di Filippo Peretti
CAGLIARI Ventitre simboli alla Camera, ventidue al Senato, cinquecentodiciassette candidati ma solo il dieci per cento corre davvero per i venticinque posti della Sardegna in Parlamento. Sono questi i grandi numeri delle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio. La presentazione delle liste ha fatto riemergere problemi politici irrisolti, alcuni di carattere generale, come la frammentazione: si pensi che i tre grandi poli nazionali (Bersani, Berlusconi e Monti) raggruppano appena la metà delle forze in campo. E ha fatto esplodere nuovi conflitti: quello più clamoroso nel Pdl. Lo scontro dentro lo schieramento berlusconiano è la novità del momento. Su due versanti. Il primo riguarda l’area degli ex di Forza Italia, il secondo gli ex An. Nella battaglia interna ha vinto Mauro Pili, che Denis Verdini e Angelino Alfano avevano retrocesso al terzo posto della lista della Camera e che Silvio Berlusconi, alle quattro del mattino di lunedì, ha rimesso capolista come nel 2008. L’ex presidente della Regione era arrivato a minacciare l’addio: un avvertimento pesante sia per queste elezioni (il suo movimento Unidos ha un buon seguito) sia per le regionali che ci saranno fra un anno. Ha vinto Pili, nemico di Ugo Cappellacci, ma ha vinto anche il suo rivale di sempre, Salvatore Cicu, amico del governatore, che voleva il secondo posto e lo ha ottenuto. Paolo Vella, il mancato capolista, sognava forse di diventare il Capo del Pdl sardo (amico del Cavaliere forse pensava di prendere il posto che fu di Romano Comincioli) ma ha dovuto cedere il passo. Da Roma hanno fatto sapere che la lista è stata cambiata dieci volte in ventiquattr’ore. Berlusconi ha privilegiato il peso degli uscenti, ha rinviato il promesso rinnovamento dei quadri e ha creato molti scontenti. E le conseguenze alle elezioni potrebbero essere pesanti. Nessun candidato dell’area degli ex di An è in posizione sicura (Bruno Murgia quinto alla Camera, Carmelo Porcu quarto al Senato). E rischiano di non eleggere nessuno territori importanti come Sassari, Nuoro e Oristano. La prima protesta ufficiale è del deputato (ormai ex berlusconiano doc) Piero Testoni: è in lista ma non ha firmato. Verrà escluso. Alla ribellione ieri ha dato voce il consigliere regionale sassarese Salvatore Amadu, che dal coordinamento provinciale era stato indicato come uno dei quattro “papabili” del territorio. «Mi hanno telefonato l’altra notte per offrirmi il quarto posto al Senato, ho rifiutato dicendo che era un insulto per Sassari, che meritava un trattamento più dignitoso. Credo che dai nostri elettori arriveranno conseguenze molto negative. Lascio gli incarichi di partito e inviterò tutti i dirigenti a dimettersi». Dopo le polemiche pubbliche e gli scontri interni della fase preparatoria, negli altri due poli (Bersani e Monti) è scattata la tregua: evidentemente c’è l’obiettivo di sfruttare il vantaggio dato dal caos Pdl. Per quanto riguarda la frammentazione politica, il problema riguarda anche le forze indipendentiste. Il Psd’Az (pur con esterni) si è presentato da solo, Sardigna Natzione ha formato una squadra di “sovranisti” con altre sigle, Irs di Gavino Sale ha detto che si presenterà solo alle elezioni regionali e i Rossomori di Gesuino Muledda (in rotta col Pd) hanno rinunciato.
