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L'unione sarda. Farouk e il riscatto in droga

IL RETROSCENA. L'ex ergastolano orgolese 21 anni fa era già in contatto coi calabresi

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Graziano Mesina e la droga. Una sorpresa per molti ma non per tutti. Non per chi ha assistito al processo per il sequestro di Farouk Kassam. «Mesina propose di pagare il riscatto in droga», testimoniò un amico del padre del rapito davanti al tribunale di Tempio. Era il 22 novembre 1994.
La notizia non ebbe l'attenzione che avrebbe meritato. Durante il sequestro del bambino strappato ai genitori nella sua casa di Porto Cervo il 15 gennaio 1992 e liberato il 10 luglio successivo, l'ex latitante (condannato all'ergastolo per cumulo di pene legate a un tentato omicidio, un omicidio, rapine, sequestri di persona, armi, evasione e altro) era in libertà vigilata. Viveva in Piemonte, nella provincia di Asti. La Sardegna trepidava per la sorte del piccolo ostaggio. Il giorno di Pasqua la madre parlò in chiesa a Orgosolo. Tra i banchi c'era pure Mesina: su richiesta del Capo dello Stato Francesco Cossiga aveva appena accettato di fare da mediatore. Ma non tutto filò liscio. Anzi.
IL RISCATTO Gianmario Orecchioni, un amico stretto di Fateh Kassam, raccontò che cosa successe nel corso del processo a Ciriaco Baldassarre Marras e Mario Asproni, di Lula, i complici di Matteo Boe: «Sono stato incaricato dalla famiglia, subito dopo Pasqua, di raggiungere il vescovo di Nuoro per valutare l'offerta di Graziano Mesina volta alla trattativa per il rilascio del bambino. Seppi che era stato don Luigino Monni a inviare il messaggio a monsignor Giovanni Melis. La cosa era fattibile. Tornai a Porto Cervo e ripartii con la madre di Farouk, Marion Bleriot. La sera stessa avvenne l'incontro con Mesina. Concordammo anche le modalità dei contatti. Cioè, l'ergastolano avrebbe chiamato me al telefonino che mi aveva messo a disposizione Fateh, per incontrarci io dovevo richiamare don Luigino. Era lui che pensava al resto. Tra Fateh e Mesina ci sono stati quattro o cinque contatti diretti: ad Asti, a Galanoli, nella casa vescovile a Nuoro. Fateh era disponibile a trattare ma non per le cifre pazzesche di cui parlava Mesina. Prima dieci, poi 15 miliardi di lire, infine un pauroso ribasso: due miliardi e mezzo a rate. La famiglia al massimo poteva arrivare a 650 milioni».
LA DROGA La notizia sconcertante, però, era un'altra: «Mi ha sorpreso il fatto che Mesina fosse disposto a metter soldi anche lui. Mi disse che se noi fossimo riusciti a tirar fuori un miliardo e 800 milioni, un miliardo l'avrebbe aggiunto lui. Affermò che qualcuno gli doveva dei favori e che lui stava aspettando. Ha chiesto se potevamo procurare della droga. Mi confidò che un suo amico, in cambio di un grosso favore, gli avrebbe messo a disposizione una partita di droga. Perché non ne recuperate anche voi? , mi chiese».
Secondo i carabinieri 21 anni fa Mesina era già in contatto coi calabresi. Ma le cronache dell'epoca erano concentrate sul ruolo dell'ergastolano (mai chiarito) nelle trattativa per il rilascio del bambino e quella storia della droga passò in secondo piano. Eppure, il giorno prima di Orecchioni era stato lo stesso Fateh Kassam a parlarne. Stessa aula, stesso processo. «Il primo contatto è stato dopo l'appello di Pasqua nella chiesa di Orgosolo ma io mi sono rifiutato di incontrarlo finché non ci fosse stata la prova in vita». Che finalmente arrivò e iniziò la trattativa: «La prima volta che abbiamo sentito parlare di soldi è stato quando don Luigino Monni ci ha detto dei dieci miliardi. Prima è salito a 15 poi è sceso a sette, da pagare in due tranche per evitare la mutilazione del bambino». Venne recapitata una lettera di minacce: «L'ho fatta vedere a Mesina e gli ho portato i documenti sulla mia situazione patrimoniale. Mi ha detto che bisognava pagare assolutamente, di rivolgermi all'Aga Khan, a Berlusconi, alla Cnn». La trattativa piombò nell'orrore quando fu spedito un pacchetto con un pezzo di orecchio di Farouk. Fateh tornò da Mesina: «Hanno tagliato un pezzo di mio figlio ma stanotte a casa mia non sono piovuti soldi». Il riscatto scese a un miliardo: «Mesina si diceva disposto ad aggiungere 400 milioni. A un certo punto mi ha parlato di un accordo che prevedeva uno scambio di merce non specificata. Ho pensato si trattasse di droga».
CAPO CERASO Il ruolo di mediatore piaceva a Mesina, anche quando si trattava di terreni. Da San Teodoro a Capo Ceraso: le indagini sono in una fase delicata. Una cosa è certa: le microspie hanno registrato le trattative per la cessione di 500 ettari dal pastore Paolo Murgia alla Edilizia Alta Italia del gruppo Fininvest. Mesina, che avrebbe garantito la custodia dell'area, ha guadagnato una ricca provvigione.
M. Francesca Chiappe

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