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OLZAI. Appunti per una storia: l’arginamento nel rio Bìsine (7° puntata)

Il nuovo cimitero di “Lolea”, l’ambulatorio antimalarico e il mulino di Dore & Virdis

| di Giangavino Murgia
| Categoria: Territorio
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OLZAI. Funerale del dottor Efisio Mesina, sagrato chiesa Santa Barbara, 17 gennaio 1931 (archivio as. Kérylos)

OLZAI. Dopo l’arginamento, la costruzione del cimitero di “Lolea” è stata una delle opere più rilevanti di bonifica e risanamento igienico dell’abitato insieme ad altri lavori, non meno importanti, di raccolta e canalizzazione delle acque meteoriche nei quartieri alti del paese, realizzati durante la prima metà degli anni Trenta.

Costruito in piena epoca fascista e dopo lunghe peripezie amministrative, il nuovo cimitero di “Lolea” ha comportato l’archiviazione del progetto di ampliamento del camposanto di “Santa Rughe” e la sua definitiva chiusura alle sepolture. Poi il successivo abbandono e la demolizione del vecchio recinto sacro nel 1995 per far spazio ad una strada comunale. Una pagina della storia di Olzai che meriterebbe ulteriori approfondimenti.

In questa puntata, parleremo anche dell’ambulatorio antimalarico comunale, dell’abbandono del mulino della famiglia Cardia-Mesina e della mancata ricostruzione dei mulini idraulici distrutti dall’alluvione all’interno dell’abitato, con l’arrivo a Olzai del primo mulino a gas povero della ditta “Dore & Virdis”.

 

Il vecchio cimitero di “Santa Rughe”: la storia dal 1917 al 1932

L’idea di raddoppiare la superficie del piccolo cimitero di “Santa Rughe”, di appena mille metri quadrati, risale al 1917, come dimostrano gli elaborati firmati quell’anno dallo studio tecnico dell’ingegnere Luigi Mura - Floris di Nuoro.

Ma tutto cambia con l’alluvione del 10 settembre 1921. Quel giorno – a partire dalle ore 16 e in appena due ore – nelle campagne di “Sa ‘e ziu Boe” si forma un torrente che attraversa il rione di “Murui”. Da questo versante, l’acqua discende ancora con maggiore violenza fino al muro del cimitero aprendo una breccia di dieci metri nel lato nord e un’altra ancora più larga nel lato sud, per poi allagare i terreni di “Sa Mastr’Andria” e confluire nel rio Bìsine, nell’attuale piazza di Sant’Ignazio.

Il corrispondente della Nuova Sardegna, dopo aver visitato Olzai il giorno successivo all’alluvione, aveva scritto: «Non fu risparmiata neppure la sacra dimora dei morti: asportati i muri di nord e di sud; croci e qualche lapide infranta, parecchie fosse scoperte per 80 centimetri! Questo spettacolo agghiacciava il cuore».

Per questi motivi, lo stanziamento di 800 mila lire, previsto nell’art. 1 della Legge n. 1214/1922, comprendeva anche la «riparazione dei danni al cimitero di Olzai».

Il 4 settembre 1924, il Consiglio comunale deliberava una domanda di contributo di 15 mila lire per «eseguire i lavori di ingrandimento e di riparazione del cimitero» da inoltrare all’Ufficio Genio Civile, alla Prefettura e al Ministero dell’economia nazionale. Il 3 maggio 1925, il Consiglio rinnovava la richiesta, ma questa volta chiedeva l’aiuto del Ministero dei lavori pubblici e l’esecuzione diretta dei lavori da parte del Genio Civile.

Il 20 novembre 1925, il sindaco Marcello avviava le pratiche per l’espropriazione di alcuni terreni privati. Il 1° marzo 1926, il Comune sollecita le autorità per «l’immediata esecuzione dell’opera», avendo già stipulato una convenzione per la predisposizione del progetto di ampliamento e riparazione del cimitero.

Sennonché, il 21 marzo 1926 il Consiglio comunale è costretto ad abbandonare questo progetto, poiché i tecnici del Genio Civile avevano accertato che «il terreno nel quale dovrebbe estendersi l’ampliamento progettato, è coperto da banchi di rocce granitiche che richiederebbero ingenti spese per lavori di esecuzione ed estrazione».

