovanni Maria Dore. Ecco un suo commento, pubblicato nel ‘36 dal settimanale diocesano L’Ortobene:

«… Venne però eseguito l’arginamento del rio Bìsine sotto la direzione dell’ingegner capo del Genio civile di Sassari, ed il lavoro è riuscito un’opera veramente bella. Se il Genio civile, ispirandosi a criteri gretti di economia malintesa, avesse eseguito una arginatura meno ampia e meno solida, probabilmente a quest’ora il Provveditorato di Cagliari avrebbe dovuto rifare gli argini, perché un nuovo fortunale scatenatosi qualche anno fa, minacciava di rinnovare i danni prodotti dalla precedente alluvione. Sia dunque lode all’ingegner Pier Luigi Carloni che con la sua oculatezza, previdenza e sapiente direzione dei lavori, ha acquistato diritto alla nostra riconoscenza perpetua».

 

Un «Lungotevere Bìsine»: il commento del dottor Francesco Dore

L’arginamento nel rio Bìsine poteva alleviare ma non certo risolvere il problema della malaria. Ciò nonostante, anche i medici olzaesi rimasero stupiti delle «dimensioni veramente grandiose» della nuova opera. Primo fra tutti, il dottor Francesco Dore, medico chirurgo, giornalista, ex deputato dal novembre 1913 all’aprile del 1921, rientrato definitivamente nel suo paese natale alla fine degli anni Trenta dopo un lungo soggiorno a Roma. Nel 1940, sempre nel settimanale L’Ortobene, il fratello maggiore dell’avvocato Giovanni Maria scriveva:

«… Oggi Olzai ha un tipo d’arginamento che potrebbe essere chiamato un Lungotevere Bìsine quale non si trova in nessun altro comune della Sardegna. La sua costruzione è stata tecnicamente perfetta; ma non è stata felice la sistemazione dei viali laterali. Se fosse stato accolto il disegno caldeggiato dal compianto avvocato Giovanni Dore a fianco dell’arginamento sarebbero sorti a sinistra, un grande viale alberato, e a destra un magnifico parco-giardino con splendide scarpate, quali non si hanno neppure nelle nostre maggiori città. Sarebbe stata un’opera che avrebbe dato all’edilizia panoramica olzaese un primato artistico di eccezionale valore. L’opera è costata un milione e 200 mila lire: ma, a giudicare coi criteri costruttivi di oggi, non le si potrebbe attribuire un costo inferiore ai due milioni».

Dunque, l’arginamento nel rio Bìsine – costruito per difendere l’abitato dalle alluvioni e migliorare le condizioni igienico sanitarie – aveva rivoluzionato anche la viabilità e lo sviluppo urbanistico del villaggio di Olzai, sempre diviso in due grandi rioni, ma con due nuovi viali.

Ma riprendiamo il nostro racconto della storia del municipio dal mese di febbraio del 1927, per documentare le altre opere di bonifica dell’abitato e di ricostruzione previste dalla “Legge per Olzai” e ricordare altri importanti atti amministrativi che hanno segnato quell’epoca.

COMUNE DI OLZAI. Il progetto della sistemazione della piazza del Municipio, 1924 (rip. as. Kérylos)

 Febbraio 1927: la sistemazione del municipio, con la nuova «Piazza dei Caduti della Guerra Nazionale»

La residenza municipale – costruita nel 1885 «con disegno dell’Ingegnere Angelo Marogna, che ne dirigeva pure i lavori [Pietro Meloni Satta, 1911]» – ospitava all’epoca anche le due scuole maschile e femminile e l’ufficio di Conciliatura.

Al mese di marzo del 1922 risale una raccolta di offerte per la realizzazione di un monumento dedicato ai “Caduti in Guerra”, con l’assegnazione di un contributo del Comune di 150 lire.

Con una solenne cerimonia del successivo 19 dicembre, sulla facciata del municipio venne posata  la lapide marmorea dedicata al professor Pietro Meloni Satta, scomparso a Cagliari il 24 marzo 1922.

Questa lapide è stata una delle ultime opere realizzate dal celebre scultore Giuseppe Maria Sartorio (1854-1922): “Il Michelangelo dei morti”, che aveva le sue botteghe a Roma, Torino, Cagliari e Sassari dove, nel 1899, realizzò il monumento dedicato a Vittorio Emanuele II di Savoia per la Piazza d’Italia.

Il «medaglione» con il ritratto del professor Meloni Satta, costato 1.200 lire, era stato spedito dalla stazione di Oniferi a Olzai il 12 settembre 1922 e consegnato al presidente del comitato promotore dottor Efisio Mesina. Dopo l’avvenuta consegna della lapide, il successivo 20 settembre il maestro dell’arte scultorea funebre scompariva misteriosamente nel piroscafo «Tocra», durante la traversata Olbia-Civitavecchia e il suo corpo non è mai stato ritrovato.

COMUNE DI OLZAI. Studio del medaglione marmoreo in ricordo del prof. Pietro Meloni Satta, una delle ultime opere dello scultore Giuseppe Maria Sartorio, 1922 (archivio biblioteca P. M. Satta)

***

 L’arrivo del nuovo commissario prefettizio Pasquale Bussalai, coincide con l’inizio dei lavori di sistemazione del piazzale del municipio.

Il cantiere fu aperto il 25 febbraio del 1927, ma il progetto risale all’anno 1924 durante la gestione del sindaco Pietro Costantino Marcello. Poi, come abbiamo visto nella precedente puntata, i documenti furono deplorevolmente smarriti negli uffici della Prefettura di Sassari.

Come riportato nella delibera del Consiglio comunale del 23 aprile 1922, la piccola piazza del municipio era intanto diventata un «focolaio permanente di fetide esalazioni e malattie infettive», a causa del mancato deflusso delle acque piovane.

Con una superficie di appena 200 mq, era accessibile esclusivamente «per mezzo di due scalette laterali molto incomode», quella principale quasi di fronte all’ingresso del campanile della chiesa parrocchiale. Per sviluppare la sua superficie a 370 mq, consentire lo scolo delle acque piovane e allargare la carreggiata nel corso Vittorio Emanuele, vennero espropriati tre casolari dei signori Pasquale Moro-Mattu (1869-1946), don Gavino Guiso-Melis (1870-1944) e Maria Felicita Dore-Tola (1862-1928), come evidenziato nella planimetra.

Il costo complessivo dell’appalto, pari a 48.000 lire, comprendeva anche l’edificazione dei muri di sostegno e parapetti, l’installazione di un elegante cancello nell’ingresso del «giardinetto», lo spostamento del monumento ai Caduti in Guerra dall’angolo di fronte alle scalette di accesso al centro della piazza, la realizzazione della pavimentazione con l’impiego di «lastre di granito, con cui si può avere un lavoro elegante, igienico e di lunghissima durata», come riportato nei disegni e nella relazione tecnica firmata il 6 giugno 1924 dal progettista e direttore dei lavori l’ingegner Antonio Forteleoni.

Il 6 luglio 1927, il commissario prefettizio Bussalai «considerato che svolgono a compimento i lavori di sistemazione della pubblica piazza di questo Comune, ideati ed eseguiti sotto gli auspici e col favore del Governo, allo scopo di dare una degna sede al monumento per i soldati caduti nella Guerra Nazionale. Che saranno prossimamente iniziati i lavori di costruzione del viale lungo gli argini del Rio Bìsine fatti eseguire dal Governo per risanare il paese dalla malaria. Che queste opere per le quali questa popolazione dovrà riconoscenza imperitura ai governanti, non potranno essere intitolate più degnamente che alla memoria degli eroi caduti nella Guerra Nazionale ed all’avvenimento più grandioso che ricordino le storie, che coronò le aspirazioni, gli sforzi, le lotte sostenute dal popolo per radunare le membra sparse della grande patria italiana. Delibera di dare alla piazza municipale il titolo di “Piazza dei Caduti della Guerra Nazionale” ed alla via dell’arginamento il titolo: “Viale Vittorio Veneto”». Ma questa delibera non avrà alcun effetto sulla toponomastica comunale, come vedremo nelle prossime puntate.

La sistemazione della piazza del municipio venne eseguita in dieci mesi dalla ditta Davoli Manfredi e il cantiere venne chiuso il 30 dicembre del 1927, come riportato nella citata «Relazione sulle opere pubbliche nella Provincia di Nuoro». E anche per questi lavori, inseriti fra le «Opere di consolidamento frane e alluvioni», furono utilizzati i fondi previsti dalla Legge n. 1214/1922 con l’approvazione del Genio Civile della provincia di Sassari.

Contemporaneamente, nell’autunno del 1927, il commissario Bussalai aveva autorizzato l’esecuzione di lavori urgenti di manutenzione del tetto e restauri della facciata del municipio, utilizzando risorse del bilancio comunale.

