di Sandro Mantega
PORTOSCUSO La collina che racchiude il bacino dei fanghi rossi è come un'orrenda barriera innalzata in riva al mare: oscura il panorama impedendo alla vista di spaziare sul mare del Canale di San Pietro, Calasetta, e giù fino all'isola di Carloforte. Non è l'unica collina tossica. Poco più avanti c'è un altro gigantesco tumulo di rifiuti industriali al piombo e cobalto. Questo è stato rivestito e appare di un grigio spettrale. Assicurano che sia innocuo, ma lì sotto ci sono milioni di metri cubi di scorie al veleno.
LA DENUNCIA Attorno impianti industriali. Pochi sbuffi di vapore in mezzo a una selva di ciminiere spente, impianti fermi, cancelli sbarrati sormontati da selve di bandiere sindacali, tralicci che stanno gradualmente assumendo il colore della ruggine. Cumuli di veleni e industrie (che li hanno generati) in agonia. «Un disastro ambientale, siamo arrivati all'irreparabile», denuncia senza tentennamenti Angelo Cremone, consigliere comunale e provinciale, una sorta di grillo parlante instancabile nel denunciare sconci e abusi. Portoscuso paga lo scotto di quaranta anni di industrializzazione selvaggia iniziata con le Partecipazioni statali e portata avanti dalle multinazionali. Il paradosso, però, è che nel domani di questa comunità che ha sacrificato sull'altare della tuta blu turismo, pesca e agricoltura, continuano a esserci le industre.
“IL RICATTO” «Non abbiamo alternative - spiega Ignazio Atzori, vicesindaco e assessore all'Ambiente - quelle montagne di scorie industriali sono inamovibili, troppo grandi per pensare di trasferirle da un'altra parte, ma il vero problema è che manca il lavoro. Abbiamo sacrificato il nostro territorio in cambio del lavoro, non vorremmo che ci rimanessero le discariche e non avessimo più neppure quello».
IL FUTURO Cremone-grillo parlante condivide: «L'industria non può sparire con un colpo di spugna, sparirebbe il sostentamento di intere famiglie che per anni hanno vissuto grazie a quell'apparato produttivo». La soluzione obbligata corre su un doppio binario: risanamento con la bonifica radicale dei veleni e riapertura delle fabbriche chiuse, Alcoa e Eurallumina per incominciare. Ovviamente su nuove basi, con nuove garanzie, controlli più stringenti, ma inevitabilmente ancora scorie, rifiuti tossici, annessi e connessi.
I RITARDI Per ora la riapertura delle fabbriche ferme è soltanto una promessa, e quanto alla bonifica procede stancamente. «Il Ministero dell'Ambiente sta finanziando i primi interventi anticipando il denaro che dovrebbero risarcire le industrie responsabili dell'inquinamento - spiega l'assessore Atzori - una ragione di più per evitare che le multinazionali si disimpegnino volatilizzandosi senza sborsare un solo euro». Insomma, ancora industrie, per forza. Un ricatto? No, una condanna.
LA POPOLAZIONE La gente di Portoscuso più che indignata sembra rassegnata. Si è ormai abituata a fare i conti ogni giorno con il respiro pesante degli stabilimenti ancora in marcia, quello di piombo e zinco della Portovesme srl e la Supercentrale a carbone (d'importazione) dell'Enel. Nel porticciolo turistico sono alle prese con una strana pioggia di polvere rossastra che macchia indelebilmente la vernice delle barche, oscura l'attrezzatura in acciaio e, mistero, non si sa da dove arrivi. Giulio Barchi e Giuseppe Castelli sono due diportisti, che periodicamente subiscono le conseguenze di queste strane piogge, hanno incaricato un avvocato per chiedere il risarcimento dei danni. «Non c'è ancora un colpevole, non si sa a chi chiedere il risarcimento». Inutile sperare in qualche delucidazione da parte dell'Arpas. «Hanno prelevato campioni, scattato fotografie, raccolto testimonianze, ma non sono arrivati da nessuna parte - racconta Giulio Barchi - e posso capire che una macchia sullo scafo di una barca non sia una cosa così grave, il fatto è che quella polvere la respira la gente, si deposita sulle case, sulle strade, sui parchi dove giocano i bambini».
IL CASSINTEGRATO Davanti al bar “Il solito posto” Antonello, 43 anni, cassintegrato Eurallumina è ironico: «Quale inquinamento?». Vive con moglie e figli in una palazzina popolare a bocca di fabbrica e racconta di quelle fumate nere che la notte e soltanto di notte «perché non si vedono e non si possono fotografare», sbuffano dagli impianti industriali. Però, anche lui è fatalista: «Non è che l'inquinamento sia accettabile, ma sei costretto ad accettarlo quando hai bisogno di dare da mangiare alla famiglia». Si accetta e si sta in silenzio. Francesco, 28 anni, ha provato a postare su Facebook le sue denunce sullo scempio ambientale, gliele hanno sbattute in faccia al colloquio per l'assunzione: «Mi hanno scartato nonostante avessi una qualifica interessante». Il ricatto continua.