COMUNE DI OLZAI. Progetto dell’ampliamento del cimitero di “Santa Rughe”, elaborato nel 1917 dallo studio tecnico dell’ingegnere Luigi Mura-Floris di Nuoro (riproduzione: associazione Kérylos).

A questo punto, per ragioni economiche, ma anche per rispettare le leggi di polizia mortuaria, l’assemblea presieduta dal sindaco Marcello decide all’unanimità dei voti «di costruire nel comune un cimitero nuovo, in  una delle aree adattabili alla scopo che saranno indicate dalla Giunta Comunale, in varie località prossime all’abitato quali le regioni di Lolea, Biriai, Gheddesai ecc. perché l’ufficio del Genio Civile e la Commissione tecnico Sanitaria possano eseguire la scelta».

Rimaneva il problema della riparazione del vecchio cimitero, con venticinque metri di muri di recinzione gravemente lesionati dall’alluvione. E poiché nell’area sacra trovavano libero «accesso le bestie e le persone», con delibera del 23 giugno 1926, il podestà Efisio Mesina «in vista delle difficoltà che si frappongono alla riparazione dei danni del cimitero cagionati «dall’uragano» del settembre 1921, delibera «che la riparazione dei danni del Cimitero sia affidata al Corpo Reale del Genio Civile di Sassari con speciale raccomandazione che tale opera sia dichiarata d’urgenza».

Il 18 luglio 1926, il dottor Mesina – forse non pienamente convinto della scelta operata quattro mesi prima dal sindaco Marcello e dal Consiglio comunale – scrive al Provveditorato delle opere pubbliche per la Sardegna dichiarando di rinunciare all’ampliamento del vecchio cimitero, ma generando qualche equivoco per la pratica di costruzione del nuovo camposanto.

La questione coinvolge anche il prefetto di Sassari, l’avvocato Michele De Tura che, il successivo 28 luglio, invia questa lettera perentoria al podestà di Olzai:

«La Commissione Sanitaria insiste per la costruzione di un nuovo cimitero in codesto Comune, dichiarando il vecchio pregiudizievole alla salute pubblica. Non è pertanto da fare altro che uniformarsi a quanto è stato ritenuto dalla competente Commissione. All’uopo V.S. vorrà deliberare subito affidando l’esecuzione della nuova opera al Provveditorato alle Opere Pubbliche in base all’art. 5 del Regio Decreto Legge 6 novembre 1924, n. 1931.

In attesa della costruzione del nuovo cimitero il vecchio potrà essere riparato, per quanto sia strettamente necessario, coi fondi messi a disposizione dal Ministero dei Lavori Pubblici. Appena il nuovo cimitero sarà inaugurato il vecchio verrà chiuso e conservato finché con le dovute forme non ne sarà decretata la soppressione, che, a ogni modo, non potrà avvenire se non passati 10 anni dall’ultima inumazione. Si avverte poi che la deliberazione che V.S. vorrà adottare e spedire allo scrivente entro il giorno 5 del p.v. mese di agosto dovrà essere conforme al modello annesso alla circolare prefettizia 6 gennaio corrente anno n. 383».

Dopo aver lasciato la carica di podestà nel febbraio del 1927, all’alba del 15 gennaio 1931 muore, a 88 anni, il dottor Efisio Mesina, già medico «della condotta dei poveri» di Olzai, ufficiale sanitario nel 1891 e addetto alla tenuta e distributore dell’armadio farmaceutico» sino al 31 dicembre 1923, nonché principale promotore, fondatore nel 1903 e presidente della società per la mutua assicurazione del bestiame. Con lui scompare un innovatore, uno dei principali protagonisti del progresso civile ed economico del paese di Olzai a cavallo tra l’800 e il ‘900.

Sabato 17 gennaio 1931, si svolgono i solenni funerali con una straordinaria partecipazione di popolo, autorità e una marea di forestieri provenienti dai paesi del circondario. Soprattutto dal paese di Mamoiada, dove vivevano i parenti della famiglia Cardia e da Nuoro, la città dov’era nato il figlio dell’avvocato Salvatore Mesina e Mariantonia Soggiu.

