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Storie nostre. Francesco Dore, un medico olzaese prestato al giornalismo e alla politica (8 puntata)

di Salvatore Murgia

| di Salvatore Murgia
| Categoria: Territorio
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La famiglia Dore nel 1913 (Foto Sisinnio Curreli)

8 Puntata – Ritiro in famiglia


Il mandato parlamentare di Francesco Dore avrà breve durata, perché nel 1921 furono indette nuove elezioni. Per la prima volta si vota in collegio unico regionale, dopo la fase transitoria dei due collegi provinciali. Il 25 aprile di quell’anno Francesco Dore e Pietro Satta Branca indirizzano una lettera agli elettori dalle pagine della Nuova Sardegna, in cui dichiarano l’intenzione di non ripresentare la candidatura nella coalizione liberale della lista regionale. La motivazione ufficiale è di non creare pericolose divisioni, ma in realtà intendono evitare una contrapposizione territoriale, intuendo la forza spropositata del blocco cagliaritano guidato dal potentissimo Francesco Cocco Ortu.
Dopo la rinuncia alla candidatura, Francesco Dore interrompe ogni attività politica e si dedica interamente alla sua professione di medico. Nonostante l’età, tutti i giorni riceve i pazienti nello studio di casa. La sera scrive a mano le relazioni cliniche e le perizie dei casi esaminati, spesso aiutato dalla figlia Raffaela, futura pedagogista e attenta studiosa ai cui occhi e alle cui orecchie nulla sfugge. Infatti, riferendosi alla sua prosa tralucente di finissima sensibilità, il padre decreta che «nessuno in casa Dore sa scrivere come lei». 


Giampietro, il primogenito, negli anni turbolenti del primo dopoguerra aveva iniziato a frequentare amicizie che in futuro si sarebbero rivelate molto importanti. Si considerava il più orunese dei fratelli: studente di prima media a Nuoro, nelle ore pomeridiane anziché studiare o intraprendere avventurose escursioni con gli amici nelle campagne dei dintorni, si sedeva su un muricciolo e si struggeva di nostalgia guardando da lontano Orune. «Lontano da Orune, continuo a essere a Orune… Orunese sono quando perdo il filo che mi lega agli uomini: quando evado dalla vita comune e, in piena città, non vedo più cose e persone ritornando creatura sperduta per la quale solo un albero, una roccia, un muro a secco costituirebbero un sicuro riparo».
Nel 1919 Giampietro Dore assume la direzione del periodico della FUCI Gioventù Nuova-Studium e partecipa come relatore a un convegno di studenti bresciani, in cui sostiene che il primo dovere dello studente cattolico è di approfondire lo studio dei problemi sociali, per proporre delle soluzioni coerenti con il messaggio cristiano. Il suo intervento è trascritto diligentemente da un giovane collaboratore del giornale La Fionda, Giovanni Battista Montini. In quei tempi Giampietro aveva cominciato a frequentare la segreteria di don Luigi Sturzo, con cui strinse un’amicizia duratura, e a collaborare a molte iniziative del nascente Partito Popolare. Con l’avvento del Fascismo il suo nome ricorre frequentemente fra le carte di polizia, dove viene qualificato come «elemento contrario al regime». Fu costretto perciò ad abbandonare la collaborazione al quotidiano L’Italia, e divenne agente della casa editrice Le Monnier. Fu uno dei primi diffusori in Italia, insieme con mons. Montini, del pensiero di Jacques Maritain con la traduzione di Primato dello spirituale (1928) e di Umanesimo integrale (1946).


Grazia Dore, la più piccola di casa, racconta che adolescente, al ritorno da scuola, indugiava «a lungo per strada, attenta ai discorsi delle compagne, quasi tutte figlie di provinciali, come loro e la maggioranza degli abitanti del quartiere Prati». Le madri camminavano a testa alta, come si conveniva alle signore di buona famiglia, e avevano un caratteristico modo di dire l’avvocato, l’ingegnere, «così che la parola lievitava e a me, bizzarramente, si stringeva il cuore, perché eravamo di buona famiglia anche noi e la mamma non avrebbe mancato di dirlo». Sembra quasi una nota critica verso la mania un po’ snob della mamma, quella che la mattina leggeva le notizie sul giornale prima ancora del babbo, e alle sue esclamazioni tutti le correvano intorno. «Sì, la mamma parteggiava per la causa del popolo, lo diceva apertamente». Ebbene quella mamma ancora giovane che – sempre secondo Grazia – aveva un bellissimo modo di dire: «Mi sento male» oppure «Mi duole la testa», e che ripeteva: «Se lo dico io, che non mi lamento mai!», un giorno si ammala seriamente e non lascia più la sua camera. Il marito intuisce immediatamente la gravità del male. Chiama a consulto i migliori specialisti dell’epoca, ai quali tocca formulare la diagnosi: una grave forma tubercolare. Durante la malattia, solo due volte varcò la soglia di casa, e sempre per partecipare a manifestazioni di popolo. Una prima volta per vegliare il feretro del Milite Ignoto nella basilica di Santa Maria degli Angeli; la seconda, con autentico atto di coraggio, per deporre un fiore in quel tratto di Lungotevere dove era stato catturato Giacomo Matteotti. Maria Giannichedda morirà nel 1926. E al dolore indicibile per la perdita della mamma – come se non bastasse – si mescola la sgradevole sensazione di isolamento e di estraneità, derivante solo in parte dalle scelte ideologiche e politiche della famiglia. Le sorelle Dore erano considerate, infatti, delle «tipe un po’ strane», soprattutto da quelli a cui sembrava che i propri genitori non dovessero mai ammalarsi né morire, quasi attribuissero questo fenomeno a un merito personale.


