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Storie nostre. Francesco Dore, un medico olzaese prestato al giornalismo e alla politica (6 puntata)

di Salvatore Murgia

| di Salvatore Murgia
| Categoria: Attualità
STAMPA
Olzai. La famiglia del dottor Francesco Dore nel 1913. Foto Sisinnio Curreli @archivio Kèrylos

6 Puntata - Un barbaricino a Montecitorio

Nelle due legislature dal 1913 al 1921, Francesco Dore sarà promotore di 140 interpellanze e interrogazioni, oltre che firmatario di una decina tra proposte e disegni di legge, con cui difese i diritti fondamentali della Sardegna. Nei discorsi e interrogazioni in aula i temi di carattere strettamente medico non furono gli unici dibattuti. Affrontò infatti gli annosi problemi della sua terra, ma anche questioni di carattere generale di stretta attualità che riguardavano l’intera nazione, in quegli anni alle prese con una grave crisi socioeconomica aggravata dalla partecipazione al primo conflitto mondiale. I suoi interventi non sono mai frutto d’improvvisazione ma sempre approfonditi, non di rado corredati da copiosa documentazione e da rilievi statistici.

Nel marzo 1917 l’onorevole Dore chiede maggiore attenzione ai bisogni e alle sofferenze della Sardegna, che assolve i doveri verso la patria non solo con l’eroismo dei suoi soldati, ma anche con i sacrifici ignorati della dura vita nelle campagne, dove si campa di stenti e di privazioni. Reclama perciò una maggiore razione di pane per i pastori e gli agricoltori sardi, che si nutrono di solo pane per gran parte dell’anno. Infatti nei comuni di montagna non c’è stata produzione di grano, e quello requisito vi giunge con notevole ritardo. Dopo anni di privazioni causate dalla guerra, ci fu pure la proibizione dell’acquisto di grano o dello scambio di esso con altri generi alimentari di prima necessità come fagioli, patate, olio, formaggio. Per tale motivo giudica inumano «l’arrestare e sottoporre a detenzioni preventive questi disgraziati che sarebbero colpevoli non di seguire scopi di lucro ma di non voler lasciare senza pane le loro donne ed i loro figli».

La tesi fondamentale – più volte ripetuta da Francesco Dore – è che la Sardegna è «soprattutto una regione di pastori più che di agricoltori. L’hanno voluta e la vogliono così il clima, la natura del suolo, ed anche le secolari tradizioni della popolazione». L’agricoltura non può essere la prima industria dell’Isola, in quanto la coltura intensiva può riguardare solamente un quinto del territorio dell’Isola, rappresentato essenzialmente dal Campidano di Cagliari e di Oristano. Gli altri quattro quinti sono costituiti da terreni di montagna, dove l’agricoltura esiste solo come sussidiaria della pastorizia, l’unica che possa essere remunerativa e tale dovrà restare per lungo tempo. Sbaglia chi crede erroneamente che la pastorizia della Sardegna «sia ancora la pastorizia errante del Medio Evo» e non ha saputo che è diventata, anche in Sardegna, una industria razionale e fiorente.

In uno dei suoi interventi, Francesco Dore propone l’esonero dal servizio militare dei pastori delle classi anziane, da lui considerati necessari ed indispensabili alla custodia del bestiame, alla mungitura del latte ed alla fabbricazione del formaggio. Ma la risposta del ministro dell’Agricoltura è netta: le disposizioni vigenti tutelano principalmente la coltura del grano e del riso, le aziende agrarie a conduzione familiare, con particolare riguardo all’allevamento del grosso bestiame, ai casari e ai mungitori, considerati lavoratori specializzati e perciò insostituibili. Poiché le disposizioni non si possono applicare all’allevamento degli ovini, «non possono venire esonerati i pastori di pecore, che non sono né direttori di aziende agricole, né operai specializzati, né coltivatori di aziende agrarie a conduzione familiare, mancando il requisito della speciale capacità tecnica ed insostituibilità».

In alta Italia la contrattazione tra produttori di formaggi e industriali fu rimessa al giudizio di una commissione mista di industriali e pastori. In Sardegna invece i prefetti, con atto d’imperio, stabilirono una soluzione tutta a favore di pochi industriali e a danno enorme della innumerevole schiera dei pastori. L’intervento dell’autorità politica in un contrasto di natura economica, non solo lede gli interessi della Sardegna, ma urta contro i criteri di politica sociale che richiedono l’assoluta neutralità del potere esecutivo nei confronti delle competizioni economiche private.