La salma del dottor Efisio Mesina viene tumulata nel vecchio cimitero di “Santa Rughe” e, dopo l’arrivo a Olzai della congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane, sarà traslata nella tomba monumentale di famiglia del nuovo cimitero di “Lolea”.

OLZAI. Il cimitero di “Lolea”, durante l’eccezionale nevicata del 17 dicembre 2007. A destra, la tomba monumentale della nobile famiglia Cardia - Mesina (© foto: Giangavino Murgia)

 

1928 – 1932: la costruzione del nuovo cimitero di “Lolea”

A seguito della scelta dell’area di “Lolea”, il 25 aprile 1928 l’Ispettorato superiore del Genio civile di Nuoro approva il progetto redatto dall’ingegner Antonio Forteleoni per la realizzazione del nuovo cimitero, con fondi a carico dello Stato ai sensi del Regio Decreto n. 1931/1924, per l’importo di 132.000 lire. La capacità di inumazione prevista era di 540 salme, in un’area recintata di 2.360 metri quadrati.

Il contratto con l’impresa appaltante di Giuseppe Putzu viene stipulato il 18 ottobre 1928. Dopo alcune perizie suppletive e proroghe, i lavori iniziano il 7 febbraio 1930, poi sospesi dal 15 settembre 1930 al 4 luglio 1931.

Per la realizzazione dell’opera arrivano a Olzai alcuni operai di Mamoiada, creando un «generale malcontento nelle famiglie dei poveri braccianti che non trovano mezzo di trovare il sostentamento della famiglia». Così scriveva il 3 agosto 1931 il podestà don Giuseppe Cardia, con una infuocata lettera di protesta indirizzata al Genio Civile di Nuoro per sollecitare la conclusione dei lavori, evitando ulteriori interruzioni «per dar modo di occupare i braccianti di questo comune che si trovano in uno stato di completa miserabilità».

Il successivo 14 settembre, don Giuseppe Cardia presenta le dimissioni «essendosi aggravate le sue condizioni fisiche», incaricando provvisoriamente il commissario prefettizio Sebastiano Mameli (1879-1966), ex consigliere comunale (l’incarico podestarile sarà poi ripreso dal nobile Cardia e tenuto sino all’8 marzo 1932).

Con una «raccomandata urgentissima» del 25 ottobre 1931, il Prefetto di Nuoro dottor Michele Chiaramonte chiede al podestà di provvedere – d’accordo col segretario del Fascio e alle autorità locali e organizzazioni combattentistiche e sindacali – «all’inaugurazione, nella ricorrenza del 28 Ottobre delle opere pubbliche compiute dal Regime durante l’IX dell’Epoca Fascista», indicando fra queste opere il costruendo cimitero di “Lolea” e precisando che «la cerimonia dovrà svolgersi come negli anni scorsi in forma solenne ed austera».

In realtà, in occasione del IX anniversario della Marcia su Roma, non si poteva organizzare alcuna cerimonia d’inaugurazione del cimitero poiché, alla data del 28 ottobre 1931, il cantiere era ancora aperto ed erano in corso dei lavori suppletivi con quota spese a carico del Comune di lire 19.350, come riportato nella delibera del podestà Cardia n. 46 del precedente 18 ottobre.

Il 26 giugno 1932 il nuovo podestà Sebastiano Curreli  invia una lettera all’ingegnere capo del Genio Civile di Nuoro per sollecitare «la consegna del nuovo cimitero, poiché nell’attuale, per adempiere ad ogni prescrizione di legge, torna molto difficile sia la tenuta dei registri di inumazione che ogni altra disposizione di polizia mortuaria». Il successivo 5 agosto avviene la consegna provvisoria al Comune.

Il 18 ottobre 1932, dopo la sepoltura dell’infante Caterina Moro - Zanni, si chiude per sempre il cancello del vecchio cimitero di “Santa Rughe”. Il successivo 6 novembre, con il funerale del neonato Luigino Moro - Stocchino iniziano le tumulazioni nel nuovo cimitero di “Lolea”. Così, nella memoria degli olzaesi, è rimasto il detto “Moro ha chiuso, Moro ha aperto….”.

