Lavorare da remoto: il futuro delle aziende e dei lavoratori è lo smart working?

14/06/2017
Attualità
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Nel 2020, a causa della pandemia globale, abbiamo assistito a un cambiamento storico nel mercato del lavoro. Prima dei vari lockdown, lavorare da remoto 1 o 2 giorni a settimana era offerto dalle aziende come vantaggio ai lavoratori, parte del pacchetto dei cosiddetti “benefit aziendali” che includono, in genere, buoni pasto e cellulare. Adesso, tuttavia, sempre più aziende stanno adottando questo modello di remote working (o smart working) e si stima che entro il 2025 almeno il 70% della forza lavoro lavorerà da remoto almeno cinque giorni al mese.

Lavorare o partecipare a eventi in presenza non è più obbligatorio. Internet veloce e computer sempre più performanti permettono a tutti noi di fare qualsiasi cosa a distanza, non solo lavorare. Si può andare ai concerti, partecipare a conferenze e giocare al casinò online tranquillamente da casa, non c’è bisogno di raggiungere le sale da gioco. Questo è reso possibile da una miriade di siti di casinò con offerte sempre più vaste.

Certo, riconoscere quelli legali e affidabili da quelli da cui sarebbe meglio stare alla larga non è sempre possibile. Per fortuna, grazie a recensioni indipendenti di piattaforme create da amanti del gioco d’azzardo, ormai questo non è più un problema. Questi portali, oltre a offrire opinioni sui siti di gioco, propongono giochi gratis, consigli utili, nonché guide su bonus, promozioni e metodi di pagamento.

E mentre negli ultimi due anni la maggior parte di noi ha dovuto trovare modi per adattarsi al lavoro da remoto, i ricercatori hanno studiato il fenomeno. Molti si chiedono quale sia il futuro del lavoro a distanza. Cerchiamo di scoprirlo in questo articolo.

Qual è il futuro dello smart working? 

Un’indagine condotta a marzo 2022 dall’azienda internazionale di risorse umane Reverse, chiamata “Lavoro liquido: a che punto siamo tra Smart Working e nuova governance”, ci fornisce una panoramica della situazione attuale, mettendo a confronto le opinioni dei lavoratori e del management aziendale, per fornire spunti e trovare una direzione comune futura. L’indagine si basa su un campione di lavoratori italiani, equamente distribuiti per genere, provenienza geografica ed età compresa tra i 25 e i 60 anni che hanno lavorato, almeno parzialmente, in smart working. 

Da questa indagine è emerso che sia i lavoratori e sia le aziende vogliono mantenere lo smart working in futuro. I maggiori sostenitori del lavoro da remoto tra gli intervistati sono quelli compresi nella fascia d’età 20-30, ma in generale, tutte le fasce d’età si trovano concordi su una soluzione di smart working fluida, possibilmente ibrida e flessibile. Altri temi coperti da questa indagine includono il diritto alla disconnessione, il lavoro per obiettivi, la formazione e gli spazi di lavoro. 

L’esigenza di disconnettersi è un tema molto delicato e che include diversi aspetti. Il 45% dei lavoratori afferma che lavorando da casa le aziende richiedono una maggiore reperibilità online. Secondo i manager delle risorse umane, le aziende devono trovare una corretta gestione della reperibilità per chi lavora da remoto e garantire una gestione autonoma dei diversi team. Regolamentare questo aspetto è fondamentale per entrambe le parti, ovvero i lavoratori e le aziende. 

Per ciò che concerne i costi, ben l’80% dei lavoratori sostiene che l’azienda dovrebbe partecipare alle spese di chi lavora da casa (ad es. connessione ad Internet, postazione lavorativa, ecc.), mentre la totalità delle aziende intervistate è convinta che non spetti al business coprire tali spese. Sia i lavoratori che le aziende si trovano, però, concordi su un’organizzazione del lavoro per obiettivi. Il 56% dei lavoratori intervistati dichiara che la propria azienda ha riprogrammato il lavoro per obiettivi, così da facilitare il lavoro da remoto, mentre il 60% dei manager di risorse umane afferma di aver introdotto o di essere in procinto di introdurre lavoro per obiettivi con orario fluido e senza necessità di timbrare. 

E sebbene i contatti personali con i colleghi siano diminuiti drasticamente, il 65% dei lavoratori afferma che le tecnologie fornite dalle aziende hanno sopperito in maniera efficace a ciò, mentre l’83% dichiara che il lavoro da casa permette una migliore convivenza tra vita professionale e familiare. Per finire, l’82% dei lavoratori asserisce che c’è una necessità di percorsi di formazione mirata per chi lavora in modalità smart. Il 90% delle aziende intervistate dichiara di aver istituito questi percorsi attraverso piattaforme online di e-learning e webinar specifici. I lavoratori, tuttavia, si aspettano formazioni ad hoc che incontrino le diverse esigenze delle risorse. 

Insomma, si evince da questa indagine che il lavoro da remoto è qui per restare, seppure parzialmente. Le aziende che non sanno come muoversi in questo ambito, dovrebbero prendere esempio dai giganti della tecnologia, veri pionieri del lavoro da remoto, come Google, Spotify e, di recente, Airbnb. I lavoratori, invece, dovrebbero prendere consiglio dai programmatori, i quali rappresentano la percentuale più alta di lavoratori da remoto e che sono vera testimonianza di un fenomeno che è destinato a rimanere negli anni a venire. 

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