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Storie nostre. Francesco Dore, un medico olzaese prestato al giornalismo e alla politica (9 puntata)

di Salvatore Murgia

| di Salvatore Murgia
| Categoria: Attualità
STAMPA
Olzai. La famiglia del dottor Francesco Dore nel 1913. Foto Sisinnio Curreli @archivio Kèrylos

9 Puntata - Ritorno a Drovennoro

Nell’archivio del Monastero benedettino di Lodine è custodito un manoscritto inedito della figlia Peppina – madre Maria Giovanna – intitolato Mio padre e la sua scuola politica, dove si può leggere questo significativo giudizio: «Fu un appassionato regionalista: servì la Sardegna, anzitutto: ma il suo amare il paese non degenerò mai in forme anguste o esclusiviste. Per questo quando le idee sardiste e lo stemma dei quattro mori riscaldavano perfino le teste dei suoi ragazzi, lui – così prettamente sardo – non piegò verso il sardismo.

Al di là dei confini isolani vide sempre l’Italia, e non ci fu durante la sua attività parlamentare, nessuna questione di carattere nazionale alla quale sia rimasto indifferente, appassionandosi come deputato e come giornalista, nella collaborazione al Messaggero, all’Epoca, al Mondo, ad altri fogli politici e scientifici.

Patriota, fiero di indossare la divisa militare come medico durante la guerra, e di votare sì per l’annessione della Dalmazia, non piegò verso il nazionalismo precursore del movimento fascista. Né il campanile isolano né la grande patria delimitarono la sua capacità visiva. Al di là, egli vedeva il mondo, con quel bisogno di universalità propria del cattolicesimo.

Dall’inizio alla fine, la vita politica fu per lui un compito di dura fatica sostenuta con lena diuturna e disprezzo di ogni non solo illecito equivoco, ma anche di ogni lecito vantaggio personale. Si occupò anche di interessi privati che richiedevano giustizia, ma senza mai anteporli a superiori interessi comuni, collettivi. Era troppo umano, aveva una troppo viva sensibilità morale, per non saper scendere a dettagli, ma soltanto quando se ne avvantaggiava anche l’insieme. In parole povere, non adoperò il favoritismo come arma di successo elettorale. (Gli uomini dell’immediato ieri e dell’oggi furono e sono più integri che i nostri vecchi parlamentari, in questa materia?).

Le sue prime battaglie giovanili, liceali e universitarie, furono di ispirazione ardentemente religiosa. Vi predominava il pensiero nettamente cattolico. Questo stesso pensiero divenne poi azione scientifica, giornalistica, politica, rettilinea e duttile, aderente a tutte le realtà...

Del suo cattolicesimo risultante con tanta evidenza dalla analisi più minuta della sua attività, come dalla sintesi di tutta la vita, mio padre non fece mai, del resto, una bandiera politica, la leva decisiva per arrivare al Parlamento e rimanervi. Piuttosto fu lui, dagli anni giovanili alla morte, buon soldato di tutte le ore a servizio del cattolicesimo.

La storia dell’attività di mio padre non è da farsi adesso: ci sarà tempo più tardi. Ciò che si può affermare è questo: pagina per pagina essa porta, esplicito o implicito, sempre inequivocabile e alto, il sigillo della più piena cattolicità. Temperamento vivacissimo, di convinzioni invincibili, lucidamente preciso, intuitivo, energico nelle deduzioni da premesse chiare, mio padre raggiungeva l’equilibrio perfetto nel rifiuto di ogni estremismo, come di tutti i compromessi. L’atteggiamento da lui assunto davanti al fascismo dilagante, mantenuto per tutto il tempo del fascismo trionfante, è troppo noto per tornarci sopra.