Il verbale di collaudo finale dei lavori del cimitero di “Lolea”, sarà firmato il 20 novembre 1934 dal podestà capitano Sebastiano Curreli, dal direttore dei lavori geometra Gavino Ricci e dall’appaltatore Giuseppe Putzu.

Il dottor Giovanni Dore Tola (1871-1936), medico condotto di Olzai. A destra, un armadio farmaceutico del primo Novecento (riproduzione: associazione Kérylos)

Anni Trenta: il podestà Cardia apre l’ambulatorio antimalarico comunale

Negli anni Trenta, nonostante la raccolta della acque del rio Bìsine nell’arginamento, la malaria continua ad imperversare nel territorio del Comune di Olzai.

Il 18 maggio 1930 il podestà don Giuseppe Cardia approva il regolamento per il funzionamento dell’ambulatorio antimalarico, gestito dal Comune con cure gratuite per tutti gli abitanti, sotto la direzione del dottor Giovanni Dore Tola (1871-1936), già medico condotto del paese dal 5 marzo 1927.

Al 15 febbraio 1931 risale la delibera per l’acquisto di un armadio farmaceutico, con l’incarico per la preparazione dell’elenco dei medicinali affidato al dottor Raimondo Cichi (1901-1967), farmacista di Gavoi.

Nel 1934 si costituisce un Comitato provinciale antimalarico e il comune versa un contributo obbligatorio di quasi 300 lire per il suo funzionamento.

OLZAI. Il mulino idraulico nel rio Bìsine. A sinistra nel 1977, prima del restauro. A destra: durante una nevicata del febbraio 2005 (© foto: Giangavino Murgia)

La mancata ricostruzione dei mulini idraulici nell’abitato di Olzai

L’articolo 5 della Legge n. 1214/1922, prevedeva dei sussidi a favore dei proprietari di fabbricati rustici e molini idraulici danneggiati o spazzati via dall’alluvione del 1921 nei comuni di Gavoi, Ollolai e Olzai. Con lo stesso provvedimento, era stato promesso uno stanziamento di 300 mila lire tramite il Ministero dell’agricoltura, mentre la Prefettura di Sassari era stata incaricata ad emettere gli ordini di pagamento a favore degli eventuali beneficiari.

Ma nel municipio di Olzai, non si trovano documenti inerenti l’erogazione di sussidi per la ricostruzione dei tre mulini idraulici distrutti all’interno dell’abitato durante l’alluvione del 10 settembre 1921 (erano dodici nel 1857; undici nel 1872-1875 e sette nel 1911).

Nonostante le notevoli disponibilità finanziarie dei suoi proprietari e la possibilità di ottenere un sussidio dallo Stato, non si conoscono neanche i motivi della mancata riparazione del mulino appartenente alla famiglia Cardia-Mesina (“Su mulinu Vezzu”), in parte sepolto dalle frane durante il nubifragio.

Probabilmente, l’impianto molitorio non era più conveniente e poi necessitava di una costante e sempre più dispendiosa sorveglianza, isolato com’era in aperta campagna. Oppure, il dottor Efisio Mesina sperava ancora di ottenere i contributi richiesti nel 1910 dalla società di Mutuo Soccorso di Olzai al Ministero dell’agricoltura per l’acquisto di un mulino a gas povero, insieme ad altri macchinari per rigenerare la stagnante economia locale e soprattutto le attività agro pastorali.

La mancata ricostruzione dei mulini idraulici all’interno dell’abitato, era invece dovuta alle caratteristiche costruttive del nuovo arginamento. Considerata l’altezza notevole degli argini (nei punti più alti arriva a quasi sei metri), risultava complicato catturare e deviare l’acqua dal nuovo alveo artificiale del rio Bìsine, per alimentare un opificio molitorio all’altezza del piano stradale.

In ogni caso, con l’alluvione e la costruzione dell’arginamento nel 1926, scompaiono tutti i mulini idraulici nel rio Bìsine, mentre il mulino della famiglia Cardia - Mesina sarà definitivamente abbandonato dai proprietari.

