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OLZAI. Storia: l’agricoltura a Olzai alla fine dell’Ottocento

Una interessante relazione del dottor Umberto Marchi, pubblicata nel 1898

| di Giangavino Murgia
| Categoria: Tradizioni
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OLZAI. «Il rifiorimento dell’isola nostra dovrà essere puramente agricolo, e a noi, toccherà il promuoverlo. Incontreremo molti ostacoli; ma non importa; con la ferrea volontà e con la forte costanza vinceremo».

È l’auspicio conclusivo di una relazione sull’agricoltura a Olzai del dottor Umberto Marchi, risalente al 12 marzo del 1898, e pubblicata tre mesi dopo nel bollettino quindicinale L’AGRICOLTURA SARDA della Società degli agricoltori sardi che aveva sede a Cagliari.

All’epoca, il paese vantava una notevole produzione di frutta che, nelle buone annate, era trasportata in carro nei paesi del circondario e scambiata con frumento, orzo e altre merci. Le rinomate pesche di Olzai si vendevano nei paesi vicini e, a buon prezzo, nella piazza di Nuoro. A quel periodo risale l’inizio della coltivazione degli agrumi nel centro abitato, sulle sponde del rio Bisine.

Umberto Marchi riferisce anche dell’allevamento del bestiame, sulla base di un censimento: 230 buoi, 131 cavalli, 6000 pecore, 550 vacche, 500 maiali e 1300 capre. Un numero molto limitato, poiché il bestiame soffriva la fame durante l’inverno per la scarsità dei foraggi, ma anche dimezzato dalla diffusa piaga dell’abigeato.

Interessanti anche alcuni dati sulla coltivazione dei cereali nell’agro di Olzai, insieme alla descrizione delle fasi della lavorazione dell’orzo e del frumento, in parte riportate anche da Pietro Meloni Satta nella monografia «Olzai» del 1911 (si parla della «sugosa relazione del giovane Enotecnico Umberto Marchi, pag. 28»).

Oggi le condizioni degli operatori del mondo della campagna non sono paragonabili a quelle di un secolo fa. Ma, come ieri, il settore agricolo è gravato dalla difficoltà nella vendita dei prodotti a prezzi remunerativi e dall’incombente burocrazia che frena gli entusiasmi anche dei più volenterosi imprenditori.

Alcune criticità del mondo agricolo, evidenziate quasi centoventi anni fa da Umberto Marchi, appaiono ancora di grande attualità, come il problema della siccità, dei terreni incolti, delle ricorrenti malattie del bestiame e delle parassitosi delle piante. Da Olzai si continua a emigrare, così come non è stata ancora estirpata la piaga degli incendi e dei furti negli ovili.

Nonostante tutto, nel territorio comunale oggi operano diverse aziende agro-pastorali di ottimo livello e alcuni produttori di eccellenti formaggi pecorini.

Da qualche anno, a Olzai è stata ripristinata anche la coltivazione del grano e dell’orzo destinato alla produzione di farine biologiche e di qualità, grazie alle attività intraprese dall’azienda Talla ‘e ore di Luciana Siotto e dal giovane Federico Azuni, dottore in scienze agro zootecniche.

Attraverso le pagine online del portale LaBarbagia.Net, riproponiamo il testo integrale della relazione di Umberto Marchi del 1898, preziosa fonte di informazioni sulle tradizioni agricole locali e, più in generale, sulla storia di Olzai.

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Il dottor Umberto Marchi, un ottico con la passione della campagna e la fotografia

Ottavo di undici figli del proprietario terriero Francesco Antonio (1829-1925) e della nobildonna Maria Felicita Meloni Satta (1843-1920), Umberto Marchi era nato a Olzai il 23 ottobre 1879 nel rione di “Lugurzis”, nell’attuale via San Giovanni, dove esiste ancora la bella casa natale, una delle meglio conservate nell’abitato (vedi foto).

La sua principale professione era quella di ottico a Cagliari, dove aveva aperto due negozi nel centro storico. Sposato e con due figli, Umberto Marchi morì precocemente a Cagliari il 13 novembre 1930, all’età di cinquantun anni.

Avendo conseguito il diploma di enotecnico a Conegliano Veneto, Marchi è stato uno dei principali innovatori agrari del paese, con la sperimentazione di nuove coltivazioni, soprattutto nel podere di famiglia di “Zinga”:

«Nel predio denominato Zinga, – scriveva nel 1911 Pietro Meloni Satta – a mezzo chilometro dall’abitato, sulle falde della montagna Lepazzai, circondati da una foresta di querce rovere secolari, si vedono crescere rigogliosi il castagno, il ciliegio, il noce, il loto del Giappone, accanto al melo, al nespolo, ai pini, ai cipressi, agli eucalitti, e ad una selva di mandarini, aranci e limoni, tutti irrigati da acque cristalline abbondantissime».

