L'onorevole ignoto (in realtà notissimo, ma stavolta poco incline alla visibilità ), mentre circola nei corridoi del Palazzo di via Roma, se la prende con i suoi colleghi della Camera: «Ma porca miseria, in aula sono sempre quattro gatti, proprio stavolta dovevano essere così solerti?», sibila al cellulare, scherzoso fino a un certo punto. Non è l'unico consigliere regionale a pensarla così, dopo che Montecitorio ha sancito il taglio dei seggi nel parlamento sardo, da 80 a 60. Le reazioni ufficiali dei partiti (a parte gli indipendentisti, specie Claudia Zuncheddu) sono di giubilo, per la modifica dello Statuto che elimina venti posti nell'assemblea. Ma per chi siede su quelle poltrone, la novità rende la rielezione più difficile. O impossibile.
LE REGOLE Ma dove colpiranno i tagli? Ovviamente non si può sapere in astratto: dipenderà dall'esito del voto nel 2014 (sempre che non ci sia uno scioglimento anticipato) e soprattutto dalle regole del gioco. La vera partita adesso è questa: chi vince sulla legge elettorale probabilmente vince le Regionali, o comunque partirà avvantaggiato.
Da quando c'è l'elezione diretta del governatore (2004), in Sardegna si vota con le regole nazionali. Che prevedono, tra l'altro, un listino di candidati che non devono cercare preferenze: vengono eletti se vince il candidato presidente cui sono collegati. Se si votasse oggi con lo stesso sistema, ma per eleggere 60 consiglieri, si potrebbe fare un listino a 12 anziché a 16 (oppure a 6 anziché a 8, se i vincitori decidessero di autolimitarsi come nel 2004 e nel 2009). In ogni caso, la rappresentanza territoriale sarebbe molto sacrificata.
Ma l'orientamento comune dei partiti è eliminare il listino: lo prevede la proposta di legge elettorale approvata sei mesi fa dalla commissione Autonomia, presieduta dal sardista Paolo Maninchedda. Una proposta che adesso i capigruppo vorrebbero portare in fretta in aula, anche perché - essendo una legge statutaria, dunque di rango superiore a un'ordinaria legge regionale - perché entri in vigore dev'essere approvata almeno 90 giorni prima delle prossime elezioni.
Il testo, molto corposo, disciplina anche la forma di governo e le funzioni degli organi istituzionali. Inoltre è assai rigoroso in tema di conflitto di interessi, incompatibilità e ineleggibilità . Non solo per ogni aspirante governatore (carica vietata, tra gli altri, a chi guida imprese con volumi d'affari superiori a 5 milioni di euro), ma anche per chi si candida in Consiglio.
TERRITORI E PARTITI Il meccanismo elettorale della proposta Maninchedda suddivide 58 seggi (gli altri due vanno al presidente eletto e al più votato tra i suoi contendenti) nei soliti otto collegi territoriali: in base ai dati Istat 2010 sulla popolazione, perderebbero rappresentanti soprattutto Cagliari, Sassari e Nuoro (rispettivamente cinque, tre e quattro in meno). Solo uno Sulcis e Oristano, percorso netto per gli altri.
Impossibile sapere chi perderà di più, tra i partiti. Ma il giochino, senz'altro arbitrario, di applicare ai risultati delle Regionali 2009 i criteri di un Consiglio a 60, evidenzia il crollo del divario tra maggioranza e minoranza (e ipotizzando pur sempre che a chi vinca sia garantito il 60 per cento dei seggi, cioè 36).
In generale, perdono di più i grandi partiti. Se - partendo dalla regola dei 36 seggi alla maggioranza - si distribuissero i consiglieri in base al più classico dei metodi proporzionali (D'Hondt), il Pdl dovrebbe rinunciare addirittura a 10 eletti, e il Pd a 3. Numeri che salirebbero a 12 e 4 col metodo dei quozienti, previsto anche nella proposta di legge Maninchedda.
LA PROTESTA Apparentemente, non andrebbe così male alle piccole sigle. Ma il riferimento a un'elezione giocata con diverse regole (e quindi con un diverso numero di candidati, per esempio) può rivelarsi fallace. Forse, quindi, non sono fuori luogo i timori di alcune aree, specie quella indipendentista, enunciati in Consiglio da Claudia Zuncheddu (Sardigna libera), da sempre contraria al taglio dei consiglieri ma favorevole semmai a contenere i costi dell'assemblea dimezzando i compensi degli onorevoli.
Questa battaglia, ribadisce oggi la consigliera ex Rossomori, serve a «difendere il diritto democratico di rappresentanza di tutte le minoranze politiche e culturali, specie identitarie. La riduzione dei consiglieri è un drammatico taglio della democrazia, che privilegia in Sardegna un sistema politico oligarchico e con un bipolarismo incontrollabile che condurrà a un bipartitismo perfetto. Questo è un attacco alla democrazia, mascherato demagogicamente con una riduzione irrilevante dei costi della politica».
Giuseppe Meloni