In parte sepolto dalle frane e dalla vegetazione per oltre ottant’anni, ma con la struttura muraria portante ancora integra, nel novembre 2002 il mulino è stato acquistato dal Comune di Olzai da un privato, insieme a un appezzamento di terreno agricolo di 5.300 metri quadrati, in parte confinante con l’antica mulattiera Olzai-Ollolai (“S’Iscala”). Immediatamente restaurato dall’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Giovanni Moro (1939-2006) e aperto al pubblico dal 2004, l’unico mulino del rio Bìsine risparmiato dal nubifragio del 1921, è diventato una delle principali attrazioni turistiche della Barbagia.

OLZAI. L’antico mulino a gas povero della ditta “Dore & Virdis” degli anni Venti, restaurato nel 2012 dai fratelli Michele e Tino Columbu (© foto: Giangavino Murgia, novembre 2014)

 

Il mulino a “gas povero” della ditta Dore & Virdis

Un’altra causa della mancata ricostruzione degli arcaici mulini idraulici nel rio Bìsine, è stata determinata dall’arrivo a Olzai degli opifici con motori a gas povero. Erano impianti molto economici, alimentati a carbone o legna, che consentivano la prosecuzione della redditizia attività di molitura “a pietra” del grano e dell’orzo coltivato nel territorio comunale: una tradizione agricola che non poteva scomparire con l’alluvione e la costruzione dell’arginamento.

Nonostante i metodi di coltivazione «antidiluviani», nell’agro di Olzai non mancavano le granaglie per la produzione di farine e anche di qualità superiore, al punto da attirare l’attenzione degli acquirenti «stranieri»: “sos istranzos” che, nel 1915, acquistavano i cereali «a prezzi alquanto elevati», diminuendo però le scorte necessarie a coprire i fabbisogni degli olzaesi.

Con delibera dell’8 agosto 1915, il Consiglio comunale fu costretto a «proibire la vendita di grano ed orzo a persone straniere fino al 31 Luglio 1916» e «fissare il prezzo massimo della vendita del grano a Lire 32 l’ettolitro, ed a Lire 14 quello dell’orzo», con sanzioni pecuniarie per i trasgressori.

Anche durante la metà degli anni Venti, si potevano ottenere interessanti guadagni dall’attività di molitura dei cereali e dalla vendita delle farine. Attirati da questo commercio, il possidente Francesco Dore noto “Zicchette” (1866-1944) e il poliedrico affarista - locandiere Giuseppe Maria Virdis, “ziu Birde” (1883-1974), decidono di acquistare un mulino a gas povero.

Il macchinario viene installato in una casetta della collina di “Biriai”, nel retro dell’abitazione della signora Maria Grazia Nonnis (1867-1956), madre dell’artista Carmelo Floris (1891-1960), dal 1909 sposata in seconde nozze con il Dore.

L’impianto di molitura comprendeva anche un kit di alimentazione elettrica. Ma a Olzai non poteva funzionare, poiché il Comune stava ancora trattando la fornitura dell’illuminazione pubblica con la società elettrica «Val Taloro» del cavaliere Salvatore Maoddi di Gavoi (1861-1937).

Nel 1930, le strade del paese erano ancora illuminate dai «fanali a petrolio». E, allora, Dore e Virdis propongono al Comune la fornitura di energia elettrica «a mezzo di motore». Nella delibera n. 84/1930 del podestà Cardia, si legge:

«Ritenuto che la Società “Val Taloro” non volle sottostare alle modifiche apportate dai competenti uffici circa la cessione dell’energia elettrica agli edifici pubblici ed agli utenti privati; Considerato che la Ditta Dore e Virdis già esercenti di  un mulino per la macinazione dei cereali hanno manifestato la determinazione di voler impiantare in questo comune l’illuminazione elettrica a mezzo di motore. Delibera 1° Di prendere in considerazione la proposta di Dore e Virdis in via di massima; 2° Di invitare la ditta Dore e Virdis alla presentazione del relativo capitolato circa il prezzo di cessione dell’energia e delle altre disposizioni, per essere sottoposto al parere dell’autorità competente».

La proposta di “Zicchette” Dore e “ziu Birde” non avrà però seguito e il Comune continuerà le trattative con la società elettrica «Val Taloro», mentre la coltivazione dei cereali nell’agro comunale rimane sempre un cespite rilevante.

