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Don Rosario Menne. Frammenti di una rivoluzione silenziosa

| di Matteo Marteddu
| Categoria: Territorio
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Non azzardo compiutezza biografica, nel 25° anniversario della morte di Don Rosario Menne. Lo fanno storici, sociologi  e preti. Ma la memoria dei frammenti, per chi in qualche modo l’ha avuto maestro, compone il mosaico, traccia l’affresco di un prete sobrio, intellettuale e delle sue piccole rivoluzioni, costanti. Gutta cavat lapidem.

Arriva a Nuoro, dopo esperienze parrocchiali, nei primi anni ’60. Tra gli incarichi quello di docente nel collegio seminariale. Dalla terza media imponevano lo studio del greco. A Lui il compito di insegnarlo a ragazzini di 13 anni.  Era la quarta lingua. Uscivamo appena, con affanno e con discreta padronanza, dalla prima, per noi,  delle lingue straniere: l’Italiano. Poi il latino, il francese. Quella classe era un caleidoscopio di linguaggi simili ma con carature e colpo di glottide differenti: Orgosolo, Orune, Orotelli, Baronie, Mamoiada, Ottana, Bitti , Ollolai. Don Menne interpretava, ascoltava; esplorando altre vie educative e didattiche, uscendo e in contrasto con le immutabili e autoritarie rigidità che il luogo imponeva. E si aspettava l’ora di Greco, con la tortuosità delle declinazioni e i rompicapo dei primi verbi irregolari; aspettavamo Lui; un modo nuovo, moderno, un” game” nell’intrico di regole necessitate e oscure.

E’ nella quarta ginnasio che impone le sue metodologie. Insegnare Italiano in moduli chiusi dentro schemi fissi? Non ci stava. Cambiò, con intelligente destrezza, suscitando in noi interessi e  passioni. Non più grammatica, struttura della lingua. Ci spalancò le finestre della letteratura. I grandi autori classici e contemporanei. Leggere, memorizzare, commentare. Di quell’aria nuova , respiro ancora. Non so se seguisse o se esistesse “la programmazione”; non la seguiva, non era aduso all’ipocrisia dei proni e genuflessi. Penso, oggi, che ci volesse liberi ed educati al gusto della libertà; dentro le regole condivise, naturalmente, quelle che anche in classe portava con i testi per i suoi esami di giurisprudenza. Aspirazione ad essere liberi, nella Sua matrice costitutiva di intellettuale Orotellese; come quelli della sua generazione che negli anni della guerra e dopo, sperimentavano ancora forme di servitù della gleba.

Lo riscoprii, anni dopo, nella politica. Non aveva ruoli formali ed era ben lontano dal pensare che fosse una specie di cappellano del gruppo di Forze Nuove o della DC a Nuoro. Attento sì, in una sobrietà disarmante. Annusava “il diavolo” che si annidava nella stratificazione del potere. E scommetteva su processi di cambiamento, sui giovani. Organizzò un corso artigianale di formazione politica. Senza sponsor, nel salottino di casa sua in via Mereu a Nuoro, forse con un caffè.  Andavamo, ricordo Antonello Arru, Giovannantonio Soddu, Francesco Mariani, altri. C’era molto di ACLI e di popolarismo cattolico. Stile semplice, linguaggio chiaro, intransigenza etica.

Ultima fase della sua vita: passeggiate in via Trieste a Orotelli, da casa della sorella alla piazza Spirito Santo. Affaticato e piegato mi prendeva sotto braccio. Sentiva il peso di una realtà politica ormai senza bussola e senza finalità nel “bene comune”.

Parole come sassi che mi richiamavano all’attenzione, a schivare processi, procedure e affinità opache e disinvolte, a vivere anche la vita politica nella trasparenza e nella verità. Quasi in una struggente consapevolezza che la trama della situazione sociale e istituzionale si stava spezzando e la Sua rivoluzione silenziosa si stesse spegnendo.  Non è così; ha lasciato il segno e i segni.

Matteo Marteddu

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