«Chi è fuori dal mondo: il sindacato, o chi nell'ultimo decennio ha cercato di spaccarlo, senza che questo servisse a evitare la crisi?». L'intervista con Michele Carrus, appena nominato segretario generale della Cgil sarda, si chiude con questa domanda: posta però dello stesso intervistato.
È una buona sintesi del suo pensiero. Preservare l'unità del sindacato è il primo obiettivo del nuovo leader, eletto dal direttivo regionale al posto di Enzo Costa (da marzo presidente nazionale dell'Auser). Bancario, forte memoria per numeri e date, discreto imitatore di Bersani, Carrus ha vissuto nella Cgil oltre metà dei suoi 47 anni, e difende il ruolo delle rappresentanze dei lavoratori: «L'unità non è fine a se stessa», precisa, «serve per incidere. Da anni con Cisl e Uil incalziamo la Regione per chiedere un serio progetto di sviluppo».
Poteva esserci un momento peggiore per assumere la guida di un sindacato?
«Mah, non voglio fare l'ottimista a tutti i costi, la crisi è devastante: ma abbiamo il dovere di prospettare una via d'uscita, una ripresa».
Quale linea detterà?
«Lavorerò in continuità con l'opera di un grande segretario come Enzo Costa. Siamo fieri del fatto che l'abbiano chiamato a un compito così rilevante, è un riconoscimento al suo valore».
Continuità su quali punti?
«Su due capisaldi: l'unità delle forze del lavoro e la rinascita della Sardegna».
In effetti nell'Isola agite sempre insieme a Cisl e Uil.
«Sì, è il nostro tratto distintivo e vogliamo mantenerlo. Nella condizione di debolezza in cui si trovano i lavoratori, dividerli riduce le possibilità di incidere».
Il secondo caposaldo?
«Chiediamo alla politica idee forti per rilanciare l'economia, e riforme per l'efficienza dell'amministrazione: non basta avere risorse, devi saperle gestire. Vorremmo una Regione che orienti l'Isola verso un grande progetto di sviluppo: un nuovo piano di rinascita».
Nella vostra idea di sviluppo per l'Isola, l'industria è sempre centrale?
«È la domanda delle domande. Come si regge un sistema debole? Puntando sul proprio capitale umano. Investendo su scuola, ricerca, innovazione. Stimolando la creatività delle persone».
Piani di lungo periodo.
«Ma puntare all'eccellenza è l'unica chiave per essere competitivi. Se non rendo il mio prodotto qualitativamente migliore, non posso contrastare quello di Paesi emergenti con minori costi di produzione. Se tutti facciamo frigoriferi, quello che produco io devo poterlo comandare pure via sms».
Per ora in Sardegna non produciamo tecnologia.
«L'innovazione è strategica anche per il carbone e per l'alluminio. Ci si può rinunciare? Io dico di no, ma se non riesco a produrre meglio, posso andare avanti solo con sovvenzioni».
E le nuove produzioni?
«Dovremmo attrarre investimenti sui settori avanzati: telecomunicazioni, bioenergie, aerospaziale. Per fare questo serve un governo regionale con idee chiare e un'amministrazione efficiente. E non abbiamo né l'uno né l'altra».
Con Cappellacci, nel 2010, Cgil, Cisl e Uil firmarono il patto per lo sviluppo, poi - a vostro giudizio - non attuato. Pentiti di quella firma?
«No, perché? Dopo due scioperi generali, ottenemmo impegni notevoli. Solo che la Giunta li ha disattesi».
Poi altri due scioperi generali, e manifestazioni a decine: a cosa sono serviti? Il sindacato incide ancora?
«Non cediamo a visioni troppo semplicistiche. Un aforisma dice che c'è sempre una risposta sempre a un problema complesso...»
...ma è sbagliata.
«Appunto. Il forte consenso di enti locali e imprese sulle nostre manifestazioni dimostra che il sindacato ha saputo fare anche proposte. Altrimenti sarebbe rimasto solo il velleitarismo protestatario di movimenti nati su interessi molto particolari».
Parla degli anti-Equitalia, degli artigiani e commercianti, e realtà simili?
«Sono esempi che fa lei: ma forse si prestano. Ci sono bisogni che meritano interventi specifici, ma servono risposte complessive».
Si è notata la vostra difficoltà a contenere tutte le proteste, a evitare mille iniziative scoordinate.
«Il problema c'è. Però siamo riusciti a gestirlo. Qualcuno, anche esponenti del governo regionale, interloquisce con realtà aziendali o persino singoli lavoratori, perché è più facile dare risposte particolari che fare scelte di sistema».
Non pensa che anche il sindacato debba fare meglio? Anche voi sembrate un pezzo di quella classe dirigente che gli italiani vogliono spazzar via.
«Ma lei è sicuro di questa percezione? Cioè, non la nego, ma non credo che sia così generale. Nelle crisi, è facile vedere nere tutte le vacche. Da un sondaggio generalista sui sindacati, può essere che emergano visioni di quel tipo. Ma tra i lavoratori dipendenti il giudizio è molto diverso».
Non ci sono solo i dipendenti. Resta la difficoltà di dare risposte agli “atipici”.
«Questo è vero. Perciò chiediamo modelli contrattuali più inclusivi, anche nei confronti dei precari e parasubordinati. Magari demandando alcuni aspetti alla contrattazione territoriale e aziendale, a patto però che questa sia esigibile: non appannaggio solo di alcuni».
Giuseppe Meloni