Poco note sono le circostanze di tale atteggiamento, ed alcune caratteristiche intime ed esteriori che ne fecero, semplicemente, un eroismo. Né cedere né cospirare erano per lui, coscienza inflessibilmente libera, e uomo d’ordine. Resistette ad allettamenti e pericoli: spezzò la propria attività, e si rifece da capo, come se avesse vent’anni, chiedendo di nuovo il pane ai libri di medicina e di legge, affrontando un campo di lavoro nuovo per lui, che aveva già varcato la sessantina e dall’attività parlamentare non volle altro oro che quello delle medagliette. Sull’inizio di questa resistenza senza incrinature, solida e tranquilla come un blocco granitico, mio padre ebbe a fianco una donna capace di dirgli, sebbene minata dal male che l’avrebbe lentamente uccisa e angosciata per l’avvenire dei figli: Patteggiare col fascismo no. Piuttosto la fame. Ed essa, mia madre, varcò due volte soltanto la porta di casa sua, per assistere a dimostrazioni di popolo: quando si vegliò la bara del Milite Ignoto, in S. Maria degli Angeli, e quando fu un atto di coraggio e di deprecazione incontenibile il portare qualche fiore su quel tratto di Lungotevere dove era avvenuta la cattura di Giacomo Matteotti. Antifascismo può essere o non essere sinonimo di integra nobiltà morale, di rettitudine, coerenza e intelligenza politica: lo fu, in modo mirabile nel caso di mio padre. Uomo del passato? di una scuola da considerarsi chiusa? No... Mio padre non fu mai un superato. Nel suo spirito si fusero perfettamente esperienza, comprensione attualistica, presentimento sicuro dell’avvenire. Guardava avanti a sé, più in là dell’oggi, anche nei suoi ultimi giorni: vide qualche segno dei tempi nuovi, futuri, che a non tutti gli osservatori e i profeti di oggi è dato vedere».

Francesco Dore mantiene sempre stretti contatti con Olzai, quasi ogni anno scelto come luogo di vacanza della famiglia. Dalla metà degli anni Trenta l’invio cadenzato di piccole cronache al quindicinale diocesano L’Ortobene documenta una più assidua frequentazione del paese natale. Nel 1933 è presidente del consiglio parrocchiale dell’Azione Cattolica e non manca mai ai riti pasquali, anche perché – come negli anni di Orune - fa parte della locale Confraternita di Santa Croce. Ma proprio in quel periodo inizia la decadenza della Confraternita, che smette di officiare nella chiesa di Santa Barbara e i cui membri cominciano gradualmente a disaffezionarsi alla divisa bianca. L’abbandono delle antiche cerimonie religiose divenne un vero e proprio assillo per Francesco Dore, il quale - in un accorato appello pubblicato sull’Ortobene del 15 agosto 1937 - auspicava che si ridonasse l’antico splendore alle processioni della Settimana Santa e che il parroco di Olzai potesse restituire loro la grande solennità conosciuta in altri tempi.

In particolare Francesco Dore, richiamandosi agli anni della sua infanzia a Olzai, ricordava la commozione delle donne nelle cerimonie del Giovedì Santo quando si intonava il canto dell’Addolorata, i cui versetti «echeggiavano sotto le volte della chiesa. I singulti diventavano irrefrenabili quando nella folla si trovavano madri che avevano perduto i figli, e specialmente madri i cui i figli erano stati uccisi, e sentivano trafitto il loro cuore al ricordo che anche il cuore della Vergine era stato trafitto dalla uccisione del figlio divino. Quelle madri si univano al coro per ripetere angosciosamente le note finali dello straziato grido dell’Addolorata, Fizu meu perseghidu, / Fizu che ladrone tentu, / Fizu de mamma turmentu… In quegli anni di inimicizie sanguinose, il canto di queste strofe così accorate, diventava tragico, quasi pericoloso, risvegliando dolori che fatalmente si accompagnavano a sordi rancori e incitamenti di vendetta. I buoni parroci se ne impressionavano tanto, che ne venivano spinti a vietare il canto delle strofe più appassionate. Forse ne ricorda qualche cosa l’attuale canonico parroco di Nuoro [Giovanni Daddi, n.d.r.] che fu parroco, in tempi di tristi dissidi, in Olzai e in Orune». Ma nel momento in cui Francesco Dore scrive, il clima sociale della Barbagia è fortunatamente mutato. «Il divieto di cantare in chiesa quelle strofe, mi sembra quindi che non meriti di essere mantenuto. Mi parrebbe anacronistico bandire oggi dalle chiese questo canto dialettale che più devotamente, più profondamente commuove l’anima del nostro popolo, senza pericolo di risvegliarvi truci ricordi. Oggi il Canto dell’Addolorata non può risvegliare ricordi che non siano del più sacro dolore materno».

