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11/07/2013, 06:30

L'unione sarda. Manasuddas, si ricomincia

Annullati gli ergastoli: il processo riprende dall'Appello

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ROMA Manasuddas, il processo è tutto da rifare. La Corte di Cassazione, ieri mattina, ha infatti annullato “con rinvio” le sentenze emesse dalla Corte d'Assise di Nuoro e dalla Corte d'Appello di Sassari che avevano condannato all'ergastolo Mario Deiana e Sebastiano Pompita per gli omicidi di Pietrina Mastrone e di Tiziano Cocco, avvenuti nell'ottobre del 2007 a Oliena. Una decisione clamorosa che, per certi versi, ha colto di sorpresa gli stessi avvocati degli imputati (Gianluigi Mastio e Francesco Lai per Deiana, Giovanni Colli per Pompita).
NUOVO PROCESSO Del resto era difficile ipotizzare che sentenze uniformi, già passate al vaglio del primo e del secondo grado di giudizio, potessero essere invece ribaltate o, meglio, cancellate e rispedite ai giudici dell'Appello per un nuovo processo. Stavolta, però, la sede sarà Cagliari, per ovvie ragioni, e il dibattimento si aprirà presumibilmente entro l'anno. C'è anche il rischio che decorrano i termini per la custodia cautelare e che Pompita e Deiana possano tornare liberi. Un'eventualità che, comunque, dovrebbe essere scongiurata.
IN ATTESA DELLE MOTIVAZIONI Le motivazioni della Suprema Corte dovrebbero essere depositate al massimo fra un mese e mezzo. Solo allora si capirà cosa possa aver convinto i giudici a rivedere il giudizio dei colleghi. Certo, di punti deboli nelle indagini, e pure nelle tesi accusatorie, ce n'erano tanti. A cominciare dai condizionamenti della principale testimone, quella Antonella Artu che andava a fare rapine con il suo amante Mauro Fele (una sorta di collaborante giudicato in abbreviato e condannato all'ergastolo) e con gli altri due imputati. La ragazza, che aveva anche rubato un fucile del padre per darlo a Fele (gli inquirenti ne erano a conoscenza), si era presentata in aula per raccontare dell'orrore del pozzo di Manasuddas, una vecchia caserma dei carabinieri tra Oliena e Nuoro, ma era riuscita solo a pronunciare monosillabi e a fare cenni di risposta con la testa alle domande. In teoria, una frana per l'accusa.
INCONGRUENZE Così come il mancato riconoscimento di Deiana da parte di alcuni commercianti di Pratosardo ai quali l'imputato si sarebbe rivolto nel tentativo di rivendere la frutta e la verdura contenuta nel cassone del camion di Tiziano Cocco, il povero autista rapinato di cinque euro e di un mezzo che non era manco suo prima di essere gettato vivo nello pozzo dove una decina di giorni prima era finita Pietrina Mastrone. «Non è lui», aveva sostenuto in aula il commerciante, eppure Deiana è stato ugualmente condannato a due ergastoli.
E che dire di Mauro Fele, l'uomo della famosa telefonata al 113 neanche 24 ore dopo la scomparsa di Cocco? Un pentimento? Difficile da credere considerando che l'incidente probatorio e la sua narrazione da detenuto (era in carcere con Pompita per una rapina commessa a San Teodoro due mesi dopo i delitti) presentavano profonde lacune, derivate anche da un interrogatorio sui generis con riscontri effettuati in maniera altrettanto superficiale.
IL PENTITO Riascoltare Fele, quasi sicuramente, sarà il perno del nuovo processo. Il confronto chiesto dai difensori di Deiana e Pompita non era mai stato accettato ma ora la situazione impone un cambiamento sostanziale di strategia per l'accusa. Intanto perché a distanza di sei anni dal duplice omicidio, la pressione anche mediatica sul caso sarà decisamente più blanda. Soprattutto in primo grado il clima non era stato tra i più sereni. Nel senso che una condanna a futura memoria sarebbe stata quasi necessaria. Su questo gli avvocati Mastio, Lai e Colli avevano battuto e ribattuto più volte nel corso delle udienze e delle arringhe.
I FATTI Sei anni fa, il 13 ottobre, Pietrina Mastrone scomparve da Oliena senza che nessuno se ne preoccupasse. Per una ex maestrina elementare, ex tossica, ex alcolista e ufficialmente borderline, non sembrava il caso di smuovere mari e monti per ritrovarla. Aspetto inquietante e significativo, questo. Che spiega anche perché il gruppo di belve, che aveva gettato la poveretta ancora viva nel pozzo di Manasuddas, ci riprovò qualche giorno più tardi, riuscendovi, con Tiziano Cocco. Forse gli assassini pensavano di farla franca. Oppure, pensavano che si trattasse di un gioco. Si divertivano a terrorizzare Antonella Artu, amante di Fele, ricordandole che, se non fosse stata zitta, le avrebbero fatto fare «glu glu» nel pozzo. Quanto fossero veritiere le dichiarazioni della ragazza, complice degli assassini in furti, rapine e pestaggi, oltre ad aver rubato un fucile al padre, solo il nuovo processo potrà dirlo. La Cassazione ieri non ha fatto che amplificare i numerosi dubbi già emersi in precedenza.
Vito Fiori

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