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Storie nostre. Francesco Dore, un medico olzaese prestato al giornalismo e alla politica (10 e ultima puntata)

di Salvatore Murgia

| di Salvatore Murgia
| Categoria: Attualità
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La famiglia Dore nel 1913 (Foto Sisinnio Curreli)

10 Puntata - Addio a Santa Barbara

In dieci anni il periodico diocesano L'Ortobene pubblicò più di cento articoli di Francesco Dore, diventandone così uno dei più importanti e apprezzati collaboratori, accanto a Salvatore Mannironi, Salvatore Merche, Giovanni Antonio Mura e Mauro Sale. Il personaggio è infatti di alto profilo morale, e la sua limpida prosa scevra di retorica attira l'attenzione di buona parte dei lettori. Anche la libertà e il coraggio dimostrati in alcuni suoi interventi destano ammirazione, considerato che in quegli anni al vaglio della censura non sfuggiva alcun dettaglio e il rischio di sequestro del giornale era sempre incombente.

Si veda la serie di articoli sul pacifismo a sostegno del magistero di Pio XI e di Pio XII, in aperta polemica con la politica aggressiva italo-tedesca. Esemplare il commento di Dore del 20 gennaio 1935 sulla condanna del papa contro la guerra, indirizzata non soltanto ai capi di governo intenzionati a scatenare nuovi conflitti armati, ma anche alle stesse nazioni smaniose di entrare in guerra. «All'indirizzo di tali nazioni il pontefice lancia la suprema minaccia di pregare Iddio che le disperda: dissipa gentes quae bella volunt. Il linguaggio di Pio XI, che precedentemente era stato soltanto aspro, qui diventa terribile poiché formula la minaccia di un anatema. Nessuna potenza, che sia esclusivamente terrena, può avere in mano un'arma così formidabile come quella dell'anatema».

Francesco Dore non mostra alcun timore nel difendere apertamente la memoria di alcuni importanti personaggi di Nuoro, tenuti in sospetto dall'ambiente clericale locale. Ad esempio, non si sottrae nell'affrontare quello che è forse il problema più delicato della vita di Giorgio Asproni (1808-1876​) – già canonico penitenziere a Nuoro – ovvero la posizione da lui tenuta nei confronti della disciplina ecclesiastica e la difesa della «dignità del suo carattere sacerdotale». A chi gli rinfacciava l'irregolare posizione dinanzi alla Chiesa, Asproni rispondeva così: «Sono sempre sacerdote di Cristo e mai il mio vescovo mi ha fulminato censure. Per un dogma di Cristo sento che verserei il mio sangue come i primi martiri della Chiesa». Giorgio Asproni non fece né disse mai nulla che intaccasse il dogma. I cattolici nuoresi devono sentire come un dovere «rendere omaggio, con assoluta obiettività, al deputato che patrocinò nel Parlamento e nella stampa, con grande e fiera vigoria, come nessun altro, le ragioni e i diritti della Sardegna e particolarmente della sua terra Nuorese». Francesco Dore sostiene che «fu questo l'uomo politico della nostra Isola, che per l'eccezionale austerità del costume, più ancora che per l'altezza dell'ingegno, merita di essere additato ad esempio delle nuove generazioni. È ben giusto che il paese nativo sia orgoglioso della sua memoria».

Anche per Sebastiano Satta (1867-1914) ha parole di stima e quasi di affetto. «Ho conosciuto il nostro Bustianu, come tutti i nuoresi, molto da vicino; e con lui, con Antonicu Ballero, con Giacinto Satta e con a fianco il valorosissimo avvocato Mastino senior, abbiamo fatto lotte giornalistiche o comiziali vivacissime, indimenticabili, contro inauditi soprusi ministeriali, col comune compianto amico Giuseppe Pinna. Pur dissentendo dal Satta – sempre e apertamente – nel campo religioso, ho rimpianto la scomparsa del grande concittadino; e l'ho poi commemorato, in varie occasioni e in vari giornali, La Nuova Sardegna, Il Giornale d'Italia. Il tempo non ha illanguidito questo mio sentimento di stima e di ammirazione per chi fu il più alto dei nostri poeti e il più forte dei nostri oratori, ed è stato tolto, troppo presto, alle lotte civili per l'elevazione politica sociale del nostro Paese».

