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Storie nostre. Francesco Dore, un medico olzaese prestato al giornalismo e alla politica (4 puntata)

| di Salvatore Murgia
| Categoria: Territorio
STAMPA
La famiglia Dore nel 1913 (Foto Sisinnio Curreli)

4 Puntata – Casa, famiglia e passione civile

La casa presa in affitto a Orune da Francesco Dore era molto diversa da quella di Olzai, dove c’era l’orto dietro la porta di cucina, la stalla e le galline, la tanchita e la nonna che attendeva sulla soglia il ritorno del carro a buoi e del pastore con le bisacce piene. La casa di Orune era invece piccola e con le finestre anguste. Il figlio Antonio racconta che faceva molto freddo e quando il vento spaventoso ululava e i vetri delle finestre tremavano, il babbo «sedeva su una sedia bassa con le spalle rivolte al fuoco». Ai lati della porta d’ingresso stavano due sedili in pietra. «La cucina, dove stavamo tutto il giorno, aveva una sola finestra, messa storta sul muro; quel muro, invece di essere diritto, ad un certo punto veniva avanti, nello stesso senso della finestra». In quella cucina a pianterreno c’era «una tavola a libro, sedie impagliate e un piccolo armadio chiuso per i piatti, le tovaglie e il pane». Attraversato un grande e vuoto stanzone si usciva sul pianerottolo, con la vecchia porta a un battente, munita di molteplici congegni di chiusura. Tutte le sere – al tocco della campana del tramonto – bisognava fare il giro della casa: «Giravamo cautamente…  – racconterà anni dopo la figlia Peppina – passavamo nell’andito per guardare i paletti, i ganci, i chiavistelli, abbassati sulla nostra porta armata così… chissà perché? Ci assicuravamo di vederli al loro posto tutti, senza toccarli per non fare rumore. Nella stanza nostra, l’esame era più accurato… Rivedo mamma che dopo la preghiera, alza la coperta del letto, apre i due grandi armadi, tocca sfiorandole le serrature della finestra… Questa sorta di liturgia aveva luogo soprattutto quando babbo era lontano per i suoi impegni politici o di lavoro. Allora i bambini si trasferivano tutti nel grande letto matrimoniale vigilato dall’immagine della Madonna».

I timori e le paure di Maria Giannichedda non erano affatto immotivati; persino i bambini avevano una chiara percezione di quanto stava accadendo in paese. Come in altri centri del Nuorese, a Orune erano sorte lotte, rivalità, vendette tra chi perpetrava ruberie e chi se ne sentiva vittima. C’erano temibili latitanti alla macchia, e quando qualcuno di questi riportava gravi ferite – in genere dopo conflitti a fuoco con i carabinieri – non esitava a ricorrere alle cure del medico con assoluta fiducia, oltre che per la competenza, per il rigore con cui avrebbe saputo conservare il segreto professionale. Ma Francesco Dore non operava passivamente, il suo stile non avrebbe tollerato alcuna ambiguità. La sua personalità battagliera – oltre il carattere e le convinzioni morali – non dava tregua ai malfattori, sia pure in un ambiente di vendette e di autentico pericolo per l’incolumità personale e dei familiari.

Le figlie raccontavano che la casa di Orune aveva un ingresso secondario sul retro, quasi nascosto, dove chiunque poteva andare a bussare, come quando qualche bandito ferito chiedeva soccorso. La porta si apriva sempre e non di rado era offerto un giaciglio per trascorrervi la notte. «Domattina, però, appena albeggia te ne vai da qui. Io ti concederò un breve lasso di tempo perché tu possa allontanarti… poi, mi recherò in caserma ad avvertire l’Arma del tuo passaggio». Una vigilia di Natale trovarono nel giardino un piccolo capriolo lasciato in dono, un’altra sera un forestiero portò ai bambini un muflone: «Compresi che non era una bestia comune, come le altre – rivelò molti anni dopo Antonio Dore – e che il donatore aveva qualcosa di strano, doveva avere chissà quale timore».

Un altro episodio, alquanto sconvolgente, fa parte dei ricordi di Peppina. Qualche volta toccava al medico raggiungere il rifugio dei banditi, per soccorrere uno di loro intrasportabile o per trattare la tregua o la cessazione di intollerabili ribalderie. Era una di quelle missioni ad altissimo rischio che facevano impallidire il volto della mamma che, pur sopraffatta dalla paura, prendeva una discutibile decisione. Agghindava Giampietro e Peppina, i figli più grandi, come se dovessero uscire per una visita di gala e li metteva come angeli custodi accanto al marito. Così non temeva più. Per rispetto verso i due innocenti, i banditi avrebbero risparmiato il marito: onore di bandito.


