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L'unione sarda. «Per tutti noi è un altro lutto»

Graziella Dore: lui colpevole? Un'idea che ci fa male

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Dal nostro inviato
Piera Serusi
GAVOI «Io voglio aspettare...». Non ha visto un telegiornale, né letto un quotidiano. «Mi hanno raccontato quel che state scrivendo voi giornalisti: le intercettazioni, i messaggini di minacce e di disprezzo. Voglio aspettare. Per me, per mia mamma, per noi tutti questo è un altro lutto».
LA LUNGA BATTAGLIA Graziella Dore siede sulla punta del divano, le mani giunte come per una preghiera, lo sguardo incollato sulla nipotina che disegna seduta al tavolo del tinello. Nel soggiorno della casa alla periferia di Gavoi il silenzio è rotto dalla voce squillante della piccola Elisabetta, uno scricciolo dalle lunghe treccine che chiede consigli sui colori alla cugina Giulia. «Lei sa che è qui in vacanza...». Il giorno dopo l'arresto del cognato Francesco Rocca, Graziella - che l'altro ieri ha scambiato coi cronisti giusto due parole - trova la forza per dire qualcosa di più, per rimettersi in piedi e continuare a invocare la verità. La sorella di Dina Dore - la giovane mamma uccisa nel garage della sua casa la sera del 26 marzo 2008 - l'aveva detto fin dall'inizio agli inquirenti che doveva essere un omicidio premeditato e non un tentativo di sequestro finito male. Non è stata zitta, ha sempre tenuto viva la fiammella della speranza. Contro il silenzio, contro l'omertà. «Non è possibile che nessuno abbia visto, ma sono sicura che alla fine la verità verrà fuori», diceva ad alta voce. «L'ho fatto perché vedevo che il marito di mia sorella non faceva nulla. Ho dovuto rimboccarmi le maniche e tenere viva l'attenzione: avevo paura che tutto finisse nel silenzio. Ora questa notizia. Non voglio parlare di lui. Rimane sempre il padre di mia nipotina. In tutto questo tempo, sa quante volte le chiacchiere e i commenti della gente ci suggerivano l'idea che l'assassino fosse lui, il marito di Dina? Noi tutti, in famiglia, abbiamo sempre rifiutato questa idea, abbiamo sempre scacciato questo pensiero. È stato uno di casa, ci siamo sempre ripetuti. Ecco perché dico che la notizia del suo arresto è per noi un altro lutto...». Anche se i rapporti tra le due famiglie sono da tempo finiti.
«HO UN RAMMARICO» Le hanno riferito delle intercettazioni tra Francesco Rocca e l'amante, e degli sms che lui inviò a Dina pochi giorni prima del delitto. “ Vengono, ti prendono e mancu t'inde abbizzasa ”, le scrisse lui il 22 marzo. Le hanno raccontato della disperazione di lei, moglie tradita e maltrattata. “ Vorrei sapere cosa ti ho fatto per meritare tutto quello che mi fai... ”, gli scrisse Dina il giorno prima della morte. Graziella si porta le mani al viso, come per scacciare il pensiero dei patimenti della sorella. «Ho un rammarico: non aver capito che cosa stesse passando. Certo, negli ultimi tempi era piuttosto nervosa, ma tutti in famiglia pensavamo fosse per lo stress, per la stanchezza del dover seguire la bambina che allora aveva otto mesi». Invece il nido d'amore di Dina era solo una finzione. La grande casa di via Sant'Antioco era la bocca dell'inferno. «Dopo la sua morte non sono più riuscita ad andare in chiesa. Solo tre giorni prima, durante le vacanze di Pasqua, avevo detto al sacerdote: “Ringrazio Dio per la mia famiglia”. Poi è finito tutto». Graziella, 52 anni, è mamma di Giulia, 22 anni, e di Andrea, 18. È sposata dal 1988 con Rino Zurru (che nel novembre scorso ascoltò le rivelazioni di un compaesano e mise gli investigatori sulla pista giusta, ndr ). «È stato lui a sostenermi, a incoraggiarmi. Mio marito è il punto fermo della mia vita. Ogni volta mi dico: sono fortunata. E mi fa male pensare che, invece, Dina non lo è stata». La piccola Elisabetta finisce il suo disegno. «È a lei che ora dobbiamo pensare».
DA DONNA A DONNA E ha un pensiero anche per tutte le altre donne di questa brutta storia, Graziella Dore. «Penso a mia madre. Alla mamma di Francesco Rocca e a quella di Pierpaolo Contu. Ognuna col proprio dolore, con la propria disperazione». Il sangue di Dina Dore è ricaduto su un paese intero. L'orrore di un finto nido d'amore si è riversato ovunque. Solo qualcuno troppo avventato, dopo l'uccisione di Dina Dore, provò a dire: «Non può essere che gli assassini siano di Gavoi». Già un mese dopo il delitto, nell'assemblea popolare riunita nella parrocchiale di Santu Bainzu, il paese puntò il dito contro il bubbone della «gioventù locale fuori dalla legalità». Chi sa, parli con la polizia, disse l'allora sindaco Salvatore Lai. Qualcuno ha parlato, alla fine. «Io, però, voglio aspettare», ripete Graziella Dore. Porta le mani al viso. Non vuole credere all'orrore più grande.

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