di Massimo Crivelli
È andato dal Papa a farsi benedire ma la grazia tarderà ad arrivare. Perché è vero che «le vie del Signore sono infinite», come dice Massimo Cellino in un soprassalto di misticismo, ma le strade sono anche lastricate di peccati. E qualcuno deve averne per forza compiuti se le fiamme dell'inferno lambiscono ancora Is Arenas, lo stadio maledetto. Il presidente rossoblù giura la sua innocenza. «Non esiste una verità processuale, esiste solo una verità. L'ho capito in quei giorni a Buoncammino. La gente pensa che io sia un arrogante, uno spaccone. E invece ho avuto paura, il terrore di non riuscire ad essere dignitoso come quelle persone meravigliose che ho conosciuto dietro le sbarre. La prigione è quella che hai dentro te stesso, i demoni che devi combattere ogni giorno. Sì, ho temuto di diventare un vigliacco, come tanta gente che mi ha voltato le spalle per convenienza o perché se l'è fatta sotto».
Presidente, quattro mesi dopo l'arresto è riuscito a farsi una ragione di ciò che è successo?
«No. Ci ho pensato sino allo sfinimento ma non credo ai complotti. Credo che, come capita spesso, per piccole invidie e rancori personali si sia messo in moto un ingranaggio perverso, sfuggito di mano a persone che mi odiano e non hanno nemmeno il coraggio di dirmelo in faccia. Ma sia ben chiaro, ho il massimo rispetto per i Pm».
Ha mai pensato che qualcuno volesse sfilarle il Cagliari?
«In Sardegna non c'è nessuno che può comprarlo e io non mi arrenderò mai».
C'è una parte dell'opinione pubblica che pensa sia tutta colpa sua. Che se non avesse sfidato questore e prefetto prima della partita con la Roma, il Cagliari avrebbe giocato tranquillamente il campionato a Quartu.
«Fesserie. In vita mia ho avuto a che fare con decine di questori, prefetti, sindaci e non ho mai mancato di rispetto a nessuno. Ma la burocrazia ha bisogno di alimentarsi di continuo, diventa un mostro. Soltanto in cella ho compreso che c'era gente che mi aveva fregato soldi. Is Arenas? Dopo un anno ancora non ho capito quali sono i cancelli miei e quali del Comune».
Insomma, è mai possibile che lei non abbia sbagliato niente?
«Ho sbagliato tante cose, continuo a sbagliare ogni giorno, ma non in questa storia. Io voglio dare una casa al Cagliari e ci riuscirò. Non scappo in America. Sono nato qui, morirò qui».
Lei dice di non voler chinare la testa ma intanto il Cagliari rischia di dover giocare a Brescia.
«Ho dovuto chiedere la pre-iscrizione a Brescia perché i tempi sono strettissimi e il Comune di Quartu mi ha negato la licenza d'uso provvisoria dello stadio. Ma mi batterò con tutte le forze per tenere il Cagliari in Sardegna, prima a Is Arenas e un domani al Sant'Elia».
Sant'Elia? Con lo stadio in quelle condizioni?
«Senta, ho messo su Is Arenas in 60 giorni, tutto è possibile. Ma bisogna spersonalizzare la vicenda, perché il Cagliari non è di Cellino e tanto meno di Zedda...».
Lei ha detto al collega Ivan Zazzaroni che si è sentito tradito dalla Sardegna.
«Non dalla Sardegna, che amo alla follia, ma dalle istituzioni sarde. I politici? Hanno avuto paura. Perché con gli arresti è passato questo messaggio: se capita a Cellino, può succedere anche ad altri che magari hanno anche scheletri negli armadi. Comunque, non mi importa nulla della politica. Rispetto Mauro Pili che è stato solidale, non aveva motivi di convenienza nel venirmi a trovare in cella, era già capolista. Ma il mio voto l'ho dato a Bustianu Cumpostu. L'Italia è allo sbando, ci stiamo vendendo anche l'anima per non pagare l'Imu».
Presidente, quando è uscito dal carcere e ha ritrovato la libertà è scomparso dalla circolazione. Dicevano in giro che lei si vergognava.
«Era vero. Mi vergognavo e ancora mi vergogno. Ma non per quella frase sulle mie “spiccate attitudini delinquenziali”, non sono uno stinco di santo. Ma perché il carcere è comunque un'umiliazione, un'esperienza difficile da spiegare. Sì, per un po' di tempo ho avuto vergogna anche di tornare dai miei familiari».
Parliamo del Cagliari. Radio mercato impazza, i giocatori rossoblù sono molto richiesti.
«Ma io non venderò nessuno, forse solo Agazzi».
E tutte quelle richieste per Astori e Nainggolan?
«Senta, le spiego una cosa. Se io cedo Nainggolan ci tiro fuori 15 milioni ma metto a rischio la permanenza in serie A, che fra una cosa e l'altra, ne vale 45. Mi conviene?».
E quindi che piani ha?
«Questa è una squadra che vale almeno 50 punti. Voglio rinforzarla, ieri ho acquistato un forte difensore greco, altri giocatori arriveranno. Se ci lasciano giocare in Sardegna possiamo competere per l'Europa League. Noi non siamo come altri club che una volta raggiunto il traguardo poi si pentono e vogliono essere eliminati subito. Se andassimo in Europa League, giocheremmo per arrivare in finale. Siamo la squadra della Sardegna, verrebbero a vederci anche da Sassari».
Perché è circolata la voce che Lopez era a rischio?
«Nessuno deve sentirsi arrivato. Normale strategia aziendale. Se non c'è competizione, uno si sezziri. Io ho fatto la galera e qualcuno si rilassa? Non esiste».
A proposito di galera, ancora non mi ha detto perché ci è finito.
«Perché l'ha voluto Dio».
Come sarebbe?
«C'è sempre un motivo. Il 14 febbario, quando mi hanno arrestato, la squadra aveva solo 16 punti e un piede in B. Con me in cella la squadra si è esaltata e ha giocato alla grande».
Non pensa che il Signore abbia qualcosa di più importante da fare?
«Guardi, io sono ricco, un privilegiato. È in carcere che incontri Dio e capisci il nulla che siamo. L'unica cosa bella che io posso fare è regalare emozioni a tanta gente povera. Ho visto fare l'abbonamento a padri di famiglia che hanno problemi a comprarsi le scarpe. Quand'ero a Buoncammino, durante le partite, passavo il tempo a pregare. Quando il Cagliari segnava venivano giù i muri, era tutto uno sbattere di pentole. Ho giurato a me stesso che devo ripagare questi tifosi, fosse l'ultima cosa che faccio».
Mi avevano descritto un Cellino depresso. Ho visto un uomo pieno di contraddizioni ma in forma e deciso a combattere. In un'ora e mezzo di intervista ha fumato una sola sigaretta. Chi crede che getterà la spugna si sbaglia di grosso.