Nel 1903 Umberto Marchi è stato uno dei promotori, fondatore e componente del primo consiglio direttivo della «Società anonima per la mutua assicurazione del bestiame» di Olzai.

Insieme ai suoi fratelli Francescangelo e Gioachino, coltivava anche una grande passione per la fotografia. Dei fratelli Marchi sono infatti le immagini più interessanti e suggestive realizzate a Olzai agli inizi del Novecento e riprodotte in una serie di cartoline postali, quelle pubblicate da Pietro Meloni Satta nella monografia «Olzai» del 1911 e altre nell’opuscolo «Costumanze e ricordi di Olzai» del 1913.

Gran parte del patrimonio fotografico dei fratelli Marchi andò purtroppo distrutto nel 1942, a causa di un terribile incendio sviluppatosi nell’ala più antica della loro casa olzaese.

Intorno a mezzanotte, a causa delle scintille volate da un braciere, presero fuoco i tavolati in legno e le canne del sottotetto del fabbricato. In un attimo, le fiamme di mille colori si levarono ad una altezza che superava quella del vicino campanile della chiesa parrocchiale, alimentate dalle boccette di olio di ricino e da altri materiali infiammabili custoditi nel deposito del negozio e tabaccheria di Erminia Marchi, ultimogenita di Francesco Antonio.

I proprietari, che dormivano nell’antistante edificio dell’antica casa (che era separato da un cortile) e gli abitanti dell’intero rione, furono svegliati di soprassalto dagli scoppi delle confezioni di cartucce e di altre munizioni destinate alla vendita, al punto che in molti urlavano terrorizzati “A Olzai è arrivata la guerra… è arrivata la guerra”.

Nell’inutile tentativo di domare il devastante incendio, giunsero in soccorso decine di compaesani per trasportare l’acqua dai ruscelli, addirittura accorsero alcuni latitanti che diedero una mano confusi nella ressa, tanto da non essere minimamente riconosciuti dai Carabinieri del paese.

Il fabbricato di sei camere fu interamente distrutto e mai più ricostruito, così come l’intero deposito della tabaccheria dei Marchi.

Nel disastroso incendio, finirono in cenere alcune pregiate selle inglesi per cavalli e altre preziose mercanzie, l’intera biblioteca del dottor Gioachino Marchi e le cassette contenenti centinaia di lastre emulsionate in vetro e stampe fotografiche dell’archivio dei fratelli Marchi.

Giangavino Murgia

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L’AGRICOLTURA SARDA, anno n. 2, 5 giugno 1898, n. 10
Bollettino della Società degli Agricoltori Sardi, pagg. 144 -148
(Archivio Comune di Olzai – Fondo Pietro Meloni Satta; disponibile on line dal sito www.comune.olzai.nu.it e nel sito della Regione Autonoma della Sardegna www.sardegnadigitallibrary.it).

«Agricoltura a Olzai»

«Olzai, villaggio della Sardegna, appartenente alla provincia di Sassari, stá al 40° grado di latitudine ed al 23° grado di longitudine, ed è posto a 500 m. sul mare.

Esso è situato alle falde della montagna d’Ollolai, dalla quale scende un ruscello, che lo divide in due rioni con i molti orti e qualche giardino, che trovansi nelle sponde.

Sebbene la regione sia fredda, il luogo ove è situato il paese è piuttosto temperato per il modo con cui son disposte le alture circostanti che lo proteggono dai venti glaciali. Però anche se l’inverno sia poco rigido spesso la neve copre i pascoli per due, tre ed anche più giorni causando gravi danni all’agricoltura ed al bestiame e specialmente a quello ovino.

In molte estati alcune delle sorgenti sotto il paese si dissecano per la mancanza delle pioggie, le quali se non sono scarse come in altre regioni meno montuose dell’isola pur tuttavia non sono nemmeno abbondanti.

La nebbia spargesi spesso sopra il suolo, e quando le piante e specialmente i cereali sono in fiore accade che la fecondazione viene disturbata con dolore dell’agricoltore per lo scarso prodotto che ottiene alla raccolta. Un altro difetto notevole di questo paese è l’umidita molto sentita in certi tempi e molesta nelle ore fredde.

