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L'unione sarda. Il paese davanti all'altare di Dina

GAVOI. Centinaia di scarpe rosse in piazza Sa Serra. Un uomo ha lasciato un mazzo di rose

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Dal nostro inviato
Piera Serusi
GAVOI È arrivato sotto una tempesta d'acqua, le lacrime lavate via dalla pioggia. Elio Zedda si è fermato davanti alla rotatoria di piazza Sa Serra, ha sistemato un mazzo di rose rosse in mezzo alla selva vermiglia di tacchi a spillo, espadrillas, pantofole, sneaker, stivali, e si è piantato così, in piedi come un soldato, davanti all'altare di Dina Dore.
La carezza di un uomo per la giovane mamma uccisa. E l'abbraccio di tutte le donne di Gavoi che ieri, una a una, hanno deposto le loro scarpe rosse sul granito della rotonda. Solo un osservatore distratto non riuscirà a vedere ciò che in realtà è successo ieri nel paese che, dopo l'arresto di Francesco Rocca e Pierpaolo Contu - il vedovo accusato di essere il mandante del delitto e il suo giovanissimo amico - si è rivelato come una specie di Twin Peaks, con un delitto, e i segreti e il rimorso condivisi da tante famiglie. Le donne di Gavoi hanno dato una scrollata alla comunità, e c'è da scommettere che non passerà molto tempo prima che Dina Dore possa - finalmente - riposare in pace.
«ERAVAMO AMICHE» Lisa Cugusi, 41 anni, è arrivata con la mamma Nevina Macis, pensionata. Ha portato un paio di scarpe da ginnastica tinteggiate di rosso. «Il rosso del sangue di Dina. Eravamo amiche, i nostri bambini sono nati lo stesso anno, il 2007, e proprio pochi giorni prima della sua morte - racconta Lisa - avevamo festeggiato insieme la festa degli alberi piantando un arbusto in segno di buon augurio per questi piccini. Penso a ciò che ha passato Dina, al suo dolore, alla disperazione che avrà provato».
BABBUCCE NUMERO 17 Arrivano giovani mamme col loro bambino, nonne in vardetta, ragazzine col fidanzato. Sull'altare di Dina ci sono anche tante scarpe di taglia piccola, persino da neonato, come le babbucce rosse numero 17 chiuse dentro una scatolina di plastica trasparente. Antonella Mureddu, 41 anni, tre figli, ha portato un paio di pantofoline. «Penso a Dina, ma penso anche alla piccola Elisabetta che è rimasta senza la sua mamma. Questa - sottolinea - è anche la tragedia di una bambina, non dimentichiamolo».
QUATTRO DELITTI Qualcuna ha deposto un paio di decolleté con dedica: sulla punta di una scarpa c'è scritto “Dina”, sull'altra è segnato “Maria Pina”. Un pensiero anche per Maria Pina Sedda, 43 anni, mamma di Elisabetta, uccisa dal marito nel luglio 2002. Negli ultimi due lustri a Gavoi sono state ammazzate quattro donne: occorre ricordare anche Giovanna Pelleu, 83 anni, assassinata dalla nipote; e Angela Podda, 80 anni, colpita a morte dalla figlia. Anna Cottu, 36 anni, è arrivata per lasciare un paio di zoccoletti col tacco. E Tonina Dore, 60 anni, ha deposto un paio di sandali. «Io non voglio entrare nel merito dell'inchiesta, ma - sottolinea - voglio dire una cosa: tutti abbiamo letto ciò che dicono gli avvocati difensori. Il marito dell'uccisa è prostrato per il dolore? Beh, il marito allora si immagini come doveva stare Dina quando è stata uccisa». In piazza Sa Serra c'è un servizio di volontari che, armati di bombolette spray, tinteggiano le scarpe di rosso. Caterina Loddo, 54 anni, maestra elementare di Olzai che insegna a Gavoi, è arrivata con i suoi mocassini beige. E Manuela Cottu, 37 anni, la lasciato un paio di pantofole. È un pellegrinaggio continuo. Elio Zedda, quello che ha portato le rose, torna di tanto in tanto, quasi in preghiera. «Mia moglie era la testimone di nozze di Dina. Eravamo molto amici, sempre insieme con lei e il marito. Se lui è colpevole lo dirà il tempo. Se è colpevole, paghi. Anzi, se un giorno ci sarà una proposta di legge sulla pena di morte per chi uccide le donne, e dovessero chiederci la firma, io sarò il primo a lasciare il mio nome».
GRAZIELLA DORE Sulla rotonda di granito ci sono anche quelle che tutti indicano come le scarpe di Dina. In realtà non sono le sue. Le ha portate Giulia Zurru, la figlioccia. «Mia sorella non portava scarpe rosse, ma il significato e il valore di questa iniziativa - dice Graziella Dore - è straordinario. Forse è proprio così. Adesso la gente vuole sapere la verità».

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