 

OLZAI. L’avvocato Francesco Murgia, primo a sinistra, con alcuni parenti nella fontana “Su ‘Antaru”, estate 1932 (collezione fam. Zardi-Guiso). A destra: Comune di Olzai, Carta d’identità firmata dal podestà Francesco Murgia e rilasciata al signor “Peppino” Marchi il 4 marzo 1928 (collezione fam. Guiso-Marchi – riproduzione: associazione Kérylos)

 

1927-1929: il podestà Francesco Murgia autorizza la vendita delle aree edificabili adiacenti l’arginamento

Il 21 luglio 1927 finisce il mandato del commissario “forestiero” Bussalai. In municipio arriva un olzaese doc: il promettente studente universitario Francesco Murgia (1903-1998), futuro avvocato penalista e principe del Foro di Nuoro, deputato dell’Assemblea Costituente, parlamentare per tre legislature consecutive (dall’8 maggio 1948 al 15 maggio 1963), con 18 progetti di legge presentati e 65 interventi a favore del progresso socio-economico della Sardegna, nonché promotore di alcune modifiche del codice penale come componente delle commissioni Giustizia e Difesa.

Il 12 dicembre 1927, il ventiquattrenne podestà “Zicu” Murgia delibera: «considerato che sono state inoltrate a questo ufficio diverse domande per concessione di area pubblica a scopo edilizio nell’interno dell’abitato e precisamente lungo la via destra e sinistra dell’arginamento del Rio Bìsine, ove non sorgono che scarse costruzioni. Ritenuto che la vendita dell’area richiesta, adibita esclusivamente a letamaio, presenterebbe un grandissimo vantaggio dal lato igienico eliminando la causa permanente di diverse epidemie che potrebbero eventualmente svilupparsi e che la costruzione di nuove case migliorerebbe considerevolmente l’estetica del viale suddetto, ove, ripeto, non esistono attualmente che due o tre meschine abitazioni. Delibera la vendita, mediante perizia, in favore dei richiedenti».

Con un’altra delibera dell’11 febbraio 1928 – su richiesta della signora Maria Luigia Curreli (1900-1940, moglie del possidente e futuro podestà Giovanni Giuseppe Dore, 1886-1950) – “Zicu” Murgia decide di vendere al prezzo di 1.656 lire un «tratto di area pubblica a scopo edilizio sita in via Arginamento [l’attuale via Guglielmo Marconi] e precisamente confinante da un lato all’abitazione della sunnominata Curreli [in via Cavour] e dall’altro agli eredi Cardia Don Sisinnio [1815-1878, il nonno materno dell’avvocato Tito Livio Mesina]».

Il primo aprile 1928, «considerato che sono stati iniziati i lavori di costruzione della strada che va dall’abitato al cimitero [è l’attuale via Leonardo Da Vinci]; ritenuto che la strada dovrà fermarsi, secondo il contratto di appalto, nel lato inferiore del cimitero senza sbocco al vicino rione Vico Chiuso inaccessibile ai veicoli costretti a giungervi per altro senso per vie malagevoli e strettissime; considerato che le spese per l’allacciamento sarebbero, relativamente all’utilità e al beneficio che apporterebbero molto lievi: Delibera di chiedere all’Ill.mo Signor Provveditore alle Opere Pubbliche per la Sardegna l’allacciamento del Vico Chiuso e S. Barbara alla strada Arginamento».

Il vicolo chiuso, indicato nella delibera del podestà, era la stradina che collegava il sagrato della chiesa di Santa Barbara a “Su ‘Ampusantu Vezzu”.

Il 5 ottobre 1928 il podestà, dovendo sostenere «gli esami di laurea», delega provvisoriamente e per un mese l’incarico al capitano Sebastiano Curreli.

Il 28 giugno 1929, con delibera n. 29, il neo avvocato Murgia decide di vendere a certo signor Francesc’Angelo Curreli il terreno comunale “Su Ponte de Susu” della superficie di mq 125, «considerato che il terreno in parola è roccioso e di valore minimo, per quanto vicino all’abitato adibito abusivamente a letamaio».

Due settimane dopo, decide di aumentare a 1.200 lire il salario annuale del dipendente Filippo Nuvoli, per i servizi di guardia urbana e pulizia dell’arginamento.

***

 A sinistra: OLZAI. Il Monumento ai Caduti in Guerra, ante 1927 (foto Marchi – riproduzione associazione Kérylos). A destra: una macchina da scrivere portatile «Underwood», fine anni Venti (foto: da internet).

Altre delibere del podestà Francesco Murgia

Della gestione podestarile del futuro Costituente, ricordiamo la delibera n. 3 datata 11 febbraio 1928, con la quale stabiliva «tre giornate di lavoro obbligatorio gratuito per tutti i cittadini, meno i mutilati di guerra e i poveri che abbiano superato cinquant’anni per le riparazioni delle strade e colmatura dei fossi» e «tutti i proprietari a mettere a disposizione del Comune tre giornate di carro a buoi e conducente».

Nella stessa data, “Zicu Murgia” deliberò la realizzazione del «Campo sportivo del Littorio vivamente sollecitato dalla popolazione». Per questo scopo, fu utilizzato un «terreno pianeggiante, a circa cento metri dall’abitato, dell’estensione di un ettaro». Era un’area confinante con la strada provinciale Olzai-Teti, a fianco dell’attuale market Taloro, concessa in affitto dal possidente Sebastiano Dore (1849-1938): “Su mastru Dore”. Fu così che nel campo di “Elisèa” si disputarono le prime partite di calcio. Ma questa è un’altra storia.

Grazie all’avvocato Murgia, nel municipio di Olzai arrivò la prima macchina da scrivere: una “Underwood” portatile, acquistata nell’aprile del 1928 al prezzo di 1.600 lire, rubata il 2 marzo 1929 e quindi riacquistata tre mesi dopo il clamoroso furto.

Infine, nel marzo 1928, il podestà Murgia decise l’acquisto di «13 divise per Balilla e 12 per Piccole Italiane al completo» per i bambini appartenenti alle «famiglie in disagiate condizioni economiche». Bambini che dovevano rappresentare il Comune di Olzai durante la visita nella provincia di Nuoro dell’onorevole Augusto Turati (1888-1955), segretario del Partito Nazionale Fascista.

Il 1° settembre 1929, finisce l’incarico podestarile dell’avvocato Francesco Murgia. In municipio ritorna un grande saggio, in qualità di commissario prefettizio: don Giuseppe Cardia.

***

Nella settima puntata, parleremo del cimitero di “Santa Rughe” danneggiato dall’alluvione e la costruzione del nuovo cimitero di “Lolea”, dell’ambulatorio antimalarico comunale, dei lavori di bonifica e raccolta delle acque meteoriche nel rio Bìsine e della mancata ricostruzione e abbandono dei mulini idraulici con l’arrivo a Olzai dei mulini “a gas povero” e dell’energia elettrica.

 


SETTIMA PUNTATA

Il nuovo cimitero di “Lolea”, l’ambulatorio antimalarico e il mulino di Dore & Virdis

OLZAI. Funerale del dottor Efisio Mesina, sagrato chiesa Santa Barbara 17 gennaio 1931. Si riconoscono, al centro in giacca e cravatta: Pietro Costantino Marcello e, alle sue spalle, Francesco Antonio Mameli. A destra, con la bandiera, Ignazio Guiso (riproduzione: associazione Kèrylos).

 OLZAI. Dopo l’arginamento, la costruzione del cimitero di “Lolea” è stata una delle opere più rilevanti di bonifica e risanamento igienico dell’abitato insieme ad altri lavori, non meno importanti, di raccolta e canalizzazione delle acque meteoriche nei quartieri alti del paese, realizzati durante la prima metà degli anni Trenta.

Costruito in piena epoca fascista e dopo lunghe peripezie amministrative, il nuovo cimitero di “Lolea” ha comportato l’archiviazione del progetto di ampliamento del camposanto di “Santa Rughe” e la sua definitiva chiusura alle sepolture. Poi il successivo abbandono e la demolizione del vecchio recinto sacro nel 1995 per far spazio ad una strada comunale. Una pagina della storia di Olzai che meriterebbe ulteriori approfondimenti.

In questa puntata, parleremo anche dell’ambulatorio antimalarico comunale, dell’abbandono del mulino della famiglia Cardia-Mesina e della mancata ricostruzione dei mulini idraulici distrutti dall’alluvione all’interno dell’abitato, con l’arrivo a Olzai del primo mulino a gas povero della ditta “Dore & Virdis”.

 

Il vecchio cimitero di “Santa Rughe”: la storia dal 1917 al 1932

L’idea di raddoppiare la superficie del piccolo cimitero di “Santa Rughe”, di appena mille metri quadrati, risale al 1917, come dimostrano gli elaborati firmati quell’anno dallo studio tecnico dell’ingegnere Luigi Mura - Floris di Nuoro.

Ma tutto cambia con l’alluvione del 10 settembre 1921. Quel giorno – a partire dalle ore 16 e in appena due ore – nelle campagne di “Sa ‘e ziu Boe” si forma un torrente che attraversa il rione di “Murui”. Da questo versante, l’acqua discende ancora con maggiore violenza fino al muro del cimitero aprendo una breccia di dieci metri nel lato nord e un’altra ancora più larga nel lato sud, per poi allagare i terreni di “Sa Mastr’Andria” e confluire nel rio Bìsine, nell’attuale piazza di Sant’Ignazio.

