PORTO TORRES La parola d'ordine è essenzialità. Quello speciale regime concesso dall'Autorità nazionale dell'energia, con la benedizione di Terna e l'occhio non sfavorevole del governo, e che riconosce l'imprescindibilità dell'impianto per l'equilibrio del sistema elettrico dell'ambito territoriale. Cosa vuol dire? Terna, il gestore della rete, in sostanza riconosce un prezzo che supera i costi di produzione, ammettendo l'esistenza di una sorta di servizio pubblico.
Fin qua niente di male. Succede, però, che quando i tedeschi di E.On. subentrano a Endesa, che a sua volta aveva ereditato la centrale dall'Enel, si impegnano a chiudere i gruppi 1 e 2 che marciano a olio combustibile, obsoleti, inquinanti e dispendiosi, e si impegnano a realizzarne un quinto (che vada a unirsi al 3 e al 4) alimentato a carbone. Il costo dell'investimento è calcolato attorno ai 750 milioni e in mano il colosso energetico ha persino le autorizzazioni ambientali e paesaggistiche. Perché non completa l'investimento? Perché approfitta della distrazione di Ministero e Regione e perché ha in mano il jolly del riconoscimento di “essenzialità”.
E.On, quando è subentrata a Endesa, si è impegnata a realizzare anche un piano di bonifiche che per ora è rimasto solo sulla carta. Gli organismi politici (e le poche inchieste giudiziarie) non hanno chiesto conto al colosso tedesco di quanto sta accadendo, nonostante le recenti veementi proteste degli operai (120 di loro sono stati considerati in esubero), che denunciano un progressivo piano di smobilitazione e il passaggio del core-business energetico all'affare fotovoltaico, molto remunerativo grazie alla marea di incentivi in grado di dirottare. Nel frattempo è “simpatico” notare che, dal 2002 a oggi, il colosso tedesco non ha mai pagato né Imu né Ici e avrebbe assommato un debito nei confronti del Comune di Porto Torres (anche se le verifiche sul reale ammontare sono ancora in corso in questi giorni) di poco inferiore al milione e mezzo di euro. Due stagioni fa, quando la Dinamo Sassari di basket era sul punto di scomparire, era arrivata a promettere un contributo di 500 mila euro. Un investimento in immagine, si era detto. Peccato che quei soldi non siano mai stati pagati.
Che dire dei governi che si sono succeduti e che non si sono preoccupati in alcun modo, al di là di generiche prese di posizione, dell'esistenza di un impianto industriale altamente inquinante, di fronte al Parco dell'Asinara, che in meno di due anni ha già fatto registrare una mezza dozzina di incidenti?
Ricapitoliamo un po' di storia recente: nel gennaio 2012 E.On ottiene dal Ministero la proroga di 18 mesi per la realizzazione del quinto gruppo a carbone a Fiumesanto. Appena un mese dopo il gruppo Indorama (che fa riferimento a Paolo Clivati, patron di Ottana energia) presenta un'offerta di acquisto per la centrale, aprendo le porte a un rewamping del quinto gruppo, col passaggio dall'olio combustibile al carbone. Passano appena due mesi ed E.On respinge l'offerta, in maniera quasi inspiegabile. Basta aspettare un paio di giorni e il quadro si chiarisce: Fiumesanto finisce nell'elenco speciale, senza comunicare a quale prezzo. Sono i giorni nei quali i vertici di E.On. vengono ricevuti dal ministro Passera al Ministero di via Molise e nei quali la stessa Terna, improvvisamente, smette di fornirsi di energia dal gruppo Clivati. Decisione che sa tanto di punizione per chi ha cercato di inserirsi nel duopolio dominante.
Perché nessuno interviene? E perché non viene imposta la fermata dei gruppi 1 e 2, che sono palesemente fuori norma e continuano a produrre inquinamento? Da anni la multinazionale tedesca si è impegnata, insieme alle bonifiche, a realizzare un quinto gruppo che contribuirebbe a mettere in sicurezza l'impianto, mentre l'intero nord Sardegna vede messo a rischio il suo futuro da un inquinamento che è sotto gli occhi di tutti e per il quale nessuno paga. Almeno per ora. ( a. mur. )
