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Qualche battuta critica sul distretto culturale

| di Matteo Marteddu
| Categoria: Territorio
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Foto Matteo Marteddu

Per due appuntamenti benpensati, ben guidati e partecipati, a Macomer, l’Associazione “ Nino Carrus”, ha tentato di mettere insieme idee, prospettive e genesi di quella che viene chiamata organizzazione distrettuale della produzione e dei depositi culturali  dell’area del Marghine o dell’intera Sardegna.
Molti interventi, convinzioni e perplessità, luci e ombre, nella assoluta normalità.
Quel che è risultato più evidente è la complessità e la ricchezza di operosità, tradizioni, cultura, monumenti, insomma di Storia e Storie stratificate che costituiscono il tessuto connettivo dell’essere noi, questo popolo, in questo luogo, e non altri.
Ma è la riflessione sul “distretto”che mi sento di aprire. C’è stata una stagione, nel Paese, nella quale sembrava che la soluzione al problema del declino e della decrescita italiana potesse essere affidata ad un nuovo modello di organizzazione produttiva, mutuando e , come spesso capita, facendo copia/incolla da esperienze di paesi nordici o d’oltre oceano.
Distretto, allora, come magia per dare identità a filiere artigianali, micro industriali, dal sughero, al granito, al tessile, alla ceramica, alla meccanica fine; legando saldamente e rendendo stretto il rapporto tra area geo-etnica, identità, prodotto e marketing. Sino al 2001, quando una legge quadro nazionale, offriva alle Regioni l’opportunità di legiferare sui distretti agroalimentari. Solo un paio di regioni del centro nord l’hanno fatto.
Da qui, quando la marcia sembrava trionfale, hanno iniziato le note critiche, le battute d’arresto, i rilievi scientifici sul modello che andava perdendo il suo fascino e le sue capacità, scarsamente sperimentate, di riattivare crescita economica e forza penetrativa sui mercati.
Il dibattito sul modello distretto per la cultura, arriva avendo alle spalle questi punti di forza e di debolezza. Mi pare siano più i secondi. Sovrapporre alla straordinaria ricchezza delle espressioni culturali, materiali e immateriali, un qualcosa che tende a normalizzarle, in una prospettiva di progettazione di rete e di marketing! E perché dovrebbe accrescerne le capacità attrattive e non invece profumo antico di burocrazia e immobilismo?
Gli strumenti di comunicazione oggi sono straordinariamente efficaci.
Il nuovo Titolo V pone i Comuni nello stesso rango costituzionale dello Stato che tutela i beni culturali; possono essi rendersi protagonisti primi di una nuova stagione, perché il brand unificante, di rete, riconoscibile, all the world, l’abbiamo già: si chiama Sardegna.

Matteo Marteddu

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