Dal nostro inviato
Celestino Tabasso
U n festival letterario, tra le altre cose, è una zona dove le cose si rivelano del tutto diverse da quel che sembrano. Un paese della Barbagia, per esempio, all'improvviso si scopre il posto migliore per capire lo spagnolo, per apprezzarne la sonorità fiabesca e cupa. E Antonio Skármeta, pure lui, è tutt'altra storia rispetto a quel che appare. Con i baffoni e il corpaccione imponente da borghese di campagna potrebbe sembrare un notaio normanno, o un farmacista padano che la domenica se ne va a caccia contento, o cose così. E invece è uno sciamano cileno, anche se Marcello Fois lo presenta come uno scrittore che in quanto tale è di tutti i luoghi.
È un mago che molti conoscono per aver firmato “un'opera piccolina, resa grande da un attore italiano: Massimo Troisi”. Ed è quando legge un passo in originale della sua operina, “Il postino di Neruda”, che chi sta sul sagrato gavoese scopre la magia dello spagnolo. Perché sotto i baffoni dell'omone le aspirate, le liquide e le vocali cavernose diventano le ombre della stanza dove il portalettere si è infilato per recitare a memoria al poeta morente i telegrammi di solidarietà, le disperate offerte di aiuto che da tutto il mondo piovono su quella casa di quel Cile martoriato nelle carni e nei diritti dal golpe di Pinochet.
Roba di quarant'anni fa, roba del '73, quando «un golpe fascista interruppe il tentativo di un governo profondamente democratico. Il presidente Allende fu ucciso, e 10 giorni dopo morì Pablo Neruda. In una straordinaria sincronia in Cile in quei giorni moriva la democrazia e insieme a lei la poesia». Ma la democrazia rinasce, e la poesia non muore. E sono vive tutte e due quando Skármeta racconta ancora, e stavolta parla di “I colori dell'arcobaleno”, il suo nuovo libro. È ambientato in Cile anche questo, ma in quello del 1988, quando il generale chiese al popolo di confermarlo al potere o di mandarlo a casa con un referendum. «Forse pensava che dopo 15 anni di repressione e di torture e di omicidi i cileni gli avrebbero detto: grazie signor generale, ci governi per altri otto anni. Magari lo credeva sul serio». E in effetti era così bislacca, era così paradossale l'offerta democratica che il dittatore faceva in cambio di un'ipotesi di nuovo potere, che alcuni oppositori pensarono e dissero che era meglio disertare la consultazione. “I giorni dell'arcobaleno” racconta la campagna pubblicitaria geniale e creativa che molti artisti cileni idearono «per convincere chi voleva votare No a non aver paura di farlo». E racconta, lungo il secondo filone narrativo, la feroce repressione che colpiva in quegli anni in particolare studenti e professori. È di uno studente, Nico, la voce narrante: «Mercoledì hanno arrestato il professor Santos. Non c'è da stupirsi, dati i tempi. Solo che il professor Santos è mio padre».
E il sagrato applaude, come già a mezzogiorno aveva applaudito un altro smottamento dei punti di vista tradizionali: l'elogio dei luoghi comuni di Susanne Höhn (Goethe Institut) e Alison Driver (British Council) che per la regia di Federico Taddia hanno giocato a nascondino fra gli stereotipi europei, un po' smontandoli e un po' - appunto - rivalutandoli perché, se non altro, «aiutano a orientarsi un po', no?» (parole di Driver). E quindi fra una gaelica innamorata delle lingue minoritarie e degli accenti locali e una tedesca preoccupata dell'immagine germanica all'estero («Lo siamo un po' tutti, nel mio Paese, e soffriamo perché ci guardano un po' tutti con occhio critico»), l'elemento unificante diventa inevitabilmente l'Italia. E in particolare la voglia degli Italiani di farsi insegnare lo Stivale da chi lo vede con occhi stranieri: «Tanti italiani mi chiedono di spiegare loro l'Italia», «A me molti chiedono di spiegargli Berlusconi», «Anche a me, e ci proverei ma non ho mai trovato un italiano che mi dicesse di averlo votato», «Io sì: ne ho trovati cinque. In sette anni».