Il corrispondente della Nuova Sardegna, dopo aver visitato Olzai il giorno successivo all’alluvione, aveva scritto: «Non fu risparmiata neppure la sacra dimora dei morti: asportati i muri di nord e di sud; croci e qualche lapide infranta, parecchie fosse scoperte per 80 centimetri! Questo spettacolo agghiacciava il cuore».

Per questi motivi, lo stanziamento di 800 mila lire, previsto nell’art. 1 della Legge n. 1214/1922, comprendeva anche la «riparazione dei danni al cimitero di Olzai».

Il 4 settembre 1924, il Consiglio comunale deliberava una domanda di contributo di 15 mila lire per «eseguire i lavori di ingrandimento e di riparazione del cimitero» da inoltrare all’Ufficio Genio Civile, alla Prefettura e al Ministero dell’economia nazionale. Il 3 maggio 1925, il Consiglio rinnovava la richiesta, ma questa volta chiedeva l’aiuto del Ministero dei lavori pubblici e l’esecuzione diretta dei lavori da parte del Genio Civile.

Il 20 novembre 1925, il sindaco Marcello avviava le pratiche per l’espropriazione di alcuni terreni privati. Il 1° marzo 1926, il Comune sollecita le autorità per «l’immediata esecuzione dell’opera», avendo già stipulato una convenzione per la predisposizione del progetto di ampliamento e riparazione del cimitero.

Sennonché, il 21 marzo 1926 il Consiglio comunale è costretto ad abbandonare questo progetto, poiché i tecnici del Genio Civile avevano accertato che «il terreno nel quale dovrebbe estendersi l’ampliamento progettato, è coperto da banchi di rocce granitiche che richiederebbero ingenti spese per lavori di esecuzione ed estrazione».

COMUNE DI OLZAI. Progetto dell’ampliamento del cimitero di “Santa Rughe”, elaborato nel 1917 dallo studio tecnico dell’ingegnere Luigi Mura-Floris di Nuoro (riproduzione: associazione Kérylos).

A questo punto, per ragioni economiche, ma anche per rispettare le leggi di polizia mortuaria, l’assemblea presieduta dal sindaco Marcello decide all’unanimità dei voti «di costruire nel comune un cimitero nuovo, in  una delle aree adattabili alla scopo che saranno indicate dalla Giunta Comunale, in varie località prossime all’abitato quali le regioni di Lolea, Biriai, Gheddesai ecc. perché l’ufficio del Genio Civile e la Commissione tecnico Sanitaria possano eseguire la scelta».

Rimaneva il problema della riparazione del vecchio cimitero, con venticinque metri di muri di recinzione gravemente lesionati dall’alluvione. E poiché nell’area sacra trovavano libero «accesso le bestie e le persone», con delibera del 23 giugno 1926, il podestà Efisio Mesina «in vista delle difficoltà che si frappongono alla riparazione dei danni del cimitero cagionati «dall’uragano» del settembre 1921, delibera «che la riparazione dei danni del Cimitero sia affidata al Corpo Reale del Genio Civile di Sassari con speciale raccomandazione che tale opera sia dichiarata d’urgenza».

Il 18 luglio 1926, il dottor Mesina – forse non pienamente convinto della scelta operata quattro mesi prima dal sindaco Marcello e dal Consiglio comunale – scrive al Provveditorato delle opere pubbliche per la Sardegna dichiarando di rinunciare all’ampliamento del vecchio cimitero, ma generando qualche equivoco per la pratica di costruzione del nuovo camposanto.

La questione coinvolge anche il prefetto di Sassari, l’avvocato Michele De Tura che, il successivo 28 luglio, invia questa lettera perentoria al podestà di Olzai:

«La Commissione Sanitaria insiste per la costruzione di un nuovo cimitero in codesto Comune, dichiarando il vecchio pregiudizievole alla salute pubblica. Non è pertanto da fare altro che uniformarsi a quanto è stato ritenuto dalla competente Commissione. All’uopo V.S. vorrà deliberare subito affidando l’esecuzione della nuova opera al Provveditorato alle Opere Pubbliche in base all’art. 5 del Regio Decreto Legge 6 novembre 1924, n. 1931.

In attesa della costruzione del nuovo cimitero il vecchio potrà essere riparato, per quanto sia strettamente necessario, coi fondi messi a disposizione dal Ministero dei Lavori Pubblici. Appena il nuovo cimitero sarà inaugurato il vecchio verrà chiuso e conservato finché con le dovute forme non ne sarà decretata la soppressione, che, a ogni modo, non potrà avvenire se non passati 10 anni dall’ultima inumazione. Si avverte poi che la deliberazione che V.S. vorrà adottare e spedire allo scrivente entro il giorno 5 del p.v. mese di agosto dovrà essere conforme al modello annesso alla circolare prefettizia 6 gennaio corrente anno n. 383».

Dopo aver lasciato la carica di podestà nel febbraio del 1927, all’alba del 15 gennaio 1931 muore, a 88 anni, il dottor Efisio Mesina, già medico «della condotta dei poveri» di Olzai, ufficiale sanitario nel 1891 e addetto alla tenuta e distributore dell’armadio farmaceutico» sino al 31 dicembre 1923, nonché principale promotore, fondatore nel 1903 e presidente della società per la mutua assicurazione del bestiame. Con lui scompare un innovatore, uno dei principali protagonisti del progresso civile ed economico del paese di Olzai a cavallo tra l’800 e il ‘900.

Sabato 17 gennaio 1931, si svolgono i solenni funerali con una straordinaria partecipazione di popolo, autorità e una marea di forestieri provenienti dai paesi del circondario. Soprattutto dal paese di Mamoiada, dove vivevano i parenti della famiglia Cardia e da Nuoro, la città dov’era nato il figlio dell’avvocato Salvatore Mesina e Mariantonia Soggiu.

La salma del dottor Efisio Mesina viene tumulata nel vecchio cimitero di “Santa Rughe” e, dopo l’arrivo a Olzai della congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane, sarà traslata nella tomba monumentale di famiglia del nuovo cimitero di “Lolea”.

 OLZAI. Il cimitero di “Lolea”, durante l’eccezionale nevicata del 17 dicembre 2007. A destra, la tomba monumentale della nobile famiglia Cardia - Mesina (© foto: Giangavino Murgia)

 

1928 – 1932: la costruzione del nuovo cimitero di “Lolea”

A seguito della scelta dell’area di “Lolea”, il 25 aprile 1928 l’Ispettorato superiore del Genio civile di Nuoro approva il progetto redatto dall’ingegner Antonio Forteleoni per la realizzazione del nuovo cimitero, con fondi a carico dello Stato ai sensi del Regio Decreto n. 1931/1924, per l’importo di 132.000 lire. La capacità di inumazione prevista era di 540 salme, in un’area recintata di 2.360 metri quadrati.

Il contratto con l’impresa appaltante di Giuseppe Putzu viene stipulato il 18 ottobre 1928. Dopo alcune perizie suppletive e proroghe, i lavori iniziano il 7 febbraio 1930, poi sospesi dal 15 settembre 1930 al 4 luglio 1931.

Per la realizzazione dell’opera arrivano a Olzai alcuni operai di Mamoiada, creando un «generale malcontento nelle famiglie dei poveri braccianti che non trovano mezzo di trovare il sostentamento della famiglia». Così scriveva il 3 agosto 1931 il podestà don Giuseppe Cardia, con una infuocata lettera di protesta indirizzata al Genio Civile di Nuoro per sollecitare la conclusione dei lavori, evitando ulteriori interruzioni «per dar modo di occupare i braccianti di questo comune che si trovano in uno stato di completa miserabilità».

Il successivo 14 settembre, don Giuseppe Cardia presenta le dimissioni «essendosi aggravate le sue condizioni fisiche», incaricando provvisoriamente il commissario prefettizio Sebastiano Mameli (1879-1966), ex consigliere comunale (l’incarico podestarile sarà poi ripreso dal nobile Cardia e tenuto sino all’8 marzo 1932).

Con una «raccomandata urgentissima» del 25 ottobre 1931, il Prefetto di Nuoro dottor Michele Chiaramonte chiede al podestà di provvedere – d’accordo col segretario del Fascio e alle autorità locali e organizzazioni combattentistiche e sindacali – «all’inaugurazione, nella ricorrenza del 28 Ottobre delle opere pubbliche compiute dal Regime durante l’IX dell’Epoca Fascista», indicando fra queste opere il costruendo cimitero di “Lolea” e precisando che «la cerimonia dovrà svolgersi come negli anni scorsi in forma solenne ed austera».

In realtà, in occasione del IX anniversario della Marcia su Roma, non si poteva organizzare alcuna cerimonia d’inaugurazione del cimitero poiché, alla data del 28 ottobre 1931, il cantiere era ancora aperto ed erano in corso dei lavori suppletivi con quota spese a carico del Comune di lire 19.350, come riportato nella delibera del podestà Cardia n. 46 del precedente 18 ottobre.

