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Su Re: il nuovo gioiello del cinema sardo.

Giovanni Columbu, il regista originario di Ollolai conquista la critica con la sua originale passione di Cristo.

| di Micaela Uselli
| Categoria: Arte
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Fiorenzo Mattu di Ovodda è il Cristo di Su Re

È finalmente arrivato nelle sale il secondo lungometraggio del regista barbaricino Giovanni Columbu. “Su Re”, presentato al Torino Film Festival lo scorso anno, racconta una delle vicende più affascinanti e suggestive della storia dell’uomo: la passione di Cristo. Vicinanza alla fede a parte, infatti, le ultime ore della vita di Gesù son state da sempre al centro dell’attenzione di numerosi registi che ne hanno fatto l’oggetto delle loro trasposizioni cinematografiche (Pier Paolo Pasolini e Mel Gibson sono tra gli esempi più illustri che tornano alla mente). Il cinema dunque non resiste al fascino di questa tematica e, stavolta, anche Columbu non ha potuto farne a meno. La sua rappresentazione della passione però è estremamente diversa da quella dei suoi predecessori. Qui infatti siamo lontani anni luce dalla classicità della narrazione di ciò che è raccolto nel Vangelo.  Una delle prime particolarità sta nel fatto che Columbu nella sua opera non si sofferma su un solo Evangelista, e quindi su una sola visione della vicenda; decide invece di amalgamare insieme i 4 Vangeli, fondendoli in un sapiente gioco di alternanza irregolare di scene che raccontano le ultime ore di Cristo, dall’ultima cena sino alla morte. L’andamento non lineare con il quale si snoda la narrazione durante gli 80 minuti, con frammenti sparsi dei vari episodi (si parte con le immagini di Cristo già morto, si torna poi indietro al processo, alla flagellazione e, ancora, all’ultima cena), da al film un aspetto visionario e onirico estremamente particolare. Le immagini del cielo, a tratti livido e a tratti più chiaro, i continui primi piani dei volti dei personaggi, le riprese a campo lungo dell’aspro e pietroso paesaggio che sembra perdersi a vista d’occhio (il maestoso Supramonte), creano insieme un drammatico e angoscioso affresco, tanto realistico da dare l’impressione di muoversi all’interno di un’opera di Caravaggio. Il gioco del chiaro scuro, infatti, reso convincente da una fotografia elegante e curatissima, risulta funzionale e ricorda inevitabilmente il realismo delle opere dell’artista milanese cinquecentesco. Non c’è niente che possa distogliere l’attenzione dello spettatore dalla drammaticità della vicenda; egli ne è partecipe. Questo costante phatos è ulteriormente accentuato, oltre che da un notevole effetto sonoro (i ripetuti e lunghi silenzi, talvolta assordanti, che spesso hanno più peso delle parole, il respiro affannoso di Cristo sofferente e i canti delle donne in lutto), anche da una “umanizzazione” della storia e dei personaggi che qui troviamo del tutto sradicati dalle classiche rappresentazioni canoniche e iconoclaste. Lo stesso Gesù, interpretato da un convincente Fiorenzo Mattu, non ha niente che possa ricordare la figura divina e celestiale che l’immaginario collettivo ha del figlio di Dio. È un uomo tra gli uomini che non ha vergogna di mettersi a nudo e mostrare tutte le sue fragilità e paure. È diretto ed estremamente sincero come del resto tutto il film. È schietto, senza fronzoli, in una parola: vero. È così come lo vediamo, molto più vicino a noi di quanto non lo si possa immaginare. Il film, avvicinando il più possibile lo spettatore alla vicenda , intende toccare l’anima nel profondo trasmettendo l’angoscia dell’evento e ci riesce. Non lo fa spettacolarizzando l’evento della morte, abusando delle cruente e sanguinose immagini della flagellazione, com’è stato nel patinato film hollywoodiano “La Passione di Cristo” di Mel Gibson; in “Su Re” tutto rimane fuori campo e si possono sentire solamente i secchi colpi della frusta. La scelta stilistica di Columbu è molto meno facile ma sicuramente più coraggiosa. Non si cerca il consenso facile di un pubblico poco attento; il vero significato di questo film lo si percepisce nei dettagli, con scrupolo e attenzione e talvolta con molta difficoltà. Non è per niente un film “facile” questo, no. Lo si potrebbe definire anche piuttosto ostico, ma ciò non toglie che sia un piccolo gioiellino del cinema sardo. 

Micaela Uselli

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