La superficie del territorio d’Olzai è di Ettari 6902 ed è così suddivisa:

A pascoli e terreni aratori Ett. 5400 / A vigne Ett. 200 / Terreni incolti Ett. 1280 / Ad orto Ett. 22 / Totale Ett. 6902

Come si vede la superficie che potrebbe dedicarsi alle coltivazioni specialmente dei cereali è grande come la è quella dei terrenti incolti, però lo spazio coltivato a vigne è limitato, e va sempre diminuendo a causa delle malattie crittogamiche che dominano da molto tempo (1852) e forse anche della filossera che in questo paese non si è ancora ricercata.

La maggior parte dei terreni incolti trovasi sopra il paese e forma la montagna fitta di elci che conservasi ancora in buon stato, perché il demanio, proprietario di quelle montagne, ha impedito che la scure vi portasse la strage: d’altronde il municipio sarebbe fermamente deciso di impedirlo, poiché con la distruzione della foresta gli abitanti d’Olzai perirebbero nell’estate per il riverbero dei cocenti solleoni, essendo quella montagna formata interamente di roccie granitiche.

Il terreno d’Olzai è piuttosto fertile che sterile, ed è molto adatto per i cereali, dei quali il più abbondante è l’orzo e poi il frumento, che danno in certe annate dei buoni risultati.

La superficie del terreno coltivabile è divisa in quattro parti, nelle quali ogni anno si fa una specie di rotazione agraria, lasciando il terreno a maggese per tre anni di seguito. La rotazione di fa col frumento e l’orzo e sarebbe cosa buona inframettervi le fave, delle quali da noi ce ne seminano pochissime e vengono consumate fresche. Il terreno a maggese serve per i pascoli.

Nella superficie ove notasi la vegetazione naturale il più abbondante è il lentischio, dal quale le donne raccolgono il frutto in quantità per l’estrazione dell’olio da ardere; abbondante anche le quercie e gli olivastri, e mentre nelle parti più basse trovasi il rovero, nelle alture prevale il leccio.

Il metodo di coltivazione dell’orzo e del frumento è presso a poco quello delle altre regioni dell’isola. Dopo le prime pioggie autunnali si ara il terreno con i nostri aratri e si semina.

La semina vien fatta alla volata e con una seconda aratura si coprono subito i semi. Son pochi quelli che si curano di sarchiare il frumento, sebbene sappiano che il zappato dà sempre migliori raccolti.

La mietitura si eseguisce appena il cereale è ben secco e vien fatta con le falci comuni, ed i covoni si lasciano in terra sino al momento di trasportarli nell’aia.

Il trasporto nelle aie si fa con gerle, e, come è facile immaginare, non avviene senza alcune perdite.

Stante la distanza dei seminati dall’abitato, la mancanza di buone strade, ecc. ogni podere in un punto ventilato tiene l’aia. La trebbiatura viene sempre eseguita dai buoi, che trascinano un rullo nell’aia; si trebbia solo nelle ore calde, perché allora la spiga è molto arida e facilmente si separa dalle glume.

Il ventilamento si fa con le pale a mano, di modo che, spesso con molta perdita di tempo, bisogna aspettare che il vento spiri. Dopo ventilato il grano viene pulito al campo od in casa.

Il raccolto in buone annate per il frumento arriva anche al 25 per uno e l’orzo anche al 35, ma in certe annate, sia per le poche pioggie, per il clima od il modo di coltivare, certi non ritraggono che la quantità del prodotto seminato.

Coloro che son privi di animali da lavoro usano lavorare e seminare il terreno a mano adoperando la zappa. In questo caso seminano nelle colline.

Durante l’estate nel terreno da seminare tagliano tutte le macchie che colà sono cresciute, ed appena sono ben secche le bruciano sul posto.

I contadini per esperienza vedono che tale operazione rende più produttivo il terreno e credono che la scottatura ne sia la causa; ma in realtà dipende dalla grande quantità di potassa e dal quel poco d’acido fosforico, che viene fornito al terreno per mezzo delle ceneri, le quali sostanze sciolte vengono assorbite dalle piante.

Il processo poi di coltivazione è lo stesso dell’altro indicato.

La produzione annua dell’orzo è in media di Ett. 1500 e del frumento di 250.

Come si vede la quantità che si raccoglie è piccola, ma bisogna notare che si semina anche poco, cioè quel tanto che possa bastare per tutto l’anno, se pure basta.

Le coltivazioni sopra indicate non vengono mai concimate, perché ancora danno dei discreti risultati, ma man mano il terreno con le coltivazioni si sfrutterà finché da ultimo non darà niente.

Oltre al frumento e l’orzo si coltivano anche delle piante tessili, cioè lino e canapa, che si adattano a certi terreni. La quantità di fibra che si ottiene si calcola per la canepa di circa 260 e 6 Q per lino. La canapa s’adopera per corde, oppure entrambe si tessono e servono per il vestiario.