Il 26 giugno 1932 il nuovo podestà Sebastiano Curreli  invia una lettera all’ingegnere capo del Genio Civile di Nuoro per sollecitare «la consegna del nuovo cimitero, poiché nell’attuale, per adempiere ad ogni prescrizione di legge, torna molto difficile sia la tenuta dei registri di inumazione che ogni altra disposizione di polizia mortuaria». Il successivo 5 agosto avviene la consegna provvisoria al Comune.

Il 18 ottobre 1932, dopo la sepoltura dell’infante Caterina Moro - Zanni, si chiude per sempre il cancello del vecchio cimitero di “Santa Rughe”. Il successivo 6 novembre, con il funerale del neonato Luigino Moro - Stocchino iniziano le tumulazioni nel nuovo cimitero di “Lolea”. Così, nella memoria degli olzaesi, è rimasto il detto “Moro ha chiuso, Moro ha aperto….”.

Il verbale di collaudo finale dei lavori del cimitero di “Lolea”, sarà firmato il 20 novembre 1934 dal podestà capitano Sebastiano Curreli, dal direttore dei lavori geometra Gavino Ricci e dall’appaltatore Giuseppe Putzu.

 Il dottor Giovanni Dore Tola (1871-1936), medico condotto di Olzai. A destra, un armadio farmaceutico del primo Novecento (riproduzione: associazione Kérylos)

Anni Trenta: il podestà Cardia apre l’ambulatorio antimalarico comunale

Negli anni Trenta, nonostante la raccolta della acque del rio Bìsine nell’arginamento, la malaria continua ad imperversare nel territorio del Comune di Olzai.

Il 18 maggio 1930 il podestà don Giuseppe Cardia approva il regolamento per il funzionamento dell’ambulatorio antimalarico, gestito dal Comune con cure gratuite per tutti gli abitanti, sotto la direzione del dottor Giovanni Dore Tola (1871-1936), già medico condotto del paese dal 5 marzo 1927.

Al 15 febbraio 1931 risale la delibera per l’acquisto di un armadio farmaceutico, con l’incarico per la preparazione dell’elenco dei medicinali affidato al dottor Raimondo Cichi (1901-1967), farmacista di Gavoi.

Nel 1934 si costituisce un Comitato provinciale antimalarico e il comune versa un contributo obbligatorio di quasi 300 lire per il suo funzionamento.

 OLZAI. Il mulino idraulico nel rio Bìsine. A sinistra nel 1977, prima del restauro. A destra: durante una nevicata del febbraio 2005 (© foto: Giangavino Murgia)

La mancata ricostruzione dei mulini idraulici nell’abitato di Olzai

L’articolo 5 della Legge n. 1214/1922, prevedeva dei sussidi a favore dei proprietari di fabbricati rustici e molini idraulici danneggiati o spazzati via dall’alluvione del 1921 nei comuni di Gavoi, Ollolai e Olzai. Con lo stesso provvedimento, era stato promesso uno stanziamento di 300 mila lire tramite il Ministero dell’agricoltura, mentre la Prefettura di Sassari era stata incaricata ad emettere gli ordini di pagamento a favore degli eventuali beneficiari.

Ma nel municipio di Olzai, non si trovano documenti inerenti l’erogazione di sussidi per la ricostruzione dei tre mulini idraulici distrutti all’interno dell’abitato durante l’alluvione del 10 settembre 1921 (erano dodici nel 1857; undici nel 1872-1875 e sette nel 1911).

Nonostante le notevoli disponibilità finanziarie dei suoi proprietari e la possibilità di ottenere un sussidio dallo Stato, non si conoscono neanche i motivi della mancata riparazione del mulino appartenente alla famiglia Cardia-Mesina (“Su mulinu Vezzu”), in parte sepolto dalle frane durante il nubifragio.

Probabilmente, l’impianto molitorio non era più conveniente e poi necessitava di una costante e sempre più dispendiosa sorveglianza, isolato com’era in aperta campagna. Oppure, il dottor Efisio Mesina sperava ancora di ottenere i contributi richiesti nel 1910 dalla società di Mutuo Soccorso di Olzai al Ministero dell’agricoltura per l’acquisto di un mulino a gas povero, insieme ad altri macchinari per rigenerare la stagnante economia locale e soprattutto le attività agro pastorali.

La mancata ricostruzione dei mulini idraulici all’interno dell’abitato, era invece dovuta alle caratteristiche costruttive del nuovo arginamento. Considerata l’altezza notevole degli argini (nei punti più alti arriva a quasi sei metri), risultava complicato catturare e deviare l’acqua dal nuovo alveo artificiale del rio Bìsine, per alimentare un opificio molitorio all’altezza del piano stradale.

In ogni caso, con l’alluvione e la costruzione dell’arginamento nel 1926, scompaiono tutti i mulini idraulici nel rio Bìsine, mentre il mulino della famiglia Cardia - Mesina sarà definitivamente abbandonato dai proprietari.

In parte sepolto dalle frane e dalla vegetazione per oltre ottant’anni, ma con la struttura muraria portante ancora integra, nel novembre 2002 il mulino è stato acquistato dal Comune di Olzai da un privato, insieme a un appezzamento di terreno agricolo di 5.300 metri quadrati, in parte confinante con l’antica mulattiera Olzai-Ollolai (“S’Iscala”). Immediatamente restaurato dall’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Giovanni Moro (1939-2006) e aperto al pubblico dal 2004, l’unico mulino del rio Bìsine risparmiato dal nubifragio del 1921, è diventato una delle principali attrazioni turistiche della Barbagia.

 OLZAI. L’antico mulino a gas povero della ditta “Dore & Virdis” degli anni Venti, restaurato nel 2012 dai fratelli Michele e Tino Columbu (© foto: Giangavino Murgia, novembre 2014)

 

Il mulino a “gas povero” della ditta Dore & Virdis

Un’altra causa della mancata ricostruzione degli arcaici mulini idraulici nel rio Bìsine, è stata determinata dall’arrivo a Olzai degli opifici con motori a gas povero. Erano impianti molto economici, alimentati a carbone o legna, che consentivano la prosecuzione della redditizia attività di molitura “a pietra” del grano e dell’orzo coltivato nel territorio comunale: una tradizione agricola che non poteva scomparire con l’alluvione e la costruzione dell’arginamento.

Nonostante i metodi di coltivazione «antidiluviani», nell’agro di Olzai non mancavano le granaglie per la produzione di farine e anche di qualità superiore, al punto da attirare l’attenzione degli acquirenti «stranieri»: “sos istranzos” che, nel 1915, acquistavano i cereali «a prezzi alquanto elevati», diminuendo però le scorte necessarie a coprire i fabbisogni degli olzaesi.

Con delibera dell’8 agosto 1915, il Consiglio comunale fu costretto a «proibire la vendita di grano ed orzo a persone straniere fino al 31 Luglio 1916» e «fissare il prezzo massimo della vendita del grano a Lire 32 l’ettolitro, ed a Lire 14 quello dell’orzo», con sanzioni pecuniarie per i trasgressori.

Anche durante la metà degli anni Venti, si potevano ottenere interessanti guadagni dall’attività di molitura dei cereali e dalla vendita delle farine. Attirati da questo commercio, il possidente Francesco Dore noto “Zicchette” (1866-1944) e il poliedrico affarista - locandiere Giuseppe Maria Virdis, “ziu Birde” (1883-1974), decidono di acquistare un mulino a gas povero.

Il macchinario viene installato in una casetta della collina di “Biriai”, nel retro dell’abitazione della signora Maria Grazia Nonnis (1867-1956), madre dell’artista Carmelo Floris (1891-1960), dal 1909 sposata in seconde nozze con il Dore.

L’impianto di molitura comprendeva anche un kit di alimentazione elettrica. Ma a Olzai non poteva funzionare, poiché il Comune stava ancora trattando la fornitura dell’illuminazione pubblica con la società elettrica «Val Taloro» del cavaliere Salvatore Maoddi di Gavoi (1861-1937).

Nel 1930, le strade del paese erano ancora illuminate dai «fanali a petrolio». E, allora, Dore e Virdis propongono al Comune la fornitura di energia elettrica «a mezzo di motore». Nella delibera n. 84/1930 del podestà Cardia, si legge:

«Ritenuto che la Società “Val Taloro” non volle sottostare alle modifiche apportate dai competenti uffici circa la cessione dell’energia elettrica agli edifici pubblici ed agli utenti privati; Considerato che la Ditta Dore e Virdis già esercenti di  un mulino per la macinazione dei cereali hanno manifestato la determinazione di voler impiantare in questo comune l’illuminazione elettrica a mezzo di motore. Delibera 1° Di prendere in considerazione la proposta di Dore e Virdis in via di massima; 2° Di invitare la ditta Dore e Virdis alla presentazione del relativo capitolato circa il prezzo di cessione dell’energia e delle altre disposizioni, per essere sottoposto al parere dell’autorità competente».

La proposta di “Zicchette” Dore e “ziu Birde” non avrà però seguito e il Comune continuerà le trattative con la società elettrica «Val Taloro», mentre la coltivazione dei cereali nell’agro comunale rimane sempre un cespite rilevante.

