Mettiamo radici dove cresciamo, eppure ciò non ci impedisce di muoverci. E la lontananza (migrazione o esilio che sia) non esclude nuovi linguaggi. In questo groviglio esiste una poesia sarda della diaspora? Domanda tanto più necessaria nella Giornata che celebra l'arte del verso. Fuori dall'Isola, fra i nomi più importanti della poesia, troviamo Alessandra Berardi, Giovanni Dettori e Alberto Masala. Ecco le loro voci.
«Se per poesia sarda s'intende quella che attinge a matrici di cultura sarda, la risposta è: non esiste poesia sarda in diaspora. Esistono sardi che scrivono poesia, da italiani», così Masala: «Probabilmente sono il solo ad avere una cifra stilistica e formale che attinge alla cultura sarda anche quando scrivo in altre lingue. Non è una distinzione di merito. Invento i metri partendo dalla formazione sarda che prevede la traduzione immediata nel canto e nella ritmica. Spesso mi sono calato nelle gabbie formali della tradizione, ma per rinnovarla. E sto nel mondo: una cultura solida può relazionarsi con le altre senza subirle». Alla domanda “lei dove si colloca?” Masala nicchia: «Un poeta non si auto-nomina: viene nominato. Nella tradizione sarda c'è una regola ferrea: se sei capace, ti ascoltano; altrimenti scendi e fai spazio. Decide il pubblico, non il sistema autoreferenziale della “poesia” come succede in Italia. Qualcuno mi chiama postcoloniale, come certi haitiani, africani o brasiliani. Sono un poeta sardo postcoloniale».
La definizione “diaspora sarda” risulta ambigua anche per Giovanni Dettori: «Poesia in sardo o in lingua diversa dalla materna? Ci sono poeti sardi che scrivono in francese, oltreché in italiano. A volte, negli intervalli d'insania, mi diverto a versificare in un rigoroso logudorese-barbaricino, che si presta bene al poetare satirico. Amo parlare di poesia dell'esilio, dello sradicamento: quando l'albero tagliato è diventato una croce. Quando si è assunto il senso di essere in patria, in casa propria, mentre si è in esilio. E si è sradicati nell'assenza del luogo, esiliati da ogni bandiera. Forse è proprio sradicandosi che si cerca e a volte si trova più realtà. E si viene in qualche modo restituiti alla nostra riva natale. Frequento poco o nulla i poeti “nazionali” di oggi: non sono mai in esilio, loro. Frequento iracheni, algerini, siriani, esiliati anche loro».
Così Alessandra Berardi: «Non sono una poetessa russa, fuggita a Parigi nel 1917, sarei più affascinante... Sono una poetessa sarda in trasferta, ecco. Di lingua madre italiana per origine, ma certo lingua e cultura sarde passano per la penna. Il mio umorismo, per alcuni yiddish, per altri british... per me è sardish: ho un debito con la sintesi fulminante dei sardi. Pratico calchi sardi, ma “senza farlo apposta”. È stato il linguista Andrea Deplano a chiarirmi che il mio uso “sfrenato” del settenario è dovuto all'eco della nostra tradizione. La patria del poeta è la lingua, e il suo suolo farà sempre affiorare le radici. Non mi colloco: mi collego. Con poeti, giocatori di parole, scrittori».
Daniele Barbieri
