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L'unione sarda. «Abbiamo pensato a uno scherzo, era tutto drammaticamente vero»

Il capofamiglia ricorda i 30 minuti d'incubo in mano ai malviventi

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dal nostro inviato
SARROCH «Ora è finita». Sospira, Renè Cristian Bonomo, solleva le spalle come volesse convincersi che il peggio è davvero passato e che ora i brutti pensieri, la storia terribile vissuta dalla sua famiglia poche ore prima, sia ormai lontana, rinchiusa in un cantuccio della memoria. Sa che non è così. Non può esserlo. La tempia, dove la mazza da baseball dei banditi si è abbattuta con forza, fa ancora male. Ma fa male, molto di più, l'essersi sentito braccato. L'essersi sentito impotente davanti alle armi spianate e a tanta violenza, incapace di difendere la sua famiglia, di poter fare poco se quei balordi avessero deciso di andare oltre. «Mi hanno urlato di portarli alla cassaforte, a qualcosa che io però non avevo. Non ho. “Se non lo fai tagliamo un dito di vostro figlio”, così ha minacciato uno dei rapinatori rivolgendosi a me e mia moglie», racconta l'imprenditore mentre ieri pomeriggio è tornato in caserma, a Sarroch, per raccontare ancora una volta quella agghiacciante mezz'ora di prigionia e violenza, mentre lui, sua moglie e i suoi ragazzi erano ostaggio di banditi armati di tutto punto e decisi a tutto pur di mettere le mani sui soldi.
Sorride appena, lo fa col garbo di chi s'accorge che anche un attimo di allegria per tentare di sdrammatizzare non riesce a descrivere quei momenti. «Mia moglie ed io, ce lo siamo detti quando tutto era fortunatamente finito, abbiamo pensato che i banditi altro non fossero che i nostri figli bardati di tutto punto per recitare il ruolo di rapinatori. Uno scherzo? Macché, era invece tutto maledettamente vero». René Cristian Bonomo decide di concedersi per un attimo ai cronisti. Lo fa mentre sua moglie s'infila veloce in caserma, in quella stessa stazione dell'Arma dove diciotto ore prima aveva bussato per chiedere aiuto, per denunciare la rapina.
È stata una lunga notte, quella dei Bonomo. Un'interminabile notte per i ragazzi e per quest'imprenditore nato in Tunisia 57 anni fa e diventato titolare di un'azienda specializzata nel settore dei florovivaismo che garantisce la manutenzione del verde e dei giardini al Forte Village, al Chia Laguna Resort, a Sarroch e Cagliari e che garantisce una ventina di buste paga.
«È una grande lavoratore, lo conosco bene, Renato. Ma che è successo, me l'hanno appena raccontato in paese». Sono le quattro del pomeriggio quando Francesco Mallus tira il freno a mano della sua Ape azzurra davanti al cancello elettrico della Villa di Bonomo. «No, non sono un suo dipendente, ma anche io faccio qualche lavoretto in campagna e nei giardini. Innesti di piante, più che altro. Ma ita mundu est custu, a bellu puntu seus arribaus . È una brava persona Renato, questa è gente che sapeva dove andare, chi si rischierebbe di entrare in una casa sconosciuta...».
I genitori di Renè Bonomo vivono a Villa San Pietro. «Non mi ha raccontato nulla, mio figlio, forse non voleva spaventarmi. So quello che hanno detto alla televisione». L'anziana madre, raggiunta al telefono, non ha molto altro da raccontare.
A. Pi.

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