In una relazione del podestà Sebastiano Curreli datata 5 maggio 1932, si legge: «L’orzo è esuberante per i bisogni della popolazione; invece il grano viene consumato in gran parte dalla popolazione di Olzai. La produzione complessiva del paese fra orzo e grano potrebbe essere valutata in 15.000 starelli, che vengono consumati nei limitrofi paesi di Ollolai, Ovodda, Teti, Austis, Tiana, Tonara e Sarule»

Nel primo semestre del 1934, il mulino a gas povero di Dore e Virdis funzionava a meraviglia, grazie all’assistenza tecnica fornita da un confinato politico: l’antifascista Paride Caponi, 30 anni, proveniente da Milano dove lavorava come meccanico dell’Alfa-Romeo.

Nello stesso anno, arriva la concorrenza: il giovane «autista di automobili», e meccanico per passione Mario Mosè Deligia (1913-1998), acquista un altro mulino a gas povero e lo installa nella sua abitazione di via Mannu, dove risulterà ancora funzionante sino alla metà degli anni Cinquanta.

Nel mese di settembre del 1937 si svolgono alcune prove tecniche e il successivo 28 ottobre –  dietro ordine impartito dalla Prefettura alla società “Val Taloro» - viene attivato il servizio per l’erogazione dell’energia elettrica. Una data storica per il progresso del paese di Olzai, ma il servizio è inizialmente riservato all’illuminazione delle strade e degli edifici pubblici, e quindi il mulino di “Biriai” continuerà a funzionare a gas povero sino al 1939.

Quell’anno, il mulino di Dore e Virdis e l’ex dipendente Caponi entrano a far parte della vicenda dell’arresto e condanna al confino del pittore Carmelo Floris che, nel mese di luglio, è costretto a partire per il soggiorno obbligato nelle Isole Tremiti.

Nello stesso periodo, l’impianto molitorio di Dore e Virdis viene smontato dalle case di “Biriai”, trasformato con il kit di alimentazione elettrica e trasferito in un locale del vicolo del Rio, di fronte all’arginamento.

Qui, dal 1940 sino al 1943, lavorerà come mugnaio il giovane Bachisio Antonio Columbu (classe 1925, vivente). È il periodo delle restrizioni, dell’ammasso obbligatorio dei cereali, della distribuzione delle farine bianche ai possessori delle tessere annonarie, del razionamento del pane e dei principali generi alimentari imposti dal Duce a seguito dell’entrata in guerra dell’Italia.

Due depliant di un mulino costruito dalle officine meccaniche “Baldeschi & Sandreani” negli anni Sessanta (proprietà: fam. Nonnis, Olzai – riproduzione associazione Kérylos)

Nella primavera del 1944, Giuseppe Maria Virdis rileva una macelleria dal signor Ignazio Meloni-Tola (1905-1971) e, fino agli anni Cinquanta, continuerà a gestire la sua locanda e trattoria nella piazza “Su Nodu Mannu” insieme a una «fiaschetteria».

Nell’estate del 1944, muore il suo socio d’affari “Zicchette” Dore e il mulino viene venduto ad altra ditta e trasferito nel rione di “Cambone”, in un locale di proprietà del signor Domenico Nonnis (1907-1987).

Finisce così la storia ventennale della ditta “Dore & Virdis”, ma il loro impianto di molitura continuerà a funzionare sino alla primavera del 1964. Quell’anno, esattamente il 15 aprile, il signor Francesco Antonio Mameli, noto “Ziccu” (1908-1998) apre nella via Taloro un mulino più moderno, sbaragliando la concorrenza locale.

Dal 2012 il vecchio mulino di “Dore & Virdis” ha ripreso a funzionare, ma solo per scopi didattici e turistici, grazie al recupero del kit di alimentazione elettrica fabbricato nel 1916 e al restauro delle altre parti lignee eseguito con passione dai fratelli Michele e Tino Columbu.

Il mulino della famiglia Mameli – costruito dalla rinomata officina meccanica marchigiana Baldeschi e Sandreani – rimane in funzione sino agli anni Ottanta, ma il suo definitivo epilogo è del dicembre 1996, che chiude la storia dell’arte molitoria nel paese di Olzai.

Qui trovi le prime sei puntate

Giangavino Murgia

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