Peppina ricorda che in uno di quei rocamboleschi incontri, giunta con il babbo e il fratellino alle soglie del nascondiglio, ne vide balzare fuori due giovani scattanti come cerbiatti. «A me sembravano due figure appena uscite dalla scatola: i colori dei loro bei costumi erano così vividi, che a me pareva gridassero». Il babbo fece allontanare un poco i due figlioletti per intavolare una trattativa segreta, probabilmente una resa senza condizioni. A un tratto si udì un fruscio. Chi poteva essere in quella solitudine? I due uomini, appena usciti dal rifugio, ebbero un guizzo e imbracciarono i fucili che avevano deposto tra il fogliame. Peppina ne vide luccicare le canne.

Nell’ottobre 1889 Francesco Dore è candidato ed eletto per la prima volta consigliere provinciale di Sassari per il mandamento di Fonni Gavoi: sarà confermato in quella carica fino al 1904. Negli anni di Orune si farà più intensa la sua collaborazione ai giornali, soprattutto con La Nuova Sardegna, ma anche con La Sardegna Cattolica. È membro del Consiglio provinciale scolastico e sarà eletto presidente dell’Ordine dei medici della provincia di Sassari. Un giorno è lui ad accogliere festosamente Grazia Deledda, con cui intratteneva rapporti di affettuosa amicizia risalenti agli anni dell’infanzia. La Deledda segue con passione le cronache giudiziarie del tempo e si reca a Orune alla ricerca di personaggi cui ispirarsi per il nuovo romanzo Colombi e sparvieri.


Nel settembre 1908 accade un fatto tragico e inaspettato. L’avvocato e parlamentare nuorese Giuseppe Pinna - padre del futuro penalista Gonario - è ferito mortalmente nella via principale di Nuoro, sotto i colpi di rivoltella di un suo cliente in preda a raptus di follia. Nel collegio di Nuoro sono indette subito elezioni suppletive: Francesco Dore presenta la candidatura come cattolico radicale. Il suo rivale è un liberaldemocratico, l’avvocato Antonio Luigi Are – originario di Orani e più volte sindaco di Nuoro –, candidato ministeriale fortemente voluto da Francesco Cocco Ortu.

Dore è sostenuto dalla popolazione di Orune, dal quotidiano La Nuova Sardegna, dall’Associazione nazionale medici condotti e dei Maestri elementari. La sua candidatura comincia a destare preoccupazioni in coloro che si sentono minaccianti nei loro interessi, e montano perciò una campagna di stampa per aizzargli contro la pubblica opinione, architettando un piano d’attacco in grande stile. A più riprese è accusato di abusi, malversazioni, scarso senso del dovere nell’adempiere le funzioni di medico. Ma Francesco Dore non si perde d’animo, la sua difesa è circostanziata e persuasiva, ribatte colpo su colpo.

È osteggiato dalle potenti famiglie di Nuoro, che non ammettono un candidato proveniente dai paesi. «Quelli che facevano politica, i candidati, erano tutti dei paesi: di Orune, di Gavoi, di Olzai, di Orotelli, persino di Ovodda, quei minuscoli centri (biddas, ville) lontani quanto le stelle l’uno dall’altro, che guardavano a Nuoro come la capitale; paesi di pastori, di contadini, di gente occupata a contare le ore della giornata, ma i cui figli avevano scoperto l’alfabeto, questo mezzo prodigioso di conquista, se non altro di redenzione della terra arida, avara» (Salvatore Satta, Il Giorno del giudizio).

Pochi sostengono la candidatura di Francesco Dore, per lo più non nuoresi, ma originari di altri centri barbaricini. In compenso gode di grande popolarità a Olzai, Gavoi, Ollolai, Sarule, Orani e Dorgali. Le più influenti famiglie di Nuoro si schierano a favore dell’avvocato Are, che al ballottaggio vince le elezioni sia pure di stretta misura. La campagna elettorale si svolge però in un clima di violenze e sopraffazioni da parte dello schieramento governativo. Dall’Archivio segreto vaticano risulta persino che il vescovo di Nuoro mons. Luca Canepa – immemore dell’antica militanza a fianco di Francesco Dore nel Circolo di San Saturnino – sostiene il candidato liberale Are, per il quale chiede alla Segreteria di stato la sospensione del non expedit (ovvero, il divieto ai cattolici di partecipare alle elezioni e alla vita politica).

Nei mesi successivi Francesco Dore, colpito da una grave malattia, lascia Orune per sottoporsi alle necessarie cure e decide di non candidarsi alle elezioni del giugno 1909 per il rinnovo del Parlamento: vuole evitare che la sua malattia possa indebolire la causa del proprio schieramento politico. Anche in quella occasione la campagna elettorale sarà caratterizzata da violenze e scorrettezze da parte dello schieramento avversario, che risulterà vincitore con il suo rappresentante Are.
[Continua]
 

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Leggi la 1°, 2° e 3° puntata a questo link.

Salvatore Murgia

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