Dal nostro inviato
Piera Serusi
DORGALI Non nasconde che è meglio di una seduta dallo psicologo. «Ho imparato a vivere con distacco ciò che mi è accaduto e lo devo soprattutto alla mia passione per il teatro. Ho imparato a domare le emozioni, a controllare la respirazione. Recitare mi ha aiutato a elaborare la rabbia». Michelangelo Mundula non è mai stato una vittima-tipo, uno da incasellare a forza dentro la categoria degli ex ostaggi dell'Anonima che per tutta la vita, più che dai ricordi, devono difendersi dal prossimo.
IL LABORATORIO Cinquantadue anni, sposato con Rossana, papà del piccolo Roberto, il farmacista di Dorgali che per quattro mesi - da Ferragosto al 28 dicembre 1988, 400 milioni di lire il riscatto - soggiornò all'hotel Supramonte, parla del suo rapimento con lucida freddezza, come se quei 132 giorni in mano ai banditi li avesse patiti un altro. «È il teatro - ripete - che mi ha aiutato». Dal '97 fa parte di un gruppo teatrale nato in paese durante il laboratorio condotto da Mariangela Calzone e oggi rifondato, dopo un lustro di inattività, dentro l'associazione “Le arti libere”.
ATTORE SUL PALCO Venticinque anni dopo, l'ex sequestrato è riuscito a domare la bestia dei ricordi come nessuno ha fatto prima. Ha scritto un testo teatrale, lui che racconta tutto in una scena buia, di quando venne portato via, del custode soprannominato Il Che , di quando ha cominciato a credere che i genitori non volessero pagare il riscatto, del giorno di Natale trascorso con la paura di essere ucciso; del viaggio in macchina prima della liberazione, il mangianastri a tutto volume con le canzoni di De André.
LE CANZONI DI DE ANDRÉ La liberazione di Michelangelo Mundula ebbe come colonna sonora i versi di “Hotel Supramonte”. Sembra un effetto speciale buono per lo spettacolo. E invece è tutto vero. I banditi amavano le canzoni di De André, canticchiavano le parole di un ex sequestrato che dell'orrore della prigionia ne fece poesia. «Tutte le canzoni, non solo di quell'album. E il titolo di una canzone di De André è quello del testo che porto in scena». “Una storia sbagliata”, sessanta minuti di ricordi serviti a crudo, inframezzati dalle scene di un docufilm girato anni fa in paese, dal lamento della chitarra e dal canto di Damiana Senette. Lui e i dodici amici del gruppo teatrale stanno facendo le prove due volte la settimana. La prima ovviamente a Dorgali, il 14 giugno, teatro comunale. E c'è da scommettere che, se la recitazione è la miglior psicoterapia per l'ex ostaggio, lo spettacolo non sarà una passeggiata per i suoi compaesani.
«BUTTATO AI MAIALI» Circondato dalle foto degli avi, nell'ala antica della sua casa in centro, Michelangelo Mundula racconta. «Recito in prima persona, ma l'uomo sul palco non ha il mio nome. Si chiama M., solo un'iniziale. M. come molti, come tutti e chiunque. Perché un sequestro coinvolge tante, tante persone. E crea mille dinamiche. C'è l'ostaggio, ci sono i banditi, e la famiglia che si confronta con gli inquirenti e pure col paese». Il paese col carico di solidarietà sincera, ma anche di maldicenza, cattiveria, cinismo. Racconta di quella vecchia che, giorni dopo il sequestro, andò a far visita a Rossana, da soli tre mesi fidanzata col figlio del farmacista. «“Tirati su”, le disse, “che magari l'hanno già ucciso e gettato ai maiali”».
MEDAGLIE A VUOTO Uno spettacolo che non sarà acqua fresca neanche per gli inquirenti. «Ho scritto “Il sequestro è un commercio. Tutti possono guadagnare soldi e medaglie, e non sono solo i banditi”. Non voglio generalizzare, ma in quegli anni abbiamo visto troppi investigatori che si preoccupavano solo della loro carriera. Non hanno trovato i colpevoli, eppure si sono appuntati le medaglie al petto». Nessuno è mai stato condannato per il sequestro di Michelangelo Mundula. Per anni, il farmacista di Dorgali ha seguito le indagini da vicino; ha studiato i verbali, ha letto relazioni, ha parlato e soprattutto litigato con gli investigatori. «Più volte sembrava si fosse arrivati a qualcosa di concreto, e invece mai nessuno è stato preso».
«ALTA LA GUARDIA» Anni fa, il farmacista di Dorgali ha fondato l'Associazione ex Sequestrati assieme all'amico Gianni Murgia (l'imprenditore di Dolianova rapito nell'ottobre del 1990) e ad altre otto persone. Sodalizio con una ragione sociale. «Vogliamo che non si abbassi la guardia. Il sequestro non è un reato estinto. Forse le condizioni non sono più quelle di un tempo, ed è vero che la droga rende molto di più. Ma il passato può tornare, è bene non dimenticarlo mai». Per questo cura un sito internet (assosequestrati.it), non aggiornatissimo ma comunque efficace. E non ha mai rifiutato un invito a parlare coi ragazzi, nelle scuole. «Non voglio stare zitto, ecco tutto. È per questo che ho pensato al teatro. Non esiste niente di più forte, e incisivo, per far passare un messaggio».
IL PATTO Racconta di aver scritto il testo in soli due giorni. Ogni secondo della sua prigionia, dal momento in cui - era la mezzanotte di Ferragosto del 1988 - dai finestrini aperti della sua Y10 parcheggiata a Fuili, Cala Gonone, vide spuntare due canne di fucile. Nell'auto con lui c'era Rossana Sinatra, che oggi è sua moglie. Pochi minuti dopo, era imbavagliato e legato su una vettura che correva verso il Cedrino. «Non smettevo di parlare, tanto che uno dei banditi mi diede un colpo in testa col calcio del fucile. “Avete sbagliato, io non sono ricco”, ripetevo». La marcia verso il primo nascondiglio, nelle campagne di Orune. I momenti di sconforto e quelli della speranza. «Il primo giorno feci un patto coi miei carcerieri: non vi rompo le scatole, ma pretendo rispetto».
