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L'unione sarda. Fanghi rossi da riciclare?

Utilizzando l'acqua di mare si otterrebbe il “bauxol”, come già si fa in Australia

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di Sandro Mantega
PORTOSCUSO Collina dei veleni o risorsa da sfruttare? È il dubbio che aleggia da qualche tempo sui fanghi rossi di Portovesme. Se ne discute da quando è stata prospettata la possibilità di riciclare i residui della lavorazione della bauxite che l'Eurallumina ha accumulato per quasi trent'anni, in una enorme collina cresciuta sulla costa di Portoscuso. Un'idea che viene rilanciata oggi, nella prospettiva non solo di neutralizzare quell'autentica bomba ecologica con vista sull'arcipelago del Sulcis, ma di evitare che la situazione, anziché migliorare, si aggravi.
LAVORO E VELENI La collina dei veleni, infatti, è destinata a crescere se si vogliono salvare i 400 posti di lavoro dei dipendenti della fabbrica della Rusal parcheggiati da quattro anni in cassa. L'equazione lavoro uguale inquinamento è entrata, ormai, nella logica di un territorio che sulle miniere prima (a loro volta con uno strascico di veleni) e sulle industrie dopo, ha basato il proprio modello di sviluppo.
LA RASSEGNAZIONE Così a Portoscuso sono già pronti a veder lievitare quella bomba ecologica che racchiude nel suo ventre venti milioni di metri cubi di fanghi rossi. Al confronto sono una bazzecola le 800 mila tonnellate di fanghi che, rotti gli argini del bacino, hanno provocato un mezzo disastro ecologico a Devecser, in Ungheria. Però nel polo industriale di Portovesme l'Eurallumina, capitale russo, sta scaldando i motori. Bisogna prepararsi, quando riavvierà gli impianti la collina dei fanghi rossi riprenderà a crescere al ritmo vorticoso di mille tonnellate all'anno.
IL RICATTO È inevitabile? Non c'è una via d'uscita al ricatto che impone di barattare l'integrità del territorio per una manciata di posti di lavoro? Ebbene, un'alternativa ci sarebbe: bisognerebbe riciclare i fanghi rossi invece che continuare ad ammucchiarli nella collina dei veleni. «È quello che chiediamo all'Eurallumina», sostiene Angelo Cremone il consigliere comunale impegnato in una strenua battaglia per preservare l'ambiente.
LA SPERANZA Che quella fanghiglia da sciagura ecologica possa trasformarsi in una risorsa lo sostengono in molti. Marco Manca, un giovane geologo è tra questi: «Quella polvere - sostiene - è ricca di minerali come titanio, ferro, soda, anche alluminio che potrebbe essere recuperato una volta estratto il ferro. Senza considerare che i fanghi possono essere utilizzati per produrre cemento solfo-alluminoso, un materiale ad alto valore aggiunto utilizzato soprattutto per le strutture in riva al mare».
Questo è u progetto, ma c'è chi il riciclo dei fanghi rossi lo ha già collaudato. Sono gli australiani che di bauxite se ne intendono. Una quindicina di anni fa la Virotel International di Sidney ha messo a punto un processo che, utilizzando l'acqua del mare, neutralizza i fanghi rossi trasformandoli in “bauxol”, un prodotto da utilizzare come “ammendante” su suolo di miniere e sedimenti contaminati di metalli pesanti. Un prodotto in grado di assorbire e vetrificare metalli come piombo, mercurio, cadmio, con il risultato di bonificare e disinquinare le miriadi di siti e discariche minerarie delle quali è disseminata l'Isola.
L'INNOVAZIONE Gli australiani erano sbarcati in Sardegna progettando di realizzare a Portovesme uno stabilimento per tutto il Mediterraneo e, per dimostrare la bontà della loro iniziativa, avevano realizzato anche un piccolo impianto pilota. Cosa è successo? «Il piano è andato avanti per anni tra ministeri e assessorati - racconta Vittorio Bellò, un ingegnere entrato in società con la Virotel - fino a quando la Regione ci ha chiesto che, per realizzare l'impianto, dovevamo accollarci una parte degli oneri ben bonificare la falda inquinata dagli altri». Risultato? Gli australiani hanno mollato, Vittorio Bellò ha fondato la Virotec Italia, ha acquistato il progetto e sta cercando di andare avanti.
IL SINDACALISTA Viene da chiedersi perché, se i progetti e le società interessate a realizzarsi ci sono perché non decollano. Mario Crò, segretario generale della Uil ha una sua teoria: «La colpa è nell'indifferenza della classe politica, assolutamente inadeguata per assecondare i cambiamenti e le innovazioni». Angelo Cremone offre una diversa chiave di lettura: «Abbiamo il sospetto che quel bacino sia diventato intoccabile, perché chiunque abbia cercato di metterci le mani ha trovato davanti a sé un muro». Per la verità attorno al riciclo dei fanghi rossi c'è anche una certa dose di scetticismo. Ignazio Atzori, vicesindaco e assessore all'Ambiente di Portoscuso, infatti, non vede di buon occhio «studi e ricerche che hanno l'unico effetto di allungare i tempi e rinviare gli interventi di bonifica».

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