Sa che somiglia terribilmente a Gianni Giovannelli?
Sorride: «Sì, sono io».
Ah ecco. E come mai è qui in Procura a Cagliari?
«Niente...sono passato a salutare un amico».
Posto curioso il corridoio dei pubblici ministeri per salutare gli amici, non crede? Soprattutto per lei, che arriva da lontano. Dalla Gallura.
Altro sorriso, poi un cortese «tanto non rilascio interviste» e, subito dopo, un significativo «come vede, non sono in compagnia di un avvocato». Cioè: non sono qua in veste di indagato. Ed è vero, altrimenti la presenza di un legale sarebbe stata obbligatoria. Infatti il sindaco di Olbia, camicia bianca, pantaloni scuri e giacca grigia, borsa a tracolla e telefonino sempre nelle mani, è arrivato al palazzo di giustizia perché convocato dal procuratore aggiunto Gilberto Ganassi in qualità di “persona informata sui fatti”. Un testimone che potrebbe conoscere dettagli su un'inchiesta particolarmente delicata, se è vero che Giovannelli ha svicolato le domande del cronista ed è entrato nell'ufficio del pm al terzo piano del Tribunale alle 12,30 per uscirne solo dopo circa tre ore e mezza di ininterrotto colloquio con finanzieri (il comandante del Gico Stefano Rebechesu) e carabinieri, quelli del Nucleo provinciale di Nuoro. Cioè i militari che hanno arrestato, un mese fa, la banda di narcotrafficanti capeggiata in Sardegna dall'ex ergastolano Graziano Mesina. Un'azione coordinata proprio da Ganassi e dal procuratore Mauro Mura.
LA DROGA Allora il punto è: che attinenza ha il sindaco di Olbia con un blitz che ha portato in carcere 26 persone tra Orgosolo, Fluminimaggiore, Villanovafranca, Cagliari, Alghero, Dorgali, Chiaromonti, Nuoro, Nurri, Ozieri e Milano? Gente che aveva contatti con trafficanti albanesi e calabresi? Impossibile saperlo dal diretto interessato, il quale anche a fine interrogatorio ha ribadito di essere lì per «questioni personali». Inutile chiederlo a inquirenti e investigatori, che mai rischierebbero di compromettere le indagini rivelando particolari anche minimi sui giornali. Così non resta che mettere in fila gli elementi certi. La Gallura ha una sua Procura (Tempio), dunque se Giovannelli è andato a Cagliari è stato per rispondere a qualche domanda su reati di competenza della magistratura del capoluogo. Si arriva alla Dda, la Direzione distrettuale antimafia, che sta a Cagliari e si occupa di tutta l'Isola quando si tratta, per esempio, di sequestro a scopo di estorsione. O di associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Guarda caso, proprio ciò di cui devono rispondere Mesina e il resto della banda.
LE MEDIAZIONI Però tutta questa parte di indagine è praticamente chiusa. Quindi Giovannelli è stato convocato per altro: probabilmente “l'inchiesta bis” nata da quella vicenda, termine utilizzato dallo stesso colonnello Simone Sorrentino quando, l'undici giugno scorso a Nuoro, dava conto del blitz che alle tre del mattino aveva portato all'arresto dell'ex primula rossa e degli altri presunti componenti del gruppo. «Non è finita, un filone riguarda le mediazioni di Mesina» aveva spiegato l'ufficiale. Mediazioni su terreni e per il recupero di crediti. L'ex ergastolano era in contatto con Giovannelli per motivi di questo tipo? Le sue conoscenze possono essere utili a fare luce su quell'attività condotta dal bandito? Nessuno parla.
I TERRENI Su questa parte di indagine si sa poco. Il mirino è puntato sul ruolo di Mesina nella cessione di 500 ettari a Capo Ceraso, Olbia, che il pastore Paolo Murgia era sicuro di aver usucapito dopo avervi portato a pascolare le pecore per trent'anni, dal 1964. Ne aveva 40 Silvio Berlusconi quando pensò di creare Olbia 2, ribattezzata Costa turchese, con un porto per 2.500 barche, ville e alberghi. Ma c'era quel pastore che non voleva saperne di andar via: «Lo farò solo da morto», diceva Murgia, che aveva dato battaglia. Voleva un miliardo di lire, poi tre milioni di euro, quindi tre anni fa la società Edilizia Alta Italia del gruppo Fininvest aveva versato circa 700 mila euro. Ed ecco spuntare Mesina, per il quale la primogenita di Silvio Berlusconi era semplicemente Marina. Così la chiamava mentre col suo amico Giovanni Filindeu, il 19 marzo 2012, passava in auto a Li Cuncheddi, vicino a Olbia: «È tutto proprietà di Marina. Paolo Murgia diceva che quel terreno era suo, i bresciani lo stesso. Ma lei lo ha fatto recintare. Io ho slegato i cani e li ho picchiati con un bastone. Quando sono tornato e li ho slegati sono subito scappati». Su quei terreni pascolavano le capre: «Ho minacciato il capraro, se le riporti lì sparo anche a te».
Andrea Manunza