Non si può escludere che il suo appello valse a salvare almeno a Olzai i gosos  della Settimana Santa, la processione del Giovedì Santo per le chiese del paese, la rappresentazione de sIscravamentu, che si conclude con la suggestiva processione notturna e la deposizione del Crocifisso nella chiesa di Santa Barbara. Fu un importante risultato, considerato quanto sarebbe accaduto in molti paesi della diocesi e della Sardegna, dove per decenni si perse quasi del tutto memoria di questi riti e in particolare di quello de s’Iscravamentu, per l’errata interpretazione di un canone del Concilio plenario sardo del 1924.

Il tema della poesia dialettale religiosa è molto sentito da Francesco Dore, che ritorna sull’argomento con una serie di interventi, intercalati dalle puntuali repliche del più qualificato interlocutore che potesse trovare al momento, ovvero il parroco di Oniferi don Salvatore Merche, chiamato direttamente in causa.

«L’onorevole dottor Dore, ben noto ai cattolici e alla stampa cattolica in cui combatte onoratamente e valorosamente da oltre mezzo secolo, si occupa con molto interesse di ogni nostra cosa buona e bella, particolarmente delle nostre migliori memorie e tradizioni, e queste son da lui ricordate con tanto affetto e tanta passione, che invoglia e forza anche gli altri a occuparsene». Ma subito dopo don Merche lamenta che, in ossequio alla modernità e con la mania delle novità a tutti i costi, si vorrebbe abolire dalle sagre popolari e dalle celebrazioni religiose i canti popolari, perché siano sostituiti da altro genere di canti, che però «l’anima popolare sarda, fatta di sentimento e di schiettezza e assai affezionata all’antico, non gusta e poco sente: sarebbe un male certamente e decadrebbe tutta la poesia, la santa poesia delle nostre feste popolari».

Il parroco di Oniferi ammette che i sacri riti si svolgono con la compostezza e con il senso religioso derivanti dalla viva fede dei fedeli che vi partecipano. «Si rimane davvero ammirati e colpiti dal fervore religioso delle donne e della severa compostezza degli uomini, il cui rude viso si illumina spesso della vita interiore dominata dalla letizia che ispirano spesso le manifestazioni collettive della liturgia cattolica… Ma questa favorevole impressione si turba e sparisce quando il nostro popolo è - dalle leggi della stessa Chiesa - invitato a partecipare cantando alla preghiera pubblica e collettiva. Da certi saggi si dovrebbe concludere che il popolo sardo sia davvero un popolo sordo a tutte le più elementari regole del canto corale, a ogni più rudimentale sensibilità musicale. Non intona bene i canti l’officiante; lo seguono male quelli che dovrebbero rappresentare le cantorìe parrocchiali; lo seguono malissimo, rispondendo, i fedeli.

Tante belle e solenni funzioni sacre, che dovrebbero essere in tutto armonia e gioia espresse anche nella piena sonorità dei canti, perdono la loro autentica solennità perché il canto - o quello che dovrebbe essere tale - degenera in una Babèle di suoni discordi, di belati e di ruggiti capaci di sfondare qualunque timpano ben costrutto. Si comincia male, in genere, con lo storpiare le parole latine degli inni e dei canti sacri; si seguita peggio quando si adoperano quelle parole, nei canti. E pazienza se ciò avvenisse in una sperduta e minuscola parrocchia rurale; ma avviene purtroppo anche nelle cosiddette città dove la musica, sacra e profana, non dovrebbe essere un mito. La situazione leggermente si salva quando il nostro popolo si abbandona volentieri ai suoi canti religiosi popolari e dialettali che stanno tanto a cuore all’amico Dore. Non si dubita che faccia piacere ascoltare, ad esempio, il rosario cantato in dialetto, certi gosos o i canti della Settimana Santa. Ma la vita religiosa della Chiesa non può limitarsi a queste manifestazioni rudimentali... E il popolo nostro, che sente così vivamente quella stessa Fede con perfetta ortodossia anche nelle sfumature delle sue manifestazioni, non può pretendere di ridurre tutta la liturgia a espressioni dialettali! Quando si sentono cantare certi Te Deum o certi Tantum Ergo, non resta che invocarsi alla grande misericordia di Dio che, come sempre, bada alla purezza delle intenzioni. E guai se non fosse così. Bisogna, dunque, pensare seriamente a dare al nostro popolo una educazione liturgica e musicale… Certi tentativi, riusciti in gran parte, fatti dalle suore degli asili in tanti paesi, dovrebbero incoraggiare a perseverare e andare oltre».

[Continua]

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Salvatore Murgia

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