Parola d'ordine: evitare il Porceddum , un sistema elettorale tutto sardo ma con lo stesso grande difetto di quello nazionale, cioè l'incertezza sulle maggioranze. Se il Consiglio regionale non cambia le regole del voto, nel 2014 la Sardegna potrebbe avere un presidente senza i numeri per governare. Per questo diventa urgente superare lo stallo sulla riforma elettorale, che giovedì ritorna in aula.
IL NODO Il pericolo deriva, almeno secondo alcune interpretazioni, dalla modifica dello Statuto speciale sardo che ha portato da 80 a 60 i seggi del Consiglio. La norma, di rango costituzionale, dice che quel numero non può aumentare neppure per via della legge elettorale. Cosa invece possibile in passato, anzi già accaduta nel 2004, quando i consiglieri arrivarono a 85 per effetto del modo di distribuzione dei seggi previsto dalla legge nazionale: in certi casi, per assicurare una maggioranza a chi vince, non trova di meglio che elevare il numero dei consiglieri.
Se questo sistema non è più valido e non se ne crea uno alternativo, a seconda del risultato elettorale si potrebbe ricadere nel famigerato caso dell'anatra zoppa, cioè un governatore senza maggioranza chiara in aula. E insomma, tra anatre e Porceddum, l'esito sarebbe l'ingovernabilità.
IL TESTO L'allarme è stato lanciato, nei mesi scorsi, dalla presidente del Consiglio regionale Claudia Lombardo, e poi anche dal deputato del Pd Francesco Sanna (relatore della legge costituzionale che ha cambiato lo Statuto) e dal sardista Paolo Maninchedda, presidente della commissione consiliare Autonomia da cui uscì la proposta di legge che dopodomani riprende il cammino.
In realtà la proposta Maninchedda era ben più articolata, con norme sui rapporti Giunta-Consiglio, ineleggibilità, conflitti di interessi: stralciate però dal Consiglio durante la discussione generale sulla legge.
Alla vigilia della ripresa del dibattito, i partiti concordano sull'eliminazione del listino regionale degli eletti senza preferenze, e sugli otto collegi territoriali (con gli stessi confini di prima, anche quando spariranno le nuove Province). Lo sbarramento, per le coalizioni, dovrebbe essere al 4%. Si discute invece sull'entità del premio di maggioranza.
IN CONSIGLIO I piccoli partiti lanciano però l'allarme sui criteri per distribuire i seggi: «Pd e Pdl ritirino l'emendamento che modifica il proporzionale con un meccanismo che sottrae consiglieri ai piccoli a favore dei partiti grandi», dicono i consiglieri del gruppo misto Adriano Salis, Giannetto Mariani, Radhouan Ben Amara e Giuseppe Stocchino. Il bersaglio è il metodo D'Hondt, meno generoso con le sigle minori rispetto a quello dei quozienti.
«Non ci saranno barricate su questo», prevede però il capogruppo Pd Giampaolo Diana, che ieri ha presieduto un vertice del centrosinistra sulla riforma elettorale: «Ci sono i presupposti per votare in fretta una legge ampiamente condivisa, allontanando i rischi di anatra zoppa». Diana conferma che il centrosinistra, come proposto anche da Salis e colleghi, sosterrà la doppia preferenza di genere.
«Non approveremo una norma a colpi di maggioranza, cercheremo condivisione», assicura il capogruppo Pdl Pietro Pittalis, «nell'interesse generale e non di singole forze. Bisogna dare stabilità a chi governa, rappresentare i territori, garantire la parità uomo-donna». Su quest'ultimo punto «c'è chi è a favore della preferenza di genere, e chi teme il ritorno di strane cordate di vecchia memoria. Auspico un dibattito in aula alla luce del sole, senza voti segreti».
Giuseppe Meloni
