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La verità sulla tratta degli immigrati e il loro soggiorno in Barbagia

La testimonianza di Michele Virdis che ne ospita 60 nel suo agriturismo a Olzai

| di Michele Arbau
| Categoria: Attualità
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Alla bambina viene letto il numero dopo il suo arrivo in Sardegna

OLZAI. Il dramma della strage dei migranti arriva anche in Barbagia. Ad Olzai, infatti, ce ne sono una sessantina nella fattoria didattica S’Erulargiu, altri si trovano ad Aritzo e Tonara.

In questi giorni gli immigrati sono passati agli onori della cronaca sarda per via della ribellione pacifica di 47 africani che hanno rifiutato la destinazione di Sadali, dove erano stati trasportati con l’inganno e per errore, come è stato poi ammesso dal Ministero.

Per capire meglio la questione abbiamo sentito Michele Virdis (nella foto), titolare dell’agriturismo S’Erulargiu, che ci racconta le testimonianze di chi questo dramma lo sta vivendo in prima persona, aiutandoci nello stesso tempo a fare chiarezza e superare diversi pregiudizi e luoghi comuni che spesso alimentano paure ingiustificate.

Stiamo parlando di essere umani, giovani padri di famiglia, bambini e donne che rischiano la vita per scappare dalle guerra e dalla fame. La strage dei migranti che si sta consumando nel Mediterraneo è testimoniata dai numeri comunicati dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, secondo il quale dall'inizio dell'anno sono morti in 1889, di cui 1600 negli ultimi 3 mesi.

Secondo l’organizzazione del Governo italiano, gli immigrati vengono accolti per circa 5 mesi in attesa che ottengano lo status di rifugiati, in alberghi, agriturismo, spesso chiusi per mancanza di lavoro, che rispondono ai bandi delle prefetture. “Questo testimonia la pochezza di certi nostri politici che si fanno propaganda alle spalle di poveri cristi senza però chiedersi del perché diverse strutture ricettive del centro Sardegna sono chiuse” attacca Michele Virdis che oltre ad essere titolare di diversi agriturismi è anche vicesindaco del Comune di Sarule.

“La nostra nazione - ci riferisce il giovane amministratore riferendosi alla Sardegna - dovrebbe ospitare intorno ai mille immigrati, questo secondo la suddivisione fatta dal ministero in base agli indici demografici: ne accogliamo il 3 percento perché vi abitano il 3 percento degli italiani. Chi parla di una Sardegna utilizzata come terra per rinchiudere tutti i migranti è un bugiardo in malafede. In questo modo si fa propaganda e si fomenta l’odio verso persone deboli che stanno scappando dalle guerre e dalla fame e si creano tensioni inutili nei nostri paesi. Ho addirittura sentito parlare di pericolo Ebola: i migranti provengono da mezzo mondo. I più da terre molto più lontane dal focolaio dell’Ebola della Sardegna stessa. Inoltre – precisa – prima di mandarli a destinazione vengono tutti sottoposti ad uno screening  che ne attesta la perfetta salute”.

Nel suo agriturismo il giovane amministratore ospita 60 immigrati che provengono dal Pakistan, dalla Nigeria e dal Bangladesh. “Sono arrivati tra il 6 agosto scorso (circa la metà) e ferragosto. Tutto in modo regolare e alla luce del sole. La Prefettura, prima dell’arrivo, ha informato l’amministrazione comunale di Olzai”.

Poi ci spiega la procedura per ospitarli.

“Abbiamo presentato la nostra proposta ai bandi della prefettura. Sono offerte al ribasso che partono dal costo a persona di 30 euro giornalieri. Spesso si arriva a ribassi del 30 per cento, dunque a 20 euro”.

In quella cifra le strutture ospitanti devono garantire il vitto, l’alloggio, le cure mediche, il trasporto, i vestiti e 2,50 euro giornalieri a persona “che non è uno stipendio, ma sono i soldi che servono per un minuto di chiamata ai loro familiari”.

Inoltre, smonta un altro luogo comune che fa presa sull’opinione pubblica “sono soldi che arrivano dalla Comunità europea, dai capitoli destinati ai migranti. Quindi non vivono alle nostre spalle con i nostri soldi. Anzi sono soldi che non sarebbero arrivati in Sardegna senza di loro e che vengono tutti spesi qui, l’80 percento nel territorio con l’acquisto di cibo e vestiti ed il personale”.   

Arrivare in Italia per loro è un miracolo. Per farlo, infatti, devono passare per la Libia, la porta per l’Europa, che per loro è un inferno. E’ come una roulette russa. E’ un pericolo che conoscono e accettano di correre pur sapendo che potrebbero morire ammazzati a Tripoli. “Questo ci fa capire il livello di sofferenza che vivono nei loro paesi. Altro che turisti” dice a denti stretti Virdis.

“In Libia vige l’anarchia e gli immigrati sono un business – racconta, svelandoci l’orrore –. Li rapinano prendendo loro soldi e documenti. Si fanno pagare intorno ai mille dollari per traghettarli in Italia. Chi non ha i soldi viene ammazzato e buttato nelle fosse comuni. Chi riesce a pagare viene ammassato in delle imbarcazioni approssimative in cui nella maggior parte dei viaggi qualcuno muore. I ragazzi che stiamo ospitando mi hanno raccontato che loro hanno viaggiato in 300 in una barca di 15 metri, dove ne sono morti 4 che sono stati buttati in mare. Non sono storie inventate – assicura il titolare dell’agriturismo - perché te la raccontano tutti, sia i nigeriani che i pakistani. Sia chi è arrivato il 6 agosto e sia quelli del 15. Mi hanno mostrato anche delle cicatrici. Per questo definiscono i libici “animal”, proprio perché sono persone ciniche e spietate”. Chi ha la fortuna di scampare al pericolo si ritrova senza soldi e senza documenti.

“Affrontano il pericolo perché stanno scappando dalle guerre e dalla fame. Arrivano per lavorare. Sono quasi tutti ragazzi tra i 20 ed i 35 anni, preparati e qualificati che si adattano a tutti i lavoro. Da noi abbiamo artigiani, agricoltori, medici, saldatori. E non rubano il lavoro a nessuno, perché si adattano e coprono quei mestieri che noi ci rifiutiamo di svolgere. Se rimangono fermi per cosi tanto tempo la colpa è del nostro sistema lento e imprigionato dalla burocrazia che impedisce loro di lavorare”. 

Secondo Virdis l’organizzazione italiana è molto fredda. “A me non consegnano persone ma numeri. La divisione per strutture avviene senza tener conto della nazionalità di provenienza e delle famiglie, contano i numeri. Quindi può capitare che due fratelli possano essere destinati a due strutture diverse. Questa mattina sono in prefettura proprio per uno dei questi casi – ci dice – un ragazzo congolese mi dice di avere il fratello a Lu Bagnu: lui era numero 33 il fratello 34”.

Michele Virdis chiude con una riflessione: “siamo una terra che ha vissuto l’emigrazione. Conosciamo dai nostri nonni il trattamento che gli veniva riservato. Oggi, in un periodo storico in cui la prospettiva per i giovani sardi è ancora una volta l’emigrazione, facciamo agli immigrati le stesse cose subite dai nostri nonni. Evidentemente la storia non ci è servita, ad alcuni nostri politici in particolare”.  

Michele Arbau

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