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L'unione sarda. «Nel 2013 una timida ripresa»

Scettico Deidda (Università di Sassari): crisi strutturale

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La recessione si è accentuata: quest'anno l'economia isolana sta conoscendo una fase produttiva devastante, la peggiore da quando è iniziata la crisi. Tutti i settori mostrano un saldo negativo, trascinati verso il basso dal pessimo andamento dell'edilizia e dell'industria. Ieri mattina, a Olbia, i dirigenti regionali della Banca d'Italia hanno presentato la relazione semestrale sull'economia isolana, prendendo in considerazione i dati raccolti nei primi sei mesi del 2012. Il convegno è stato organizzato in collaborazione con Confindustria e Università di Sassari.
I NUMERI Gli analisti dell'istituto di credito, Roberto Rassu e Rosario Ballatore, hanno spiegato quanto è stato duro il colpo inferto dalla crisi: la disoccupazione è salita al 15%, la cassa integrazione è cresciuta del 20% e il 46% delle imprese con più di 20 dipendenti ha registrato una riduzione dei ricavi e nel 2013, una parte di queste imprese, ridurrà gli investimenti. Tuttavia, gli stessi analisti di Banca d'Italia prevedono un leggero miglioramento della situazione per il 2013, in particolare nel settore servizi e in quello manifatturiero, che dovrebbero dare un minimo di impulso positivo anche alle altre realtà produttive.
CRISI STRUTTURALE Una previsione giudicata ottimistica, però, dagli esponenti del mondo accademico: Luca Deidda, professore di economia dell'Università di Sassari, ha dimostrato che la recessione non è dovuta alla negativa congiuntura economica europea, quanto a un problema strutturale italiano e, più in particolare, isolano. Secondo Deidda, la crisi non passerà se non si investirà maggiormente in tecnologia e ricerca, se non si interverrà sulla scolarizzazione e non si migliorerà il sistema infrastrutturale e quello burocratico. «Rispetto al 1995», ha detto Deidda, «il singolo lavoratore produce di più, eppure l'intero sistema produttivo rende molto di meno. Perché è soffocata dalla burocrazia e dalle infrastrutture carenti. Si è assistito a un deprezzamento della forza lavoro e gli investimenti sono stati minimi e per lo più sbagliati. Basti pensare che un'azienda privata sarda investe in ricerca lo 0,05% del proprio reddito, mentre in Italia si raggiunge lo 0,55. Viva l'Italia? Non proprio: in Germania investono l'1,75 e in Inghilterra l'1,1%. Questo comporta una logica arretratezza del sistema. Se si possiede un buon motore funzionante, il territorio potrà uscire dalla recessione, altrimenti sarà molto difficile. Secondo me, la crisi è strutturale e la congiuntura economica europea non è la causa principale dei problemi dell'Italia e della Sardegna».
Claudio Chisu

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