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L'unione sarda. «C'ero anch'io quando i Batzella hanno sequestrato Gianluca Carta»

Svolta sul delitto, confessa un quinto complice in stato di fermo da ieri

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È crollato dopo quattro ore, incastrato dalle celle che avevano agganciato il suo telefonino indicandone la posizione nei luoghi e nei momenti dell'omicidio. Quando l'imprenditore Gianluca Carta veniva speronato nella strada statale 130 a Decimo e poi portato lontano per essere ucciso, verso Sestu (o San Sperate), lui c'era. Così Michele Piras, 23 anni, di Assemini, da giovedì sera è in stato di fermo. Ha avuto un ruolo nel delitto, lo ha confessato davanti al pm Maria Virginia Boi. Convocato in Procura alle 17 di due giorni fa quale persona informata sui fatti, alle 21 aveva già vestito i panni di indagato, tanto che il magistrato gli ha chiesto di chiamare subito i suoi avvocati. Poi ha ripercorso quanto accaduto tra il 17 e il 18 maggio 2011: un racconto che ha fornito ulteriori dettagli su un assassinio voluto e commesso - questa l'attuale ricostruzione dell'accusa - da Niveo e Gianfranco Batzella, zio e nipote, e che aveva visto come complici i giovani Enrico Lecca, primo a rivelare l'agguato mortale lo scorso aprile, e Paolo Coraddu. Quest'ultimo però nella confessione di Piras non c'è: gli indica l'auto della vittima e sparisce. Nella versione precedente, invece, proprio Coraddu - con Lecca - aveva bruciato l'auto usata per speronare quella di Carta, poi legato e portato via dai Batzella.
IL RACCONTO Vice direttore di un supermercato, matrimonio in programma il prossimo aprile, incensurato, Piras (assistito dagli avvocati Stefano Pisano e Gianluca Marroccu) guarda il pm e ricorda: «Lecca mi chiese di fare una serie di appostamenti per verificare il tragitto e gli orari degli spostamenti di Carta. Non mi spiegò il perché. Si diceva che ( Carta ) avesse molti soldi per un risarcimento avuto in precedenza, pensai si trattasse di una rapina o di una lezione per vecchi dissapori. Arrivò una telefonata che mi annunciò: è per domani . Mi incontrai con Lecca di sera. Mi diede la Punto con la quale dovevo tamponare la Mercedes di Carta e costringerlo a scendere». Così avviene: sono più o meno le 24 del 17 maggio, Carta sta andando al suo night di Domusnovas. «La Punto tamponò la berlina e un Doblò alla cui guida c'era uno dei Batzella la bloccò davanti. Lecca era nascosto dietro i cespugli». Piras ha una pistola, «mi dissero che era finta e di non preoccuparmi». Carta viene fatto scendere e poi caricato nel furgone «insieme con Lecca e i Batzella, che avevano un fucile a canne mozze». Piras prende la Mercedes e li segue fino all'Emmezeta di San Sperate. «Lì incaricarono me e Lecca di andare a recuperare la Punto e bruciarla». Il gruppo si separa e si dà appuntamento nello stesso posto dopo mezz'ora. Carta è ancora vivo. «Li sentii discutere: Carta diceva se volete soldi ve li do . Loro insistevano, dove li hai? Tirali fuori ».
UDIENZA Piras e Lecca bruciano la Fiat, ma quando tornano a San Sperate i Batzella non ci sono. «Li chiamammo ma non risposero. Andammo via». Due giorni dopo aprono il giornale e scoprono che Carta è stato ucciso. «Chiesi a Lecca cosa fosse accaduto, mi disse di non saperlo. Avevamo paura. Mai avremmo pensato che l'avrebbero ucciso. Io ero certo che, nella peggiore delle ipotesi, l'avrebbero pestato». Le cose sono andate ben diversamente. Oggi l'udienza di convalida.
Andrea Manunza

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