E oplà , ecco i candidati Pd extra-primarie: e la Sardegna si ribella come non mai, a Roma e a Cagliari. Tra le sorprese c'è un volto noto che ritorna (il sociologo sassarese Luigi Manconi ) e un volto sconosciuto, nel senso che proprio non si sa ancora chi sia. La lista ufficiale della Camera approvata ieri nella capitale recita testualmente, al quarto posto, «nazionale altri partiti» (al netto di un buffo refuso). Vuol dire: un socialista, lo indicherà il leader del Psi Riccardo Nencini . Forse Bobo Craxi , dicono le voci, o addirittura Claudio Martelli .
Anche Manconi sarà quarto in lista, ma al Senato, comunque un posto sicuro. Lui e il socialista ignoto, di fatto, ricacciano indietro Gavino Manca e Paolo Fadda : entrambi erano considerati già eletti la sera delle primarie, ora invece finiranno (sempre che accettino) in posizioni che portano al seggio solo se al Pd va meglio del previsto. I capilista saranno il segretario regionale Silvio Lai al Senato ed Emanuele Cani alla Camera: quest'ultimo slitta a sorpresa in testa per consentire il recupero del senatore uscente Francesco Sanna (sconfitto da Cani nelle primarie del Sulcis) al settimo posto della lista per Montecitorio.
LO STRAPPO Ma lo stesso Lai ha negato al comitato elettorale nazionale l'intesa sulle liste, prevista dallo statuto. E poi, insieme ad Antonello Cabras e Graziano Milia , ha votato contro la proposta finale delle liste, al momento dell'approvazione nella direzione nazionale. Si è così consumato lo strappo clamoroso ipotizzato nei giorni scorsi di fronte al probabile inserimento di quattro o cinque nomi esterni alle primarie. Lai aveva ipotizzato di rifiutare la candidatura in caso di scelte non condivise dall'Isola: ora si attende una sua valutazione.
Intanto però esplode la rabbia. Sui social network (inondati di commenti negativi) e nelle prese di posizione ufficiali: la vicesegretaria Francesca Barracciu guida la rivolta e chiede una convocazione urgente della direzione regionale, Arturo Parisi e Giampaolo Diana sparano a zero.
Milia ribadisce seccamente i dubbi della vigilia: «Nessuna apertura, come temevamo. Tra l'altro ci sono solo tre donne in lista, e la provincia di Cagliari è sottorappresentata. Da domani inizia la campagna elettorale... Votiamo Pd». Paolo Fadda apprende le novità mentre è in corso la riunione settimanale della sua area: l'incontro è stato aggiornato per le 17 di oggi.
LA DECISIONE Dopo un vertice iniziato alla mezzanotte di lunedì, le trattative tra la Sardegna e il Pd nazionale sono andate avanti anche ieri. L'ipotesi era che Roma dettasse cinque nomi all'Isola: alla fine sono quattro, quasi tutti sardi. Lai, Manconi, Francesco Sanna e infine il socialista. Salta invece Alessandra Tresalli , giovane sulcitana che si pensava potesse entrare nel listino renziano (ieri mattina circa cento iscritti e militanti del Sulcis avevano scritto a Bersani e Renzi per dire no alla candidatura di «una persona che non rappresenta niente e nessuno»).
Il Sulcis comunque raddoppia la sua presenza in Parlamento: le primarie avevano escluso il ritorno in Senato di Sanna, ma lo si è recuperato (alla Camera) in considerazione del lavoro svolto a Palazzo Madama. Ha giocato in suo favore il legame col vice di Bersani, Enrico Letta , che a quel punto ha dirottato verso un seggio sicuro in Liguria (sesto alla Camera) l'altro discepolo sardo, Marco Meloni , responsabile nazionale Università e ricerca.
Tutti uomini i cinque eleggibili del Senato (ci saranno altri tre candidati, ma senza alcuna speranza). Tra loro non c'è l'uscente Gian Piero Scanu , che ritorna alla Camera dov'era già stato negli anni '90. Lì troverà le tre trionfatrici delle primarie, Romina Mura , Giovanna Sanna e Caterina Pes . Ma se il candidato socialista sarà un uomo e si confermerà la previsione di dodici eletti sardi (otto deputati e quattro senatori) del Pd, non sarebbe rispettata la regola che garantisce alle donne almeno un terzo dei seggi.
REAZIONI È sempre quella previsione che mette a rischio Gavino Manca, nono alla Camera, e Paolo Fadda, quinto al Senato. Perché ce la faccia il primo serve un risultato strepitoso del Pd, magari anche a livello nazionale, per attingere al premio di maggioranza. Fadda invece sarebbe eletto solo se in Sardegna Sel andasse male, fallendo il quorum per piazzare un senatore.
Eppure Manca era stato il secondo più votato a Sassari (dopo Giovanna Sanna) nelle primarie del 30 dicembre, nonché l'uomo più votato nell'Isola dopo Giuseppe Luigi Cucca . Fadda invece si era piazzato terzo a Cagliari, dopo Romina Mura e Ignazio Angioni . Nell'ordine per collegio stabilito prima della consultazione, entrambe le posizioni erano associate a posti sicuri. Le cose sono andate diversamente ed è proprio questo che scatena la protesta in Sardegna, anche da chi non è vicino ai due ex Dl.
La più severa è decisamente Francesca Barracciu: «Abbiamo fatto le primarie per superare il Porcellum, e il risultato è una porcata anche peggiore. Il 30 dicembre c'era stata un'altissima partecipazione, gli elettori del Pd avevano deciso liberamente i loro rappresentanti: il tradimento di quel voto è inaccettabile, queste liste andrebbero rispedite subito al mittente con ogni mezzo a disposizione». La vice di Lai protesta anche per il mancato rispetto della regola in favore delle donne, e aggiunge: «Nel 2006 e nel 2008 c'era già il Porcellum, ma con Fassino e Veltroni non si era vista un'invasione così forte. Chiedo che si convochi con urgenza la direzione regionale».
Con altrettanta urgenza, il capogruppo in Consiglio regionale Giampaolo Diana ha convocato una conferenza stampa per stamattina, per «comunicare le mie decisioni conseguenti alle decisioni della direzione nazionale», che in campagna elettorale «rischiano di vanificare l'entusiasmo di migliaia di cittadini».
Sferzante l'ex ministro della Difesa Arturo Parisi: «La sopravvivenza, grazie al Porcellum, del potere di nomina dei parlamentari, e il modo indecente col quale le altre forze politiche si apprestano a presentarsi ai cittadini, ha privato la dirigenza del Pd di ogni freno inibitorio, dando il peggio di sé». Prima le regole restrittive per le primarie, poi la riduzione dei posti («dal 90% al 66») per chi le aveva vinte, «infine è stato manipolato il risultato delle primarie stesse, con trucchi degni del gioco delle tre carte».
Giuseppe Meloni