Poco dopo la morte della mamma, Peppina è già a Milano per essere ammessa come suora laica nella Compagnia di San Paolo. La comunità fondata da don Giovanni Rossi vuole che incarni la sua vocazione mettendo a frutto le doti di scrittrice e giornalista. Quasi subito è destinata alla redazione bolognese, dove si stampano La Festa e L’Avvenire d’Italia. Ci metterà una decina d’anni di travaglio interiore per capire la sua vocazione di monaca di clausura. L’abbandono della casa paterna di Peppina, fu vissuto come un secondo lutto, una perdita irreparabile soprattutto da parte del padre e di Giampietro.
Anche Antonio ha qualcosa di interessante da raccontare: «Una volta babbo mi mandò a portare non so quale scritto a un piccolo sardo che si chiamava Gramsci. Non sapevo quasi nulla di lui. Lui era il segretario del PCI, io uno studentello qualunque». Antonio andava a trovarlo ogni giorno alla Camera e Gramsci lo prese subito in simpatia. Ogni tanto lo spediva alla Sala stampa di San Silvestro, con una busta chiusa contenente articoli da pubblicare sull’Unità. «Penso che Gramsci avesse necessità di una presenza distensiva come poteva essere la mia, che non lo impegnasse in discussioni».


Francesco Dore intanto continua la collaborazione ai giornali come La Nuova Sardegna, Il Messaggero, L’Epoca, Echi e commenti, Il Mondo e a importanti riviste mediche, in cui affronta temi di carattere prevalentemente igienico-sanitario e previdenziale, senza tuttavia trascurare gli argomenti di attualità.
Quando parla di malaria, Francesco Dore è ben consapevole che questa sia il maggiore flagello delle campagne sarde, il principale ostacolo al loro progresso economico. La sua opinione è che il chinino può valere come mezzo di prevenzione individuale contro la malaria, ma non può essere considerato un mezzo di profilassi collettiva. È preoccupato perché l’opinione pubblica non è spaventata dalla malaria come invece lo è dalla tubercolosi, in quanto illusa che il chinino abbia risolto in gran parte il problema. Porta ad esempio la fallimentare esperienza della «bonifica umana» mediante chinino attuata a spese dello Stato in una miniera della Sardegna, in contrapposizione a quella della bassa veronese: «La regressione della malaria in quelle terre – scrive – seguì non tanto ad una ipotetica bonifica chininica dei malarici, quanto alle migliorate condizioni igieniche ed economiche della popolazione».
Si schiera contro la proposta di Giovanni Battista Grassi, che propugna la difesa meccanica delle abitazioni mediante reti metalliche, definita dal Dore «metodo di profilassi individuale» e «privilegio di classi abbienti». Era infatti ben noto che la malaria fosse una piaga soprattutto del proletariato rurale, che spesso abitava in miseri tuguri senza finestre e a volte anche senza porta, oppure con porte e finestre rudimentali. Che senso avrebbero avuto, infatti, le reti metalliche, quando si sapeva che gli agricoltori meridionali erano costretti a dormire all’aperto in campagna, durante l’intera stagione della mietitura, trebbiatura e raccolta delle granaglie, esponendosi così all’aggressione delle zanzare e conseguentemente all’alto rischio di contrarre il morbo?
In tema di lotta contro la tubercolosi, Francesco Dore sostiene che il sanatorio vale solo come luogo di cura individuale, ma non mostra alcuna efficacia nella difesa contro la malattia, in quanto non in grado di prevenirla. Più utili, sotto l’aspetto della tutela sociale, sono i dispensari, perché alla assistenza degli ammalati uniscono l’educazione igienica, soprattutto con la diffusione, nelle famiglie dei tubercolosi, dell’osservanza delle regole utili a prevenire il contagio. Ma se i risultati dei dispensari sono stati deludenti è perché la loro organizzazione non ha potuto disporre di un indirizzo preciso, di mezzi finanziari adeguati, di locali idonei e di personale qualificato. L’altro cardine della lotta contro la tubercolosi è l’assegnazione alle classi sociali più disagiate di abitazioni ben areate e ben illuminate e più spaziose, per evitare sovraffollamento e promiscuità. Infine, bisogna effettuare una seria prevenzione dell’infezione nell’età pediatrica e adolescenziale, per l’alta prevalenza della patologia in quelle classi d’età: è un convinto assertore dell’istituzione di scuole all’aperto, in campagna, nei boschi e nei giardini.

[Continua]


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Salvatore Murgia

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