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ONIFERI. Oggi l'incontro: "alcol, se lo conosci, lo eviti" a cura del professor Biggio

| di Michela Columbu
| Categoria: Territorio
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Il professor Biggio a Sarule qualche tempo fa (immagine tratta da mondomediasarule)

Oggi a Oniferi si terrà un incontro aperto a tutti i cittadini che tratterà del delicato argomento del consumo dell’alcol e delle dipendenze che crea. Il professor Giovanni Biggio, ordinario di neuropsicobiologia, che già abbiamo avuto modo di conoscere grazie ai suoi interventi a Sarule, parlerà agli studenti delle scuole di Oniferi, accompagnati dal personale docente e dal dirigente, e a tutta la popolazione interessata. L’appuntamento è alle 11 nella sala consiliare del Comune.

Per l’occasione vorremmo sottoporvi un’intervista al professor Biggio realizzata dai ragazzi delle scuole di Sarule e Oniferi, sul concetto di diversità e pubblicata sul blog della scuola di Sarule "mondomediasarule".

 

Che cosa è il cervello?

Voglio definirlo come lo ha descritto in una breve poesia quella straordinaria poetessa che fu Emily Dickinson nel componimento “The brain” , dove dice che il cervello “è più esteso del cielo…più profondo del mare…ha giusto il peso di Dio…l’uno sta all’altro come la sillaba sta al suono…”; il componimento ben esprime due grandezze che non hanno misura umana in quanto sono certamente infinite; anche il cervello ha una sua sbalorditiva complessità, nella sua esplosiva computazione combinatoria, nella sua illimitata capacità di immaginare mondi reali e possibili.

Esistono due cervelli uguali?

“No, assolutamente! Ognuno di noi è il risultato sì dei geni ereditati dai genitori, ma anche dell’ambiente in cui vive. I geni non sono affatto immutabili, sono sensibilissimi alla realtà esterna e diventano i motori delle nostre emozioni.
Anche nei gemelli omozigoti, i due rispettivi cervelli hanno lo stesso patrimonio genetico, ma ciascun cervello si sviluppa in un modo diverso in base al condizionamento ambientale; abbiamo notato che due gemelli possono essere confusi l’uno con l’altro finché sono piccoli, ma, poi, più crescono e più le differenze tra i due emergono nettamente poiché ognuno sviluppa autonomamente i propri gusti, predilezioni, stili cognitivi…Da adulti difficilmente possono “trarre in inganno”.

In che senso il cervello si modifica in base alle esperienze?

Le cellule neuronali hanno una serie di minuscoli tentacoli. Per capirci, sembrano le zampette di un millepiedi. Questi tentacoli si chiamano dendriti, sono le antenne paraboliche che captano e decifrano le comunicazioni all’interno del cervello, registrano gioia e dolore, noia ed emozioni.
Una mamma che allatta ha cellule ricche di dendriti, una mamma a cui portano via il figlio ha cellule quasi del tutto prive di dendriti.
Hanno scoperto, per esempio, che la violenza lascia una sorta di cicatrice nel cervello. Non una ferita dell’anima, ma una cicatrice vera, un’alterazione della forma e della struttura delle cellule cerebrali, ossia dei neuroni.
Un privatissimo dolore personale ha pesanti riflessi sui neuroni. Riflessi che possono essere passeggeri o permanenti.

E le esperienze positive trasformano il cervello?

Un team canadese ha dimostrato che i figli amati e protetti dai genitori resistono allo stress meglio di quelli che non hanno avuto una bella infanzia. Oggi si hanno le prove del fatto che chi ha avuto scarse cure materne sviluppa una propensione verso ansia, depressione, schizofrenia.

Quindi, il cervello può svilupparsi o regredire?

«Qualcosa del genere; si raggrinzisce come una spugna. Noi lo definiamo trofismo dei neuroni. E così torniamo al discorso iniziale, cioè alla presenza o all’assenza di dendriti, a cellule ricche di antenne paraboliche, qualora l’ambiente sia stimolante, gratificante, oppure, al contrario, desolatamente spoglie».

Spesso i media “etnicizzano” le notizie, come se basti essere nord-africano per essere integralista, criminale, o se va bene, un soggetto “pericoloso, deviante”; dobbiamo pensare, quindi, che esistono le razze umane?

La genetica, oltre ad avere fornito importantissimi dati per spiegarci come funziona il nostro corpo e come curarlo, ha anche permesso di dimostrare che il concetto di razza umana non ha alcuna base scientifica.

Che cosa si intende per razza?
Dopo la scoperta del DNA è stato logico credere che le somiglianze fossero determinate da una condivisione di geni; invece, si è visto che le differenze geniche tra le varie razze erano soltanto del 7%, mentre c’era una grande variabilità genica all’interno delle singole razze (circa 85%). Questo dimostrava che di fatto tutte le razze derivano da un piccolo gruppo di antenati ancestrali che hanno lasciato ai discendenti una grande porzione di genoma «di base»comune, mentre solo il 7% del genoma è responsabile delle differenze somatiche trale etnie.
L’esistenza di razze differenti all’interno della specie umana si è rivelata biologicamente scorretta.
Per la specie umana si parla invece di «popolazioni», intese come gruppi di individui che occupano un’area precisa.

Esistono popolazioni con geni diversi dalle altre?

Nessun gene può essere utilizzato per distinguere una popolazione umana dall’altra. Le popolazioni umane sono difatti geneticamente molto simili le une alle altre, a causa delle frequenti migrazioni che hanno determinato continui rimescolamenti di geni.
Dividere l’intera specie in diversi “gruppi” caratterizzati da un differente colore della pelle, dalla struttura dei capelli o da altre caratteristiche è, quindi, profondamente scorretto.
Se pure esistono alcuni tratti genetici particolari che possono distinguere un gruppo da un altro, questi geni non hanno niente a che fare con aspetti fisici come il colore dei capelli o della pelle. Con loro grande sorpresa, i genetisti hanno scoperto che uomini dichiaratamente “bianchi” avevano il 33 per cento di geni amerindi e il 28 per cento di geni africani. E che addirittura il gruppo di persone classificate come neri aveva una proporzione molto elevata di geni non africani, il 48 per cento.

Il patrimonio genetico fa il destino di un uomo?

Dice Carlo Soave, ordinario di fisiologia vegetale all’Università degli Studi di Milano, che ”L’idea che sostanzialmente siamo determinati dai nostri geni […]. Non è vero. Il codice della vita non è un codice, ma sono degli strumenti in mano al nostro organismo vivente il quale usa di questi strumenti più altri centomila per condurre la propria vita. Chi ha l’informazione è l’organismo intero e non il dna […].che è libero di aderire a una proposta con un sì o con un no».

Per ritornare al punto di partenza di questo incontro, che è costituito dal concetto della “diversità” come ricchezza, per un uomo di scienza, quale è lei, quale peso le attribuisce?

“Non esiste un cervello uguale all’altro”, per cui “ogni persona è diversa dall’altra”!
L’unicità di ogni essere vivente, e, quindi, la diversità delle creature, è il miracolo della vita sulla Terra”.

Michela Columbu

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