In una relazione del podestà Sebastiano Curreli datata 5 maggio 1932, si legge: «L’orzo è esuberante per i bisogni della popolazione; invece il grano viene consumato in gran parte dalla popolazione di Olzai. La produzione complessiva del paese fra orzo e grano potrebbe essere valutata in 15.000 starelli, che vengono consumati nei limitrofi paesi di Ollolai, Ovodda, Teti, Austis, Tiana, Tonara e Sarule»

Nel primo semestre del 1934, il mulino a gas povero di Dore e Virdis funzionava a meraviglia, grazie all’assistenza tecnica fornita da un confinato politico: l’antifascista Paride Caponi, 30 anni, proveniente da Milano dove lavorava come meccanico dell’Alfa-Romeo.

Nello stesso anno, arriva la concorrenza: il giovane «autista di automobili», e meccanico per passione Mario Mosè Deligia (1913-1998), acquista un altro mulino a gas povero e lo installa nella sua abitazione di via Mannu, dove risulterà ancora funzionante sino alla metà degli anni Cinquanta.

Nel mese di settembre del 1937 si svolgono alcune prove tecniche e il successivo 28 ottobre –  dietro ordine impartito dalla Prefettura alla società “Val Taloro» - viene attivato il servizio per l’erogazione dell’energia elettrica. Una data storica per il progresso del paese di Olzai, ma il servizio è inizialmente riservato all’illuminazione delle strade e degli edifici pubblici, e quindi il mulino di “Biriai” continuerà a funzionare a gas povero sino al 1939.

Quell’anno, il mulino di Dore e Virdis e l’ex dipendente Caponi entrano a far parte della vicenda dell’arresto e condanna al confino del pittore Carmelo Floris che, nel mese di luglio, è costretto a partire per il soggiorno obbligato nelle Isole Tremiti.

Nello stesso periodo, l’impianto molitorio di Dore e Virdis viene smontato dalle case di “Biriai”, trasformato con il kit di alimentazione elettrica e trasferito in un locale del vicolo del Rio, di fronte all’arginamento.

Qui, dal 1940 sino al 1943, lavorerà come mugnaio il giovane Bachisio Antonio Columbu (classe 1925, vivente). È il periodo delle restrizioni, dell’ammasso obbligatorio dei cereali, della distribuzione delle farine bianche ai possessori delle tessere annonarie, del razionamento del pane e dei principali generi alimentari imposti dal Duce a seguito dell’entrata in guerra dell’Italia.

 Due depliant di un mulino costruito dalle officine meccaniche “Baldeschi & Sandreani” negli anni Sessanta (proprietà: fam. Nonnis, Olzai – riproduzione associazione Kérylos)

Nella primavera del 1944, Giuseppe Maria Virdis rileva una macelleria dal signor Ignazio Meloni-Tola (1905-1971) e, fino agli anni Cinquanta, continuerà a gestire la sua locanda e trattoria nella piazza “Su Nodu Mannu” insieme a una «fiaschetteria».

Nell’estate del 1944, muore il suo socio d’affari “Zicchette” Dore e il mulino viene venduto ad altra ditta e trasferito nel rione di “Cambone”, in un locale di proprietà del signor Domenico Nonnis (1907-1987).

Finisce così la storia ventennale della ditta “Dore & Virdis”, ma il loro impianto di molitura continuerà a funzionare sino alla primavera del 1964. Quell’anno, esattamente il 15 aprile, il signor Francesco Antonio Mameli, noto “Ziccu” (1908-1998) apre nella via Taloro un mulino più moderno, sbaragliando la concorrenza locale.

Dal 2012 il vecchio mulino di “Dore & Virdis” ha ripreso a funzionare, ma solo per scopi didattici e turistici, grazie al recupero del kit di alimentazione elettrica fabbricato nel 1916 e al restauro delle altre parti lignee eseguito con passione dai fratelli Michele e Tino Columbu.

Il mulino della famiglia Mameli – costruito dalla rinomata officina meccanica marchigiana Baldeschi e Sandreani – rimane in funzione sino agli anni Ottanta, ma il suo definitivo epilogo è del dicembre 1996, che chiude la storia dell’arte molitoria nel paese di Olzai.

 


OTTAVA PUNTATA

La strada per “Murui” e altre opere di bonifica dell’abitato

Con la costruzione del cimitero di “Lolea”, della strada per il rione “Murui” e altri lavori di bonifica dell’abitato del 1932, si conclude il ciclo delle opere pubbliche realizzate dallo Stato a seguito dell’alluvione del 1921.

Nel successivo ventennio – a parte l’arrivo dell’energia elettrica nel 1938, l’installazione di fontanelle e la realizzazione del primordiale acquedotto, con regolamento per la concessione degli allacci ai privati approvato il 21 agosto 1940 – non avranno alcun seguito diverse pratiche amministrative avviate dal sindaco Costantino Pietro Marcello, come le deliberazioni adottate per la costruzione di un caseggiato scolastico (del 1920) e della fognatura (del 1925).

Per non parlare della strada interprovinciale Sedilo-Olzai-Ollolai (già ipotizzata nel 1917) e della mulattiera “S’Iscala”, distrutta dal nubifragio e mai completamente riparata. Furono elaborati entrambi progetti ma senza appaltare i lavori, nonostante le continue suppliche dei sindaci e proteste delle popolazioni, con in prima fila l’avvocato Giovanni Maria Dore, autore dell’opuscolo “Per la strada Sedilo, Olzai, Ollolai”,  incredibilmente sfuggito al controllo preventivo del regime fascista nell’aprile del 1938.

Per il municipio di Olzai finisce così il tempo delle “grandi opere”. L’aveva già intuito dal 1926 l’avvocato Dore, nel periodo dell’emanazione delle leggi speciali fasciste, dell’abolizione delle cariche elettive nei comuni e l’arrivo dei podestà.

In una lettera indirizzata al cugino Francesc’Angelo Marchi – oculista olzaese residente a Cagliari – l’avvocato Dore aveva scritto: «Sorgono 4 ottobre 1926 Carissimo, ho scritto tre o quattro volte sollecitando il tuo intervento per definire il progetto l’appalto della strada di Ollolai: nessuna risposta, silenzio sepolcrale. Il guaio è che i fondi stanziati per le opere pubbliche della Sardegna pare che siano prossimi all’esaurimento; chi avrà avuto, starà bene: chi arriverà in ritardo, rimarrà a bocca asciutta. Gli olzaesi sono furenti, e sono anche sfiduciati i tecnici del Genio Civile. Se potrete premere presso il provveditorato, è proprio questo il momento decisivo. Saluti cordiali G. Dore».

1925 – 1932: la nuova strada dall’arginamento al rione “Murui”

L’idea progettuale della strada per “Murui”, manco a dirlo, risale sempre alla gestione del sindaco Costantino Pietro Marcello. Era il 1° gennaio 1925,  quando il Consiglio comunale – mentre proponeva una modifica del progetto di riparazione della mulattiera per Ollolai – chiedeva al Ministero dei Lavori Pubblici e all’ufficio del Genio Civile di Sassari la realizzazione di «una rampa di strada che partendo dal muro di cinta del cimitero prosegua fino al rione Murui davanti alla caserma dei Reali Carabinieri».

Il successivo 18 gennaio, il Consiglio chiedeva al Genio Civile la predisposizione di un progetto per la sistemazione delle strade interne dell’abitato utilizzando i fondi della Legge n. 1214 del 22 agosto 1922.

Il programma della strada di “Murui” viene ripreso l’8 novembre 1925 dalla Giunta comunale, per rinnovare la richiesta al Genio Civile di Sassari di una «rampa che conduca al rione superiore dell’abitato fino alla Caserma dei Carabinieri Reali».

I lavori di «costruzione della strada che va dall’abitato fino nel lato inferiore del cimitero», ma senza sbocco al vicino rione vico Chiuso, iniziarono nell’aprile del 1928 durante la gestione podestarile dell’avvocato Francesco Murgia, come abbiamo visto nella sesta puntata del nostro racconto.

Trascorrono inutilmente due anni. E allora, nel mese di ottobre 1930, i fratelli dottor Francesco e l’avvocato Giovanni Maria Dore – entrambi nati nel rione “Drovennoro”, con il giardino della loro casa  confinante con la caserma dei Carabinieri – scrivono al Provveditorato alle opere pubbliche della Sardegna per sollecitare la prosecuzione della strada, dal cimitero di “Santa Rughe” sino al rione di “Murui”.

Nell’archivio del municipio di Olzai è conservata una copia del dattiloscritto inviato a Cagliari dai fratelli Dore, ma senza firme degli autori. Ecco il testo integrale del documento:

«Ill/mo Provveditore alle Opere Pubbliche Cagliari. Da vario tempo gli abitanti del rioni di Santa Barbara e Murui, nel comune di Olzai, fanno vive istanze a codesto Provveditorato perché si degni provvedere ad alcune loro necessità urgenti.

Sono situati ambi questi rioni nella parte superiore dell’abitato, ove non si può accedere attualmente fuorché con grande difficoltà, specialmente per i carri a buoi, che costituiscono l’unico mezzo di trasporto, e non riescono a superare l’erta ripida che conduce dalla strada provinciale alle case estreme dell’abitato [è il corso Vittorio Emanuele e la via Regina Margherita].