Francesco Dore chiede anche la libera esportazione del formaggio pecorino nelle province del Regno, come già concesso per l’olio d’oliva. Che cosa era successo infatti nel frattempo? Da oltre due anni il formaggio mancava nei mercati del Continente, mentre il prodotto caseario – per vessatorie restrizioni delle quali non si riusciva a trovare giustificazione - marciva nei magazzini dei produttori sardi, dopo aver perduto anche i mercati d’America.

Nell’ottobre 1918 denuncia che la censura di Cagliari impedì la pubblicazione di un suo articolo inviato al Risveglio dell’Isola, in cui rivelava che un commissario per le ferrovie – allo scopo di diminuire le difficoltà dei trasporti sulle linee ferroviarie – «avrebbe dato il non opportuno e non accettabile consiglio di diminuire le produzioni locali e specialmente quella del formaggio che costituisce la base della vita economico-industriale in tutte le campagne della Sardegna».

Nel marzo 1917 attacca la politica folle che ha denudato le montagne, ha disseccato le sorgenti, ha reso rare le piogge e scarsa l’acqua. Per la siccità ininterrotta del triennio 1912-1914 fu perduto un patrimonio armentizio di oltre cento milioni di capi. Quando le piogge sono abbondanti l’acqua diventa torrenziale e «non frenata dai boschi né da ritegni artificiali, produce inondazioni che ci devastano le campagne, il bestiame e talora pure gli abitanti». Ma il Governo ha autorizzato le ferrovie a usare legna per risparmiare il carbone: le ferrovie usano la legna, non soltanto per risparmiare il carbone che manca, ma anche per risparmiare la lignite, che non manca affatto, solo perché la lignite costa di più. Di conseguenza sono stati devastati boschi e oliveti, furono abbattuti gli stessi alberi che il Governo aveva imposto di piantare lungo la linea ferroviaria e presso le stazioni per correggere il clima malsano.

La Sardegna ha bisogno soprattutto di acqua, il problema dell’agricoltura può essere risolto solamente con la costruzione di piccoli serbatoi di irrigazione, da costruirsi in ogni angolo montano e in ogni vallata. Per questo si dichiara contrario al progetto di grandiosi bacini industriali come quello del Tirso, «che nessuno sa quando potrà essere costruito». Ma questa sua pessimistica previsione risultò errata, dato che la grande diga ad archi multipli del lago Omodeo entrò in esercizio nel 1923.

Nel giugno 1916 invoca il miglioramento del servizio sanitario nelle caserme, una cura più assidua e più attenta dei soldati, una maggiore vigilanza sulle precarie condizioni dei locali e dell’alimentazione. Tre anni dopo sollecita l’amnistia a favore dei soldati condannati come disertori, non per avere commesso atti di codardia di fronte al nemico, ma solo per avere ritardato il ritorno dalle licenze per cause spesso indipendenti dalla loro volontà. In particolare reclama un atto di giustizia verso i militari sardi, che non poterono rientrare ai loro corpi nei termini stabiliti a causa della notissima disorganizzazione dei servizi ferroviari e marittimi che afflissero l’Isola durante tutta la guerra e l’affliggevano ancora dopo l’armistizio. I soldati sardi in licenza, convalescenza, riformati o smobilitati, non riescono a rientrare nei loro comuni di residenza, così restano sparsi e dimenticati nei vari depositi del Regno. Molti soldati e ufficiali sono costretti a sostare anche per settimane nel porto di Livorno senza vitto soddisfacente e senza alloggio.

Nella stessa seduta si appella al ministro della Guerra perché sia conservata la Brigata Sassari «come tributo della riconoscenza della Nazione agli intrepidi sardi che per primi segnarono la gloria delle armi italiane».

L’anno successivo Dore dichiara che sia «supremo dovere di equità e di riconoscenza nazionale stabilire un assegno decoroso ai vecchi garibaldini, togliendo la vergogna degli assegni attuali, che corrisposti nella irrisoria somma di lire 16.55 mensili, suonano offesa alla gloriosa tradizione della quale i vecchi garibaldini sono oggi gli ultimi esponenti ben degni – in un folle periodo di bolscevismo antipatriottico – che il Paese e il Governo diano loro ogni segno di gratitudine e di venerazione».

