di Tiziana Simula
INVIATO A LODÈ La bara bianca portata in spalla, e sul volto il dolore di chi ha perso un amico per sempre. E di amici Stefano Cara, colpito a morte nel giorno del suo diciottesimo compleanno da un proiettile che avrebbe dovuto uccidere un cinghiale, ne aveva davvero tanti. Ieri pomeriggio, erano tutti lì, compagni di scuola, di svago e di caccia, stretti l’uno all’altro a farsi coraggio, in una chiesa troppo piccola a contenere così tanta gente. A salutare per l’ultima volta Ste’, «ragazzo gentile ed educato, che non mancava mai di rispetto a nessuno», come lo ricordano i suoi amici. Alle tre del pomeriggio, la chiesa di Sant’Antonio da Padova è già gremita, manca ancora mezz’ora all’arrivo del feretro ma nei banchi non c’è più un posto a sedere. Centinaia di persone hanno partecipato ai funerali del giovane di Lodè morto domenica durante una battuta di caccia nelle campagne di Guzzurra, raggiunto da una fucilata al petto sparata dal capocaccia che aveva mirato a un cinghiale: un colpo a palla che è stato invece deviato nel suo tragitto dal ramo di un albero, centrando in pieno il giovane battitore. Una disgrazia, un incidente incredibile. Una morte che ha sconvolto l’intero paese, dove tutti conoscevano Stefano Cara e la sua famiglia e quella del capocaccia, Giovanni Tolu, che da subito ha ammesso la sua responsabilità , un uomo altrettanto stimato e apprezzato a Lodè. Anche lui in chiesa, al funerale di Stefano, insieme alla sua famiglia. «Di fronte alla morte non facciamoci domande, non chiediamoci il perché: non possiamo capire, avere le risposte che cerchiamo, ma abbandoniamoci alla fede», ha detto il vescovo Mosè Marcia che ha celebrato la messa insieme al parroco Giovanni Melis. Davanti a loro, la bara bianca ricoperta di rose gialle, portata in spalla dagli amici di Stefano, dalla casa di via S’Iscala fino alla chiesa. E poi, finita la celebrazione, fino al cimitero, seguita da una folla immensa che si è stretta attorno a mamma Caterina e alle tre sorelle. Un’omelia semplice, quella del vescovo, incentrata sul mistero della morte e sulla necessità «di ritrovare la fede». Tanti i compagni di studi del giovane, che quest’anno frequentava la quinta A dell’Istituto agrario di Siniscola. «Hai festeggiato i tuoi 18 anni abbracciando una morte troppo prematura, tragica e irrimediabile che ci lascia soli, vuoti e annichiliti – ha detto dall’altare Maria Rosaria Piras, leggendo una lettera –. Tra una settimana torneremo a scuola. Il tuo banco ci parlerà di te e del vuoto che hai lasciato. In classe eri seduto in una posizione centrale e non credo che ciò sia un caso: è il giusto posto di chi vuole essere un appoggio per tutti. Che ti voltassi da una parte o dall’altra, incontravi comunque sguardi amici, gli stessi che oggi ti cercano increduli e spaventati». «Stefano era un bravo ragazzo, mai litigi, mai una parolaccia – lo ricorda Pierpaolo, uno dei tanti amici di Lodè con i quali trascorreva il fine settimana –. Voleva diventare carabiniere o agente di polizia penitenziaria, come suo padre. Era eccezionale».