Gli abitanti di questi rioni meritano indubbiamente molti riguardi, sia perché hanno avuto origine di là le iniziative che hanno portato in questi ultimi anni alla trasformazione igienica ed edilizia del paese, sia perché esistono ivi molti fabbricati civili, fra i quali la caserma dei Carabinieri Reali.

Sarebbe facile dotare questi rioni di comunicazioni comode prolungando per circa duecento metri il viale che fu aperto recentemente a cura di codesto Provveditorato, e che conduce dal ponte inferiore del rio Bìsine al vecchio cimitero, il quale dovrà essere prossimamente abbandonato, essendo in costruzione il cimitero nuovo. Il viale fermasi attualmente in aperta campagna, di fronte ad orti privati, senza alcuno sbocco; e secondo gli intendimenti manifestati da codesto Provveditorato, dovrebbe essere prolungato fino alle ultime case del rione Murui, di fronte alla caserma dei Carabinieri.

La spesa che sarà relativamente lieve a causa della breve distanza e del valore limitato dei terreni da espropriare, sarà compensata largamente dall’utilità massima che ritrarranno gli abitanti del rione, e sarà anche un atto di vera giustizia, che verrà accolto con favore e riconoscenza dagli abitanti di quel rione, i quali sopportano mal volentieri di rimanere esclusi dai benefizi concessi alla gran parte della popolazione.

Questi due rioni sono rimasti anche privi di una fontanella, mentre furono costrutte le fontanelle in numero sufficiente in tutti gli altri rioni del paese.

Se non devono contare per nulla i sacrifizi di ogni genere sostenuti dalle persone che hanno portato largo contributo di iniziative e di operosità alle pratiche per le opere pubbliche largite dal Governo Nazionale al comune di Olzai, dovrà valere almeno la considerazione che i Carabinieri Reali, privi adesso di strada e di acqua, hanno diritto agli stessi riguardi ed ai benefizi che sono concessi a tutti gli altri abitanti.

Ci permettiamo di richiamare l’attenzione della S.V. Ill/ma su queste aspirazioni legittime che furono già rese note a codesto Provveditorato in varie occasioni. Olzai, ottobre 1930 VIII Avv. Giovanni Dore On. Dott. Francesco Dore».

 Sei mesi dopo il sollecito dei fratelli Dore, esattamente il 7 aprile 1931, iniziano i lavori per la sistemazione della strada per Murui, consistenti nella «Apertura di una strada della larghezza di m. 4,80 e lunghezza metri 397», con una spesa di 107.000 lire, come riportato nella «Relazione sulle opere pubbliche nella Provincia di Nuoro», capitolo «Opere di consolidamento frane e alluvioni».

È l’attuale via Leonardo da Vinci (ex via Cimitero), esattamente dall’incrocio con la nuova strada comunale per la chiesa di Santa Barbara fino alla via Regina Margherita dove, prima del monastero delle Benedettine Mater Unitatis, aveva sede la caserma dei Reali Carabinieri:

«Sulle basse casette domina una grande caserma situata nel punto più alto. Appare una minaccia sproporzionata all’esiguità delle poche abitazioni. La campagna intorno, però, è immersa nella sua aridità e in questo spazio deserto in ogni giorno si inoltravano cautamente in esplorazione, come di consueto, carabinieri grassi su grassi cavalli» (dal racconto “Le valigie rubate” di Grazia Dore 1908-1984, figlia dell’onorevole Francesco Dore).

Durante l’esecuzione dei lavori – appaltati dall’impresa di un certo signor Piacenza – il Genio Civile predispone una perizia suppletiva per deviare le acque piovane che attraversavano il rione di “Murui”. Si trattava della «costruzione di un chiavicotto e relativo canale» nel primo tratto della strada, come riportato in una lettera inviata il 3 settembre 1931 dal Prefetto di Nuoro dottor Michele Chiaromonte (1880-1969) al podestà di Olzai.

È un canale a monte dell’attuale via Santa Sofia, ancora esistente e indispensabile – soprattutto in caso di forti precipitazioni – per la raccolta delle acque meteoriche provenienti dalla regione “Sa ‘e ziu Boe”ed evitare inondazioni nel rione di “Santa Barbara” e “Sa Mastr’Andria”, come avvenuto nel 1921.

Con due lettere dell’11 gennaio e 2 marzo 1932, il podestà Sebastiano Curreli scrive all’ingegnere capo del Genio Civile per segnalare alcuni disagi causati nel cantiere aperto dall’impresa Piacenza.

Nella prima lettera, il capitano Curreli chiede la copertura di un fossato realizzato fra i due «ponticelli», dove si era formato un mondezzaio pericoloso per la salute pubblica. Con la seconda missiva, il podestà pretende il ripristino di «due stradette»: la prima, rimasta quasi seppellita durante i lavori eseguiti dall’impresa appaltatrice, conduceva alla fonte “Su ‘Antaru” e l’altra al ruscello di “Nigorio”, dove esisteva un abbeveratoio per il bestiame.

Infine, il podestà conclude la sua seconda lettera, con un ulteriore richiesta: «La popolazione desidera inoltre vivamente che venga riaperto il passaggio dal viale recentemente costruito fino alla chiesa di Santa Barbara, mediante la costruzione di una gradinata, non essendo possibile provvedere in altro modo. Prego la S.V. Illma di prendere in considerazione queste modeste aspirazioni».

Grazie a questo documento, possiamo datare al 30 aprile 1932 l’epoca di costruzione della gradinata che collega la chiesa di Santa Barbara all’attuale via Leonardo da Vinci, ovvero alla data di chiusura del cantiere della strada per “Murui”.

Negli atti deliberativi del Comune di Olzai non si trovano altri riscontri su questa scalinata con parapetto in granito e della lunghezza di quasi trenta metri. Un’opera che rende inconfondibile uno dei rioni più caratteristici del paese di Olzai: “Sa Mastr’Andria”. Uno scorcio ricorrente in numerose tele e delicati pastelli realizzati dal grande maestro Carmelo Floris.

 Febbraio-aprile 1932: completamento dei lavori di bonifica dell’abitato

Nella preziosa e più volte citata “Relazione sulle opere pubbliche nella Provincia di Nuoro”, capitolo “Opere di bonifica in esecuzione diretta”, sono riportati anche i lavori di «Costruzione di un canale allacciante acque alte a monte abitato con sbocco sul Rio Bìsine». L’opera, costata 69.000 lire e classificata come «Piccola bonifica dell’abitato», venne realizzata in due mesi: dal 25 febbraio al 30 aprile 1932.

Anche per questa opera, non si trovano altri riferimenti nelle deliberazioni comunali. Ma, indubbiamente, è il canale in blocchi di granito e alcuni gradini che parte dalla via Santa Sofia, attraversa la via Leonardo da Vinci e prosegue nei terreni di “Nigorio” e “Sa ‘e Pirisi” per consentire alle acque piovane lo scarico nel rio Bìsine, prima dell’imbocco nell’arginamento (“Su vorte”).

Nonostante la sua importanza per la raccolta delle acque meteoriche, questa opera è rimasta nascosta dalla vegetazione per molti anni. Alla fine del 2013, il canale è stato finalmente ripulito dagli operai di un cantiere aperto dall’Amministrazione comunale.

Durante i lavori sono riemerse anche le prime due cascate del rio Bìsine, sempre in regione “Nigorio”, probabilmente edificate nel biennio 1924-1926 con la stessa tipologia costruttiva dell’arginamento, ma senza i due argini laterali, come si può vedere nella foto del geometra olzaese Roberto Sanna, direttore dei lavori del cantiere.

 1939: l’intitolazione della via Guglielmo Marconi

Con delibera n. 12 del 18 febbraio 1939, il podestà Giovanni Giuseppe Dore «ravvisata la opportunità di intitolare una strada di questo Comune al nome di Guglielmo Marconi, onde onorarne degnamente la sua memoria, delibera di dare il nome di Guglielmo Marconi alla strada di questo Comune denominata “Via Arginamento” in occasione della celebrazione dell’anniversario della nascita del grande scienziato, che sarà commemorato il giorno 25 p.v.».

1939: Olzai perde l’avvocato Giovanni Maria Dore, uno dei suoi figli più illustri

Dopo una lunga malattia, il 23 febbraio 1939, muore a Oristano l’avvocato Giovanni Maria Dore.

Figlio del medico chirurgo e cavalier Giovanni Pietro, noto Giampietro (1820-1884) e della benestante Raffaela Satta (1826-1919), era nato a Olzai il 1° ottobre 1871. Il giorno successivo, fu battezzato dal vice parroco don Agostino Marchi (1820-1909). Padrini furono la nobildonna Rosa Satta (1799-1883) di Olzai e un certo Alberto Calamida, medico chirurgo di Cagliari.

Nell’archivio del Comune di Olzai non si trovano biografie dell’avvocato Dore, o riferimenti alla sua brillante carriera di magistrato. Sappiamo che ha trascorso l’infanzia e gioventù nella casa dei suoi genitori. Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, nell’anno 1904 risultava residente nel comune di Sanluri, dove esercitava le funzioni di pretore.