Le vigne sono in piccol numero e prima erano meglio coltivate, e si ritraeva qualche guadagno dalla vendita del vino mosto o del vino ai paesi vicini. L’introduzione del vino rosso di Ogliastra che è molto accetto al gusto ha fatto diminuire il commercio di questo prodotto tanto importante. Quello che riusciva cattivo e che non serviva al consumo si distillava con i comuni alambicchi sardi. Proibita la libera distillazione, gli alambicchi si abbandonarono, ed il vino guasto, che non serviva nemmeno per l’aceto, si buttava via. Pare però che la distillazione si sia ripresa, ma non sarà come prima abbondante, perché il prodotto che si ottiene è pochissimo a causa della malattie, che oggi infestano le vigne, specialmente della nostra provincia.

Le viti sono tenuta ad alberello ed usano sfruttarle troppo lasciando anche quattro o cinque gemme ai cornetti, oppure potando a carrigadroxa.

Alcuni ignoranti che per causa della peronospora non ebbero per un paio di anni del frutto lo credettero castigo mandato da Dio e non coltivarono più le loro vigne; se qualcuno diceva che era malattia, essi rispondevano di aver dato lo zolfo alle viti e senza alcun effetto.

Altri però cominciarono a dare della poltiglia bordolese ed ebbero buoni risultati, dal che gl’ignoranti s’accorsero che quanto pensavano non era vero, ma neppure con ciò ripresero la coltivazione dicendo che le spese erano troppe.

In questo paese non si conoscono le viti americane, e nessuno pensa di impiantarle, sebbene la filossera stia per distruggere tutti i vitigni. Speriamo però che qualche proprietario dei più accurati pensi ad impiantare dette viti e coltivare più razionalmente le vigne.

Come le altre colture accennate neanche le vigne vengono concimate.

Gli alberi fruttiferi sono numerosissimi tanto che in buone annate si danno le frutta ai maiali da ingrasso, oppure a carri si portano ai paesi vicini, ove si scambiano con frumento, orzo od altro. Le mandorle sono molto ricercate e si vendono nel paese stesso ai negozianti, che vengono da fuori.

Il mandorlo, il pero, il pesco, il melo, il ciliegio, il noce, ecc. sono da noi le piante più comuni e si adattano in generale a tuti i terreni. Per i peri non si fanno mai trapianti, essendoché questi si innestano sul selvatico che è abbondantissimo nel territorio.

Lungo i fiumi e ruscelli trovansi per soli i meli, i ciliegi, i noci, i susini, i peschi, ecc. Il più abbondante è il pesco, il quale dà dei frutti grossi e squisiti per cui sono molto rinomati nel circondario, e si vendono nei paesi vicini oppure si portano a Nuoro, ove si comprano a prezzo rimuneratore.

Alle sponde del ruscello, che scorre dentro l’abitato, in questi ultimi anni si vedevano crescere rigogliosi gli agrumi. Da pochi anni però queste piante sono quasi totalmente distrutte, e credo si a causa della Demathòfkora Necatrix, il terribile fungo che ha portato tanti danni ai bellissimi agrumeti di Milis. In altre regioni ben riparate dai venti si stanno impiantando degli agrumeti, i quali cominciano a produrre dei frutti.

In certe regioni è abbondante l’olivastro sopra il quale si innesta l’ulivo buono.

Per l’estrazione dell’olio trovasi nel paese un solo oleificio; per questo motivo, molti devono aspettare con le ulive in casa, finchè gli altri abbiano finito le loro operazioni di macinazione.

Nel paese crescono bene i gelsi e fino a pochi anni fa si allevano i bachi da seta. La seta ottenuta si vendeva alle donne Orgolesi che ne tessevano bende per il capo, oppure l’usavano per guernire il loro costume.

Le piante da frutta non vengono mai potate, ma si lasciano a se stesse dal momento della nascita fino al termine della loro vita.

Dentro l’abitato, alle sponde del ruscello ed in altre regioni trovansi degli orti i quali non mancano d’acqua.

In essi si coltivano erbaggi diversi, fagiuoli, zucche ecc. e specialmente patate, delle quali molti contadini si servono in gran parte pel vitto.

Anche gli orti vengono concimati limitatamente sebbene attorno al paese in certi siti si vedano dei grandi immondezzai, che oltre d’andar perduti per l’agricoltura infestano l’aria di miasmi. Notisi ancora che alcuni proprietari pagano per il trasporto del letame dalla stalla all’immondezzaio.

In questo territorio vi è pascolo per tutti gli animali.

