Nel mare che bagna il Golfo di Cagliari si possono trovare, come fossero normali inquilini di un ecosistema vasto centinaia di chilometri quadrati, elementi che nulla hanno a che fare con quel mondo: vanadio, nichel, cadmio, cromo e piombo. Metalli pesanti e veleni identici per tipologia a quelli che lo scorso gennaio la conferenza dei servizi sulle bonifiche nel Sulcis Iglesiente aveva indicato presenti in quel territorio, su cui si trova il polo industriale di Portovesme, con valori ben superiori ai limiti di legge. Ma se in quest'ultimo caso i dati sono aggiornati al 2007, nell'altro risalgono agli ultimi mesi. Sono frutto degli studi di un team che coinvolge gli uomini della Capitaneria di porto e dell'Università con il docente Marco Schintu, professore associato di Igiene e tra i responsabili del Dipartimento di Sanità pubblica, autore di una consulenza specifica: una squadra di lavoro messa in piedi dal sostituto procuratore Emanuele Secci che da oltre un anno indaga sulla possibile presenza, nella costa tra Sarroch e Capoterra, di sostanze inquinanti legate principalmente alla lavorazione del petrolio. Un'inchiesta aperta dopo la diffusione del film “Oil” di Massimiliano Mazzotta (il documentario, contestato dalla famiglia Moratti, ruota attorno alla raffineria Saras) e in seguito ad alcune segnalazioni della Capitaneria. Al momento si procede contro ignoti per violazione delle autorizzazioni ambientali. Ma non è detto che in futuro non si possa contestare il disastro ambientale.
CHI INQUINA? I controlli procedono su tre livelli. Il primo, quello sulle acque, è terminato. Gli altri due, le verifiche nell'aria e in terra, sono appena cominciati. La “task force” è all'opera in questi giorni negli stabilimenti che lavorano prodotti petrolchimici, e non solo, tra Sarroch e Macchiareddu. L'obiettivo è verificare quali siano le condizioni dell'ambiente e capire da dove arrivino gli agenti inquinanti. Dalle grandi industrie? Dalle navi che passano giornalmente su quel tratto di mare versandovi il contenuto delle cisterne? Domande cui sarà difficile dare risposta in tempi brevi vista la delicatezza degli accertamenti tecnici in corso.
L'AZIENDA Certo chi vive a ridosso delle grandi aziende ha già la sua opinione: basta ricordare la vicenda di Carlo Romanino, coltivatore di pomodori su un terreno di 10 mila metri quadrati a Sarroch, località Leonaxi, a breve distanza dalla Saras. La sua azienda a suo dire sarebbe morta per la presenza della raffineria: lo studio del geologo cagliaritano Manlio Aime, cui si era affidato, ha attestato la presenza di nichel, vanadio e piombo nel campo. «Abbiamo rifatto le analisi tre volte», ha spiegato l'agricoltore al sito “Sardinia Post” qualche mese fa, «perché dopo i primi test ci dicevano che la concentrazione di metalli pesanti era troppo elevata. Mai risultati non sono cambiati». E la produzione si è fermata.
LO STUDIO Poi è arrivata l'interrogazione parlamentare, primo firmatario il neosenatore del M5S Roberto Cotti, nella quale si chiedeva al competente ministro l'avvio immediato «delle necessarie indagini per accertare senza ombra di dubbio la sussistenza di un nesso causa-effetto sulla salute delle popolazioni e sulla contaminazione del territorio rispetto alla presenza del polo industriale di Sarroch». Si faceva riferimento alla pubblicazione, nella rivista di epidemiologia “Mutagenesis” dell'università di Oxford, di uno studio realizzato da otto ricercatori esperti nel ramo. Il gruppo internazionale, guidato dall'epidemiologo fiorentino Annibale Biggeri, aveva tenuto sotto controllo per un certo periodo di tempo 75 bambini e bambine tra i 6 e i 14 anni che vivono a Sarroch con altrettanti residenti a Burcei. Le conclusioni avevano attestato la presenza di benzene in concentrazioni più alte nei giardini delle scuole di Sarroch e una maggiore prevalenza di danni al dna tra i bimbi che frequentano quegli istituti.
LA PROCURA Il pm Emanuele Secci, già a conoscenza della ricerca, ha deciso di allegarla integralmente al fascicolo di indagine. Ora la priorità sono gli accertamenti tecnici mirati: sapere quali sono i dati di partenza sull'eventuale inquinamento pregresso del territorio per poi confrontarli con quelli epidemiologici sulle possibili recrudescenze di determinate malattie. Quindi: scoprire la fonte tossica, stabilire se sia all'origine della malattia e a quel punto risalire al periodo in cui sono state buttate nel terreno le sostanze velenose. L'accertamento epidemiologico è fondamentale: detto molto semplicemente, se una popolazione che non ha mai avuto problemi comincia a soffrirne da un certo periodo in poi, si deve valutare cosa è accaduto a partire da quel momento.
I PRELIEVI Così, ecco le ricerche: il team di lavoro ha prelevato lungo la costa cozze e altri organismi viventi che filtrano l'acqua ritenendo che dal loro studio sarebbe stato possibile cogliere le tracce d'inquinamento nell'area che va dal Casic alla raffineria di Sarroch, dove da decenni le industrie del polo industriale rilasciano in aria e in acqua, regolarmente autorizzate, fumi filtrati o sostanze depurate legate ai cicli di produzione. È emersa la presenza in mare di quegli elementi velenosi. Ora tocca alla terra e all'aria, tutelate da una normativa ancora più rigorosa sui limiti di emissione di agenti inquinanti. Solo alla fine dell'inchiesta sarà possibile capire se l'inquinamento sia legato a doppia mandata alla presenza delle industrie petrolchimiche.
Andrea Manunza