Con Regio Decreto del 25 febbraio 1904 del Ministero di grazia e giustizia, da Sanluri viene trasferito in Toscana, al mandamento della Pretura di Radicofani (Siena). Il 14 aprile dello stesso anno, nel paese di Sorgono sposa la benestante Emilia Cubeddu (1871-1954).

Con altro decreto del 13 aprile 1905, il pretore olzaese viene trasferito al tribunale di Rocca San Casciano (Forlì-Cesena, ma all’epoca ancora in provincia di Firenze) e, alla fine del mese, nasce a Radicofani il primogenito Aurelio, noto Elio (1905-1988). Gli altri due figli, Concetta (1908-1987) e Gino Felice Alberto Raffaele (1910-1973), nasceranno invece nel comune di Sorgono.

Con decreto Ministeriale del 10 giugno 1913, venne collocato nel ruolo dei giudici e sostituti procuratori del Re di 2° categoria, presso il tribunale civile e penale di Sassari.

Eletto sindaco di Olzai il 14 novembre 1920, presentò immediatamente le dimissioni poiché era residente lontano dal paese, ma conservò la carica di consigliere comunale fino alla primavera del 1926. Costretto dal regime ad abbandonare la magistratura, si trasferì a Oristano dove continuò a svolgere la professione forense e di notaio.

Fino agli ultimi giorni di vita, l’avvocato Dore si era occupato dei problemi di Olzai e delle altre popolazioni della Barbagia, scrivendo innumerevoli articoli e memoriali. L’ultima sua fatica, risale alla primavera del 1938, quando riunì «in un opuscolo alcune deliberazioni e rapporti del Comune di Olzai e dei comuni limitrofi, interessati alla costruzione della strada Sedilo-Ollolai, per scuotere l’indifferenza delle autorità e forzarle all’adempimento degli impegni che erano stati solennemente assunti, e consacrati perfino in una legge dello Stato [è la “Legge per Olzai” del 1922]».

Oltre all’introduzione dell’avvocato Dore e alcune deliberazioni comunali, l’opuscolo stampato dalla tipografia Doglio di Cagliari, contiene anche degli scritti del pittore Carmelo Floris, dell’avvocato B. Sirca (vice preside dell’ufficio tecnico della Provincia di Nuoro), relazioni dei podestà di Gavoi, Ollolai, Olzai e Sedilo e dell’ufficiale sanitario dottor Giovanni Dore-Tola di Olzai.

Alla fine del mese di novembre del 1938, l’ex procuratore del Re fu ricoverato nell’ospedale di Oristano poiché – aveva scritto in un lettera indirizzata al dottor Francesc’Angelo Marchi – la sua malattia «precipita verso la sua risoluzione». E aveva aggiunto: «Non me ne importa però assolutamente nulla, e l’unico dispiacere che porto con me a Lolea è quello di non avere lavorato abbastanza, seguendo l’esempio di nostro zio venerato [il professor Pietro Meloni Satta]. E seguendo il suo esempio, ho disposto di tutti i miei libri in favore della parrocchia d’Olzai, con testamento pubblico. Anche Tito Livio [Mesina] promette di fare altrettanto dei libri suoi. Così avremo nella nostra Barbagia una biblioteca pubblica, centro di coltura e di progresso civile».

Persona tenace, dallo spirito molto vivace e rude nell’espressione, l’avvocato Giovanni Maria Dore ebbe molti contrasti nella vita e nella professione, al punto da essere collocato a riposo dal regime per le sue idee notoriamente antifasciste.

Il 15 marzo 1939, il parroco don Pietro Raimondo Calvisi (1892-1978) celebrò una messa funebre nella chiesa di Santa Barbara, con la partecipazione dei figli e congiunti del compianto magistrato. Quasi tutta la popolazione rese omaggio all’esimio concittadino “dottor Zuvanne” che, per lungo tempo, aveva illuminato l’attività amministrativa del Comune di Olzai.

 Ecco un breve ricordo dell’avvocato Giovanni Maria Dore, da una lettera inedita firmata dal professor Francesc’Angelo Marchi e inviata al dottor Francesco Dore:

«Cagliari 24-2-1939 Carissimo Francesco Apprendo dal giornale la morte del povero tuo fratello Giovanni, avvenuta ad Oristano. Ti dico sinceramente che la sua scomparsa mi ha addolorato perché Olzai perde uno dei suoi figli che non hanno mai dimenticato il bene del nostro paese natio.

Ed Olzai dove alla sua attività, alla sua fermezza, alla sua opera di persuasione verso chi non condivideva le sue vedute se ha potuto avere opere di grande utilità e varie altre di estrema importanza avrebbe ottenuto di mandare a termine se il suo carattere intransigente ma leale negli ultimi tempi non lo avesse fatto tener lontano dall’amministrazione della cosa pubblica.

Per quanto non si potesse essere d’accordo in certe sue idee pur tuttavia conservammo sempre i migliori rapporti di vera amicizia oltre che di parentela.

Sostenitore di ogni buona iniziativa per gli interessi non solo del paese ma di tutta la regione a noi confinante avrebbe avuto maggior fortuna nell’attuazione di tante utili opere se l’entusiasmo da cui era invaso e l’intransigente linguaggio, cui dava libero sfogo, non gli avessero procurato noie ed ostacoli.

Olzai certo lo dovrà ricordare. L’ultimo atto di amore per il paese, come mi scrisse poco tempo fa, è la donazione della sua ricca e importante libreria alla biblioteca della parrocchia, che, con quella del mio compianto suocero Pietro Meloni Satta, costituirà un istituto di cultura, che molti paesi più importanti del nostro non si sognano di avere.

La famiglia del povero Giovanni sarà orgogliosa di seguire al completo la volontà del defunto, che lascia con questo dono un perenne attestato di stima per il paese che lo vide nascere.

In questa ora di dolore per la vostra famiglia io ed i miei ci uniamo a voi con tutto il nostro cordoglio e con un commosso abbraccio aff.mo cugino Francesco Angelo Marchi».


NONA PUNTATA

La guerra, la caduta del fascismo e le prime elezioni a suffragio universale a Olzai

OLZAI. Panorama, ante 1953 (cartolina postale; collezione: G. Murgia)

Il 10 giugno 1940, il duce annuncia l’ingresso del Paese in guerra a fianco della Germania nazista. Nel 1942 iniziano i bombardamenti di Cagliari. Assieme a gruppi di sfollati del Campidano che si rifugiano in Barbagia, diverse famiglie olzaesi, residenti nel capoluogo, rientrano in paese. Ma, come in altre parti d’Italia, anche a Olzai scarseggiano i viveri e c’è molta fame e povertà: “Sa gana de su baranta!”… ricordano i più anziani.

In municipio non ci sono più risorse per le opere pubbliche e, a mala pena, il podestà riesce a garantire l’ordinaria amministrazione. Poi l’armistizio dell’8 settembre 1943, seguito dalla Guerra civile, la Resistenza e infine, il 25 aprile 1945, la definitiva liberazione dell’Italia dall’occupazione tedesca e dal regime fascista.

Ma la Sardegna è libera dalla fine di settembre 1943. Nel mese di febbraio 1944, l’ex sindaco Pietro Costantino Marcello venne richiamato in municipio in qualità di commissario prefettizio. Farà in tempo a firmare tre deliberazioni prima della sua improvvisa scomparsa. Dal 25 marzo al 20 giugno 1944 il Comune è gestito dal commissario prefettizio Silvio Puddu.

Dopo la nomina dell’Alto Commissariato per la Sardegna, l’8 luglio del 1944 l’amministrazione ordinaria del municipio di Olzai è affidata a un sindaco e a una giunta comunale fino al 1946, l’anno delle prime elezioni a suffragio universale, del referendum istituzionale e delle elezioni all’Assemblea Costituente. E a Olzai si accendono gli animi con i comizi elettorali.
Ma le opere pubbliche previste dagli anni Venti, riprenderanno solo dopo le elezioni del primo Consiglio regionale del 1949, grazie all’interessamento del medico olzaese Giuseppe Murgia, noto “Peppino” (1898-1968), primo assessore ai lavori pubblici della Regione Autonoma della Sardegna.

E finalmente, nel 1950, anche nel territorio comunale di Olzai sarà estirpata la malaria, grazie all’arrivo del micidiale D.D.T. erogato dalle squadre di operai dell’Ente regionale per la lotta anti anofelica in Sardegna.

COMUNE DI OLZAI: carta annonaria rilasciata dal servizio Razionamento consumi, primi anni Quaranta

 1937-1944: la scomparsa dei Cardia, dell’ex sindaco Marcello e dell’onorevole Dore

Il 20 novembre 1937, all’età di 80 anni, muore l’ex sindaco e per lungo tempo consigliere comunale don Giuseppe Cardia, uno dei più convinti sostenitori della costruzione del primo arginamento nel rio Bìsine. Quattro anni dopo, con la morte della sorella Raimonda (1863-1941), il cognome dei nobili Cardia scompare dall’anagrafe dei residenti del Comune di Olzai.