Francesco Dore è molto sensibile alla questione dei trasporti e della viabilità nell’isola, in particolare nel Nuorese. Infatti denuncia il mancato coordinamento dei servizi delle carrozze postali sarde e porta ad esempio il percorso tra Orune e Olzai che si potrebbe fare in otto ore, ma che richiede di fatto trentaquattro ore, «un fenomeno che ha dell’inverosimile». Chiede inoltre di eliminare «l’inconveniente che si verifica in certe stazioni ferroviarie, ove la corriera postale deve attendere che arrivi un primo, un secondo, un terzo treno. La sosta non sarebbe grave quando avvenisse soltanto in centri abitati: ma è gravissima in stazioni di campagna come quella di Oniferi. L’onorevole ministro può immaginare quale disagio debba essere il sostare due o tre ore, mattina e sera, in aperta campagna sotto il sole o la pioggia. Aggiungasi che la corriera di Oniferi è la più importante dell’isola perché unisce i due estremi della linea ferroviaria centrale, la cui costruzione restava interrotta tra Sorgono e Oniferi, ma verrà completata tra poco perché il relativo progetto è stato approvato dal Consiglio superiore dei Lavori pubblici e dal Ministero del tesoro». Anche questa ottimistica previsione sarà smentita dai fatti: la linea Sorgono Oniferi non sarà mai messa in opera.

Pertanto rinunzia a chiedere nuovi servizi, ma raccomanda di migliorare quelli esistenti. Fa l’esempio dei percorsi tra Nuoro e Oliena e tra Olzai e Orani effettuati con «legni scoperti ad un cavallo» - «servizio imperfetto e indecoroso» - là dove occorrerebbero carrozze chiuse a due cavalli.

Dato che i comuni situati nella costa Orientale della Sardegna tra Tortolì e Siniscola sono completamente isolati, senza comunicazioni marittime, ferroviarie e automobilistiche, nel luglio 1917 chiede il ripristino, a qualsiasi costo, dell’approdo dei piroscafi a Dorgali, Orosei e Siniscola. Nel 1920 lamenta che, in fatto di collegamenti ferroviari, la regione montuosa del centro Sardegna sia stata la più trascurata, e pertanto avrebbe diritto all’assoluta precedenza. Per completare le linee esistenti si dovrebbero unire la Barbagia del Sud con quella del Nord, l’Ogliastra col Nuorese, e tutta la regione centrale col mare d’Oriente.

Nel 1921 chiede ragione del grave ritardo verificatosi con il piroscafo che doveva partire il 13 gennaio da Civitavecchia, salpò il 14 e giunse a Terranova Pausania il giorno successivo, dopo quattordici ore di navigazione, senza che i passeggeri trovassero la coincidenza del treno, che non attese l’arrivo della nave in ritardo. Coloro che partirono da Roma il giorno 13 «non sono potuti arrivare a Cagliari che il 16, ossia col ritardo di due giorni e dopo aver subito tutte le difficoltà, i disagi e lo sfruttamento dei facchini, dei carrozzieri, del piroscafo, degli alberghi e delle trattorie di queste soste attraverso Civitavecchia, Terranova e Macomer, e se non creda il Governo di porre fine ad un disservizio così dissennato e così disastroso».

Nel marzo 1918, in seguito al siluramento del Tripoli – il piroscafo di linea per la Sardegna – si fece portavoce dell’indignazione dei sardi che si sentivano danneggiati e dimenticati da uno Stato per il quale molti soldati sardi avevano sacrificato la vita. Alla sua interrogazione seguì l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta con il compito di accertare le eventuali responsabilità.

La prova della stima e del prestigio di cui gode negli ambienti governativi è documentata da un episodio accaduto alla fine del conflitto bellico, nel novembre del 1918, quando il ministro della guerra lo chiama a sedare un tumulto di soldati sardi, asserragliati nel Forte Michelangelo di Civitavecchia, in attesa di essere imbarcati per la Sardegna. I soldati, lasciati all’addiaccio e senza rancio, sono convinti che gli si voglia impedire il rientro a casa. L’onorevole Dore non solo riesce a tranquillizzare i conterranei rivolgendosi loro nella lingua madre, ma ottiene l’imbarco immediato per una parte della truppa e il rientro a Roma degli altri commilitoni in attesa del loro turno.

[Continua]

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Salvatore Murgia

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