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Il porcetto sardo puo' essere esportato. Ecco perchè

| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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La degustazione del porcetto ieri a Milano

“La presenza del porcetto termizzato all’Expo deve essere solo un primo passo verso l’esportazione e la vendita anche alla grande distribuzione del maiale sardo. E’ una vittoria se intesa come prima tappa di un percorso che porterà alla libera circolazione del suino termizzato e stagionato. Se invece si trattasse di un caso isolato sarebbe una vittoria di Pirro”. E’ la posizione di Coldiretti Sardegna che ieri ha promosso un’iniziativa davanti al Padiglione Coldiretti a Expo, in cui si è potuto degustare il porcetto arrosto fuori dai confini sardi dopo tre anni e sette mesi di blocco all’esportazione.

LA STORIA. Il primo caso di peste suina in Sardegna viene riscontrato nel 1978. A marzo dell’anno successivo risale il divieto assoluto imposto dalla Comunità Europea di esportare suini vivi, carne fresche e salumi prodotti in Sardegna. L’11 novembre 2011, dopo una breve parentesi nella quale era stata autorizzata l’esportazione delle sole carni macellate e dei salumi, la Comunità Europea ha nuovamente istituito il divieto assoluto di far varcare i confini isolani di qualsiasi prodotto a base di carne suina sarda. Con prorogata di ulteriori quattro anni del divieto di spedizione firmato l’11 ottobre del 2014.

DEROGA. Il 13 aprile del 2015 il Ministero alla Salute e la Regione Sardegna firmano un Protocollo di intesa. Il documento prevede l’invio dei maialini precotti per l’esposizione o la degustazione esclusivamente nell’ambito della manifestazione milanese. Inoltre i lotti eventualmente non consumati all’interno del perimetro della manifestazione, dovranno essere smaltiti in loco o rispediti in Sardegna secondo procedure stabilite.

PARTE IL PRIMO PORCETTO. Il 21 aprile 2015, dopo 1248 giorni di embargo, la Coldiretti fa partire dall’aeroporto di Cagliari il primo maialetto termizzato.

L’OBIETTIVO DI COLDIRETTI SARDEGNA è quello di ottenere il via libera definitivo all’esportazione, la vendita nella grande distribuzione, la certificazione e la tracciabilità del prodotto. “La strada è percorribile subito – secondo Battista Cuabu, presidente sardo della Coldiretti -. Ci sono le norme e la Sardegna è pronta a raccogliere la sfida, con un prodotto di alta qualità ed imprenditori competenti”. Il maiale termizzato presente all’ Expo (prodotto sano, controllato in partenza e addirittura sterilizzato) secondo il Decreto legislativo del 27 maggio 2005, n. 117, attuazione della direttiva 2002/99/CE (Norme di polizia sanitaria per la produzione, la trasformazione, la distribuzione e l’introduzione di prodotti di origine animale destinati al consumo umano), può tranquillamente essere esportato senza il pericolo delle diffusione della peste suina. Malattia, che pur non essendo contagiosa per l’uomo, rappresenta, in ogni caso, un serio pericolo per il patrimonio suinicolo nazionale e internazionale. “Oggi abbiamo aziende che già tracciano una temperatura di cottura al cuore di 81 - 82 gradi – rivela il direttore di Coldiretti Sardegna Luca Saba - rispettando e andando anche oltre le normative vigenti che prevedono 80 gradi di cottura al cuore. La normativa, inoltre permette l’esportazione dei salumi senza osso con almeno 140 giorni di stagionatura, che sale a 190 giorni con osso”. Secondo Coldiretti Sardegna l’Expo è la dimostrazione che il suino sardo termizzato può attraversare i confini regionali. Nel rispetto della direttiva 2002/99/CE recepita con il Decreto legislativo del 27 maggio 2005, n. 117, può ottenere il definitivo lascia passare per l’esportazione dal Ministero che ha la facoltà di applicare la norma. “Il mercato del suino sardo ha delle grandissime potenzialità. Con la fine del blocco all’esportazione si aprirebbero degli orizzonti economici ed occupazionali incredibili (ma anche sociali e culturali) per tutta l’isola: il porcetto arrosto è l’iconografia della Sardegna, un prodotto unico e inimitabile – secondo Battista Cualbu-. La grande distribuzione aspetta la fine dell’embargo per investire nel settore. Diverse importanti aziende hanno già pronti i contratti commerciali”. “Oggi contiamo già 10mila aziende con standard superiori alla media europea. Per la produzione del porcetto (che è uno, non il solo, dei prodotti della suinicoltura sarda) ci sono 50mila scrofe (ne producono circa 1milione all’anno) e danno lavoro a circa 2.500 persone – ricorda Pierluigi Mamusa di Villacidro, titolare di una delle piu’ grandi aziende di allevamento suino in Sardegna - E sono aziende altamente innovative, dotate di alta tecnologia ma rispettose della tradizione. Il precotto ne è un esempio: consente di conservare il gusto e il sapore del maialetto”. “Il trattamento termico presenta più vantaggi – è il pensieri di Antonello Salis della Genuia di Ploaghe, da sempre all’avanguardia nella trasformazione dei suini sardi - oltre a consentire l’abilità all’esportazione di un prodotto sano di altissima qualità, avvantaggia anche il consumo, in quando va incontro alle esigenze del mercato. Oggi, in cui il tempo dedicando alla cucina è sempre minore, il porcetto, che richiede oltre due ore di cottura, è già penalizzato, e lo sarebbe ulteriormente entrando in un mercato di larga scala. In questo modo invece tutti hanno la possibilità di mangiare l’autentico maialetto sardo. Si offre un servizio, si avvicina il prodotto all’utenza, riportandolo all’utilizzabilità del consumatore, altrimenti destinato ad essere solo cibo per le grandi occasioni”. E’ proprio l’autenticità e la garanzia della provenienza, è un altro tallone di Achille. Per questo Coldiretti Sardegna, ritiene indispensabile “arrivare a certificare la provenienza del suino sardo. La tracciabilità del prodotto tutela l’allevatore e garantisce il consumatore. Con l’obiettivo, non tanto peregrino, di arrivare ad avere il suino sardo Dop”.

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