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Bambini e soldati.

La nuova vittima della guerra in Afghanistan.

Natalino Piras
09/06/2013
Attualità
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Natalino Piras

“Dalla Nubia sulle mani a casa ritornò”. Dall’Afghanistan tornano dentro una cassa da morto. Ultimo in ordine di tempo tocca al povero capitano Giuseppe La Rosa della Brigata Sassari. Lo ha ucciso un bambino di 11 anni. Eroe il capitano che ha fatto scudo con il suo corpo ai commilitoni, eroe per i talebani il bambino che ha manovrato l’ordigno contro il “Lince” italiano. Ci vorrebbe il genio anarchico di De André a cantare quest’altra guerra che produce eroi morti. Anche il bambino è morto al senso di una possibile pacificazione. Né crescerà, se non sarà vittima di guerra, con il senso del rimorso. Non c’è pace in Afghanistan. Né ci potrà essere fino a che gli afghani avranno truppe di occupazione dentro quella terra che noi vediamo, perché così fa comodo, “desolata”, come un deserto dei Tartari. Per loro, gli afghani, i villaggi sulle montagne, i campi di papaveri e le strade del traffico della droga, sono la patria. Vivono di povertà e di intolleranza, vengono terrorizzati dal verbo islamico, non considerano donna la donna. Ma è la loro patria. Questo sanno i bambini afghani, così vengono educati. Questo sanno anche i soldati stranieri pagati per essere truppe di occupazione. Quali valori, quale civiltà esportiamo dall’Occidente, da altri Oriente? Cosa fa entrare la guerra in Afghanistan se non la guerra? Addestriamo soldati e poliziotti. E loro ci guardano con odio. Insegnano ai bambini l’odio come inno di battaglia.

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