Nel 1941 accade anche una disgrazia nell’arginamento, a distanza di quindici anni dalla sua costruzione. Il fabbro ferraio Giovanni Anastasio Loddo (1869-1941) era seduto sul parapetto di protezione dell’attuale via Arginamento, di fronte alla sua abitazione. Improvvisamente, perde l’equilibrio e cade rovinosamente all’interno del canale. In seguito all’incidente, l’uomo muore il 12 febbraio 1941. Sino ad oggi, non risultano altre vittime o altri incidenti di rilievo, né durante i lavori di costruzione, né durante le periodiche operazioni di manutenzione e pulizia del canale artificiale.

E arriviamo all’anno 1944, quando si chiude definitivamente un’epoca con la scomparsa di alcuni personaggi che avevano segnato la storia del paese del primo Novecento.
Il 29 febbraio a Nuoro muore improvvisamente il commissario prefettizio in carica Pietro Costantino Marcello: l’ex sindaco che, in prima linea, aveva gestito le emergenze dopo l’alluvione del 1921 e reclamato vivacemente con le autorità superiori fino ad ottenere ingenti finanziamenti per la realizzazione delle opere pubbliche. Uno dei principali protagonisti della storia del paese, mai ricordato da nessuna amministrazione comunale o da altra istituzione locale.

Il 22 aprile, un’altra grande perdita per Olzai e per l’intera Sardegna. Nel rione di “Drovennoro”, si spegne serenamente il dottor Francesco Dore, medico chirurgo e presidente della Società di medicina legale di Roma, giornalista-pubblicista e primo olzaese eletto al Parlamento nazionale, uscito dalla politica attiva ancor prima della Marcia su Roma per le sue posizioni notoriamente antifasciste.

Il 19 maggio, nella sua casa del rione “Cambone”, muore un altro antifascista olzaese: il nobile don Gavino Guiso-Melis (1870-1944) commerciante, consigliere comunale dal 1920 al 1926 insieme al sindaco Marcello.

Coerentemente con le sue idee, don Gavino aveva sempre rifiutato la tessera del P.N.F. e, per vent’anni ebbe il coraggio, non solo di disertare «i ranghi», le adunate del “Sabato Fascista” e le altre celebrazioni indette dal regime, ma di rispondere a muso duro all’Ispettore Federale di zona che «preferiva rimanere a casa per comodità personale, anziché immischiarsi con quella canaglia», come risulta da una minacciosa lettera di «Contestazione addebiti» del Fascio di Olzai, datata 2 maggio 1937 (archivio famiglia Murgia-Guiso, Olzai).

Il 9 luglio, muore Francesco Dore “Zicchette”, affettuoso patrigno dei fratelli Floris: il grande pittore e incisore Carmelo e il dottor Sebastiano (1893-1950), stimato medico chirurgo, responsabile del Dispensario antitubercolare di Nuoro.

Infine, il 9 agosto del 1944, l’intera popolazione di Olzai piange la scomparsa del venticinquenne don Pantaleo Fancello, il parroco dei “cento giorni” arrivato da Dorgali solo il 30 aprile.

OLZAI. A sinistra, don Gavino Guiso (1870-1944), consigliere comunale e antifascista. A destra, la piazza del municipio durante un raduno del “Sabato Fascista” (1936 circa)

Luglio 1944: i sardisti in municipio, con “Zicu” Mameli sindaco e vice Carmelo Floris

L’8 luglio 1944 si riunisce la prima Giunta comunale del dopoguerra nominata dalla Prefettura e sotto il controllo dell’Alto Commissariato per la Sardegna, con il sindaco Francesco Antonio Mameli, noto “Zicu” (1908-1998), presidente della locale sezione del Partito Sardo d’Azione e gli assessori Giovanni Maria Murgia (1908-2002) e Carmelo Floris, vice sindaco dal successivo 13 agosto e presidente dell’Ente comunale assistenza (E.C.A.) dal 25 settembre 1945.

Il 10 agosto 1944, il giorno dei funerali del compianto parroco Fancello, la Giunta decide di concedere un’area tombale gratuita agli eredi del sacerdote dorgalese e, contemporaneamente, alle famiglie dei defunti fratelli Francesco e Giovanni Maria Dore. Ecco le motivazioni riportate nella delibera n. 19/1944:

«Considerato che i Sigg. Dore Dott. Giovanni e Dore On. Dott. Francesco, nati e domiciliati in Olzai ed il Sac. Dottor Pantaleo Fancello nato in Dorgali e domiciliato in Olzai, si sono resi benemeriti, i primi due con la propria opera eminentemente civile, per aver chiesto, promosso ed appoggiato presso il Governo del tempo, l’istituzione di quelle opere pubbliche di carattere urgente e di vitale interesse per questa popolazione, quali la costruzione dell’acquedotto e quella dell’arginamento, con la quale si è messo al riparo, a causa delle gravi alluvioni, alla pubblica incolumità, ed il terzo per avere con spirito di sacrificio e con opera umanitaria disinteressata e fraterna, aiutato con ogni forma di assistenza materiale, morale e religiosa la classe meno abbiente di questa popolazione;

Ritenuto pertanto doveroso che verso costoro che son passati a miglior vita venga dato un segno tangibile della simpatia e della riconoscenza per parte del Comune e della maggior parte dei beneficiati di questa popolazione, Delibera di dare loro degna sepoltura e di accordare alle famiglie, a perenne memoria dei Sigg. Dore Dott. Giovanni, Dore On. Dott. Francesco e Sac. Don Pantaleo Fancello, l’area tombale gratuita del Cimitero Comunale di Olzai».

Il 7 marzo 1994, il feretro del parroco don Pantaleo Fancello, per volere dei familiari fu riesumato in forma privata e trasferito nel cimitero di Dorgali. Nella stessa tomba, dal settembre 1994 riposano le spoglie dell’indimenticabile suor Maria Ghiani (1909-1994), superiora dell’asilo infantile di Olzai dal 1972 fino alla sua morte.

A sinistra, Francesco Antonio Mameli, noto “Zicu” (1908-1998), primo sindaco di Olzai dopo la caduta del fascismo. A destra, Carmelo Floris (1891-1960), assessore e vice sindaco di Olzai negli anni 1944-46

Febbraio 1945: “Non si parte”. La ribellione antimilitarista dei giovani della Barbagia

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la Sardegna rimane nel Regno d’Italia (del Sud), con il governo del generale Pietro Badoglio (1871-1956). Nell’Italia settentrionale, invece, scoppia la guerra civile, con le lotte partigiane per la liberazione dall’occupazione tedesca e dal fascismo arroccato nella Repubblica di Salò.

Alla fine del 1944, il nuovo governo presieduto da Ivanoe Bonomi (1873-1951), emana alcuni decreti per il richiamo alle armi dei giovani nati nei primi anni Venti, con l’intento di continuare la lotta nel nord Italia a fianco degli anglo-americani e contro gli ex alleati tedeschi.

Nelle regioni meridionali, soprattutto in Sicilia, scoppia la sommossa degli ex combattenti, nota come la rivolta “Non si parte”. La rivolta interessò anche la Sardegna e persino i paesi della Barbagia, dove la popolazione aveva già sperimentato un anno di libertà e di pace. Si tratta di una pagina di storia completamente dimenticata.

A seguito di un avviso apparso nel quotidiano L’Unione Sarda per il richiamo alle armi delle classi di leva dal 1914 al 1924, il 17 gennaio 1945 alcuni studenti cagliaritani si riunirono al Liceo Dettori per preparare un documento di protesta. Il giorno dopo, un grande corteo studentesco sfila per le vie del centro di Cagliari. Contemporaneamente, in piazza Yenne si svolge un’altra manifestazione con in prima fila alcuni esponenti del movimento giovanile sardista. Durante un improvvisato comizio, alcuni fascisti lanciarono delle bombe a mano fra i manifestanti e le forze dell’ordine. Ci furono numerosi feriti, e una granata colpì l’agente di polizia Ezio Di Mambro che dopo poche ore morì in ospedale.

CAGLIARI, 16 maggio 1942: Benito Mussolini durante una parata militare nell’aeroporto di Elmas (©: foto archivio famiglia Antonio Murgia)

Nei giorni successivi alla sanguinosa sommossa di piazza Yenne, la protesta antimilitarista arriva nelle montagne della Barbagia. A Olzai nasce il movimento “Non si parte”, grazie alla ribellione e la mobilitazione di alcuni giovani ex combattenti iscritti alla sezione locale del Partito Sardo d’Azione, fondata un anno prima.

Nel carteggio della sezione del P.S.d’Az. di Olzai, conservato per oltre sessant’anni dall’ex combattente Antonio Murgia (1921-2011), già impiegato comunale, si trova una lettera/volantino di protesta a nome dei giovani ex militari della Barbagia.

È una pagina dattiloscritta sbiadita, con composizione e caratteri pressoché identici ad altri documenti redatti tra il 1943 e 1948 dalla segreteria del P.S.d’Az di Olzai e, per stile e linguaggio, perfettamente compatibili con altre lettere prodotte in quella attivissima

Giangavino Murgia

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