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La nuova sardegna. Landini: «La crisi usata come un ariete contro i lavoratori»

l segretario Fiom-Cgil all’assemblea dei delegati del Sulcis sollecita i politici perché si ritorni a parlare di investimenti

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di Umberto Aime

CAGLIARI Il suo primo concetto vale quanto la «Tavola», quella dei comandamenti. «Nessun posto di lavoro va mai lasciato a terra». Chiaro, per tutti? Il segretario nazionale della Fiom-Cgil è più «duro e puro» dei suoi operai, i metalmeccanici. Volto da bravo ragazzo cresciuto in fretta, a sedici anni addio triste agli studi e subito in fabbrica, Maurizio Landini quei panni (anzi, la tuta) blu li veste a meraviglia. Senza mai perdere la calma, è capace di qualunque testa a testa, per conferme rivolgersi a Sergio Marchionne, Mario Monti, Elsa Fornero o anche Susanna Camusso, il leader maximo della Cgil. Fa paura, Landini? No, perché pensa e parla chiaro. «Il lavoro va rimesso subito al centro della discussione politica ed economica. Senza scorciatoie ne subire ricatti », ha esordito così all’assemblea regionale dei delegati Fiom-Sardegna, ieri a Cagliari, prima di una missione serale voluta e pretesa nel Sulcis: «Da quando sono stato eletto segretario, due anni fa, non ci sono mai stato. Oggi ho sentito il dovere di farlo» Perché è convinto che solo «se si sta in mezzo alla gente, si conoscono i problemi reali e credo che questo sia proprio uno dei peggiori difetti del governo Berlusconi, ma lo è anche di Monti nelle politiche sul lavoro». Così chi era in sale ha creduto ancor di più in lui, nelle sue parole che non sono mai slogan, nella voce che sa far salire di tono al momento giusto. Come quando la prima domanda è sull’Alcoa, la fabbrica è morta: caso chiuso, purtroppo? «Non credo proprio. La prossima settimana due ministri saranno nel Sulcis e da lì bisogna ripartire». Ma senza un compratore è tutto più difficile, o forse impossibile. «Tutt’altro. Basta che i soggetti coinvolti, a cominciare dal governo e dalla Regione, facciano finalmente la loro parte, con progetti necessari e urgenti. Servono nuove idee». Che finora non ci sono state: è così? «Nel Sulcis, come in gran parte d’Italia, soprattutto nel Sud, servono immediati piani d’investimento, non solo privati ma anche pubblici. E mi pare invece che d’investimenti si parli davvero troppo poco. Direi nulla». La Sardegna. come l’Italia, sembra un paese bloccato, impaurito. «Lo è se chi governa continua a tagliare la spesa sociale. Non è questa la strada. Basta con lo strapotere della finanza. È la politica che deve riprendere a parlare d’investimenti e se non lo fa, siamo tutti in una situazione ad alto rischio e non possiamo permettercelo. Tanto meno adesso». Anche gli operai hanno sbagliato qualcosa. «No, hanno difeso con forza e decisione il loro posto di lavoro ed è questo che deve fare un lavoratore. Sempre». Un futuro ci deve pur essere. «Certo, ma è indispensabile che ci sia per tutto il sistema industriale italiano. Il caso Sardegna, che come tutto il Sud ha pagato un prezzo doppio, va inserito all’interno di questo contesto di rilancio nazionale». Serve una scossa: la daranno i metalmeccanici? «Senza un intervento straordinario da parte dello Stato da questa crisi non si esce. Per questo, è indispensabile un piano complessivo, per salvare non solo quello che c’è, ma capace anche di porsi il problema d’ interventi immediati sul territorio. Penso, ad esempio, alle infrastrutture». Altro problema dimenticato, nell’isola il buco nero è un abisso. «Per anni anche di questo si è parlato troppo poco, ora tutti i nodi sono venuti al pettine. Anche in Sardegna C’è molto. moltissimo tempo da recuperare. In passato non è stato fatto tutto quello che doveva essere fatto e oggi paghiamo le conseguenze più pesanti». Ma i soldi dove li prende, il governo? «Prima di tutto dai fondi europei, siamo il paese che ne spende meno. Poi da una patrimoniale seria e da una severissima lotta all’evasione fiscale. È questo che la gente vuole vedere e se lo vedrà potrebbe ritornare a credere nella politica seria». Ora però c’è la crisi. «Che oggi è usata come un ariete per attacchi continui ai diritti dei lavoratori. Questo fenomeno non ha precedenti e rischia di farci retrocedere tutti nel buio. Noi continuiamo a dire: va messo un argine. Non ci possono più essere queste degenerazioni» La Fiat insegna e domina. «Quello che accade in quella fabbrica, non è un caso isolato. Dovunque succeda è e sarà inaccettabile. La pretesa che i lavoratori rinuncino alla dignità in cambio di uno stipendio, va respinta e noi lo abbiamo fatto». C’è il rischio di un effetto a cascata. «C’è, eccome, ma non è più tollerabile».

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