Di notevole interesse è la serie di corrispondenze inviate da Roma nell'autunno del 1936, poco dopo la morte di Grazia Deledda, della cui vita familiare racconta alcuni episodi inediti (per un approfondimento, si rimanda alle tre puntate di S. Murgia, Le corrispondenze da Roma di Francesco Dore, pubblicate sull'Ortobene del 3, 10 e 17 dicembre 2006). La scrittrice nuorese conduceva a Roma uno stile di vita riservatissimo. Evitava di frequentare, per quanto possibile, gli ambienti culturali e mondani della capitale. La sua cerchia di amicizie era ristretta e selezionata, e tra le poche eccezioni c'era la famiglia Dore.

È stato già riferito che la Deledda aveva mostrato un particolare interesse e una certa benevolenza verso la figlia dell'amico Peppina – la futura suor Maria Giovanna fondatrice del Monastero benedettino di Olzai – nella quale aveva infallibilmente riconosciuto le qualità innate della scrittrice. Francesco Dore, a sua volta, vedeva sempre nella Deledda la bambina e la giovane donna che aveva conosciuto nella casa di Nuoro. Con accenti toccanti descrive l'ultimo loro incontro, avvenuto qualche mese prima che la scrittrice si mettesse a letto per non alzarsene più. Si lasciarono manifestando il reciproco desiderio di rivedersi presto, apparentemente tranquilli, ma consapevoli che quella sarebbe stata l'ultima volta.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Francesco Dore rientra definitivamente nella casa di Olzai, dove viene assistito da Raffaela. Una sera di luglio del '43, come spesso accadeva, mancò improvvisamente la luce. Ma poi la radio riprese a trasmettere. Grazia e Raffaela, sedute fuori al buio, balzarono in piedi, corsero dal vecchio padre che era a letto malato e gridarono: «Babbo, è caduto il fascismo».

Da quell'autunno 1943 cominciano a diradarsi le corrispondenze di Francesco Dore all'Ortobene. Manda una breve cronaca non firmata della festa di Santa Barbara che a Olzai si celebra solennemente in agosto, e un personale appello al soprintendente ai monumenti perché sia restituito agli olzaesi il Retablo della peste del Maestro di Olzai, ritirato nel novembre 1940 con l'autorizzazione del vescovo.

Francesco Dore si spense il 22 aprile del 1944. Dopo due settimane L'Ortobene gli rese omaggio con parole commosse, scritte quasi sicuramente da Salvatore Mannironi.

«Scompare con l'onorevole Dore uno dei nostri amici più cari e più venerati, uno dei precursori della Democrazia Cristiana, un giornalista cattolico, un parlamentare che ha dedicato le sue energie migliori per la Sardegna. I lettori dell'Ortobene, fino a poco tempo fa, ne hanno apprezzato la preziosa, utile, interessante collaborazione in articoli vari nei quali, se talvolta affiorava spesso la nostalgia del passato attraverso rievocazioni di fatti lontani e di uomini da molti dimenticati, non mancavano mai la nobiltà della forma, la nitidezza del pensiero e soprattutto la coerenza con quelle idee filosofiche, religiose, sociali e letterarie che hanno costituito il prezioso patrimonio di tutta la sua vita di cattolico, di uomo assolutamente onesto e dotato di particolare sensibilità politica. Rientrato da Roma in Sardegna, dopo tanti anni di assenza, è rimasto qual era: fedelissimo alle sue idee, alle amicizie, alle tradizioni più nobili della sua gente. Nonostante la sua tarda età, lo spirito era sempre vigile e pronto: e per il bene comune si è sempre disinteressatamente prestato. Aveva ceduto solo da qualche anno al peso e agli acciacchi della vecchiaia.

Ma per tutto il resto della sua vita si può dire che abbia sempre vissuto per una santa battaglia, per la quale ha spesso sacrificato il proprio tornaconto, i suoi interessi. La Democrazia Cristiana si inchina riverente alla sua memoria. La redazione dell'Ortobene esprime alla famiglia le sue cristiane condoglianze».

Al comunicato, segue l'annuncio della famiglia. «Il dottor Francesco Dore presidente della società di Medicina Legale di Roma, già deputato al Parlamento ha terminato santamente la sua indefessa, intemerata vita terrena e riposa in Cristo. I figli Giampietro, priora Maria Giovanna O. S. B., Raffaela, Antonio, Grazia, le nuore, i nipotini amatissimi lo piangono benedicendone la memoria. Olzai, 22 aprile 1944».

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Salvatore Murgia

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