Il bestiame si potrebbe avere in maggior copia se si formassero dei prati artificiali irrigui in certe località, ove l’acqua è abbondante.

Questi prati potrebbero farsi lungo la sponda del fiume Taloro, il quale non manca di grande quantità d’acqua nemmeno d’estate. Il deperimento del bestiame durante i mesi invernali è dovuto appunto alla mancanza di fieno o del mangime ed ancora alla mancanza di stalle in campagna.

Sarebbe cosa utilissima, che, anche non facendosi alle stalle in regola, si facessero almeno dei ricoveri con muro a secco e coperti con frasche, affinché il bestiame resti d’inverno un po’ riparato dalle intemperie. Supponendo poi che non fi fosse la possibilità di formare dei prati artificiali irrigui si potrebbe però falciare in primavera il fieno dei prati naturali, cosichè il bestiame, se non bene, almeno discretamente potrebbe scampare alla fame durante l’inverno.

Il bestiame domito si nutre nei pascoli vicini al paese in primavera, estate e parte dell’autunno, e d’inverno nelle vigne, cosa che non dovrebbe succedere.

Il prodotti dei redi degli animali a brado, cioè vacche, pecore, ecc. è di mediocre bontà.

Il numero del bestiame d’Olzai è in complessi il seguente: Buoi N. 230, cavalli 131, pecore 6000, vacche 550, porci 500 e 1300 capre.

Come si vede, il numero che si possiede di ogni specie è limitato; la diminuzione è dovuta alla fame ed al freddo che gli animali patiscono durante l’inverno, ed ai furti che tuttora si commettono con la massima facilità, e bisogna notare che prima dell’attuale codice se ne possedeva oltre il doppio.

Per il difetto delle leggi penali che puniscono con pene irrisorie e non temibili i detti furti di bestiame, non si possono allevare le bone razze, perché l’occhio del ladro piomba sempre sopra i capi grossi, da cui si trae maggior profitto dalla vendita e maggior soddisfazione con l’uccisione.

La produzione del formaggio fra capre, vacche e pecore e di circa 100 Q. edè di buona qualità. Il cacio si fabbrica in campagna.

Da quanto dissi si vede che le coltivazioni son limitate, e si migliorerebbe l’agricoltura se alcuni proprietari cominciassero a dare il buon esempio coltivando con metodi più razionali i loro terreni.

Potrebbero fabbricare delle cascine in campagna per albergo dei coloni o dei servi, i quali potrebbero sorvegliare il podere anche di notte, restando là a dormire; questo però non avviene ed il malfattore, che stà all’erta, appena vede il colono che gira le spalle, penetra nel podere, ne ruba le frutta anche a cavalli carichi, strappa gli innesti o taglia le piantine, oppure da fuoco al podere, spesso per vendetta e spesso ancora per l’istinto selvaggio e brutale di abbattere chiunque coll’onesto lavoro cerchi di rialzarsi dalla comune miseria. Alcune famiglie di contadini potrebbero stabilirsi in campagna e la coltivazione migliorerebbe.

Altri che devono lavorare lontano dal paese, per mancanza d’un ricovero nelle loro terre si partono all’alba arrivando sul lavoro a sole già alto e devono smettere poi il lavoro poche ore prima del tramonto, acciocchè la notte non li sorprenda ancora in cammino.

Da quanto dissi sopra si vede l’importanza che si è di avere delle case coloniche in campagna. Gli ignoranti ed anche certi proprietari, che potrebbero far commercio con certe colture, pensano di vivere in casa, coltivando quelle che possono consumare durante l’anno e niente più.

È vero che il cattivo andamento dell’agricoltura ha per causa anche la negligenza degli abitanti, ma dipende pure dalla gravità delle imposte, e di più ancora dai furti, che rendono difficile ai poveri immiseriti di potersi rialzare. Le fonti di ricchezza e di benessere certo non mancarono ne mancano al mio pase, ma la miseria cresce sempre, e ciò lo possiamo vedere dai molti operai che parto per l’America con la speranza di trovare quei tesori che la Sardegna stessa possiede qualora si sappiano ricercare.

Io oggi pertanto presi a parlare dell’agricoltura in Olzai, mio paese natio, con la speranza che un giorno, ritornandovi, i miei studi e l’opera mia siano rivolti a beneficio dell’agricoltura locale.

Il rifiorimento dell’isola nostra dovrà essere puramente agricolo, e a noi, toccherà il promuoverlo. Incontreremo molti ostacoli; ma non importa; con la ferrea volontà e con la forte costanza vinceremo. U. Marchi – Cagliari, 12 marzo 1898».

Giangavino Murgia

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