La svolta dell'inchiesta sfociata due giorni fa nell'arresto della banda che progettava il sequestro dell'industriale caseario Alessandro Podda, figlio del patriarca Ferruccio, si è basata su tre pilastri: le intercettazioni telefoniche, la confessione del basista e le rivelazioni di uno dei due principali artefici di un rapimento fallito solo all'ultimo momento. Nel primo caso, i carabinieri che indagavano sull'omicidio di Gianluca Carta di Assemini (ucciso la notte tra il 17 e 18 giugno 2011) e sulla rapina all'istituto di suore di Sant'Andrea Frius (dicembre dello stesso anno) avevano ascoltato i colloqui tra Niveo e Gianfranco Batzella e scoperto che i due, indagati per quegli avvenimenti (oggi sono sotto processo per il delitto e sono stati già giudicati colpevoli per l'assalto armato), avevano anche quel progetto; poi, dopo la pubblicazione dell'articolo con cui l'Unione Sarda il 20 aprile del 2012 aveva svelato il piano, Efisio Mereu (dipendente del caseificio) era corso dai carabinieri spiegando di aver deciso di partecipare al rapimento per colpa della sua crisi economica; infine la fondamentale testimonianza di Gianfranco al pubblico ministero Rossana Allieri: il nipote di Niveo, assieme al quale aveva partecipato a fatti di sangue, furti e atti intimidatori, ha rivelato quanto sapeva su genesi e organizzazione del blitz mancato. Dichiarazioni decisive e che ora, sommate a quelle rese in passato sugli eventi che hanno visto protagonisti i due, lo rende di fatto un pentito.
PENTITO Una strada perseguita con forza dall'indagato e dal difensore Alessandro Melis e che, in caso di accoglimento, consentirebbe al 39enne di Elmas di usufruire di notevoli benefici carcerari. Lo status però ancora non gli è stato riconosciuto ufficialmente nonostante la condizione posta alla Procura lo scorso autunno fosse quella: rivelare ogni cosa per diventare collaboratore di giustizia. Una trafila da seguire non semplice e condizionata dai 180 giorni entro i quali, secondo legge, si deve raccontare tutto quanto è a propria conoscenza su determinati fatti. Gianfranco Batzella ha cominciato a parlare l'8 novembre e ha concluso il 2 maggio. Sarà un'apposita commissione a decidere cosa fare. Di certo gli innumerevoli faccia a faccia tra lui e il pm della Dda Rossana Allieri si sono rivelati una sorta di “tutto il sequestro minuto per minuto”.
IL PROGETTO L'idea nasce a cavallo tra il 2011 e il 2012. Efisio Mereu, 50 anni, da una vita dipendente nel caseificio dei Podda, è oberato di debiti: ha tre figli da mantenere e la casa è stata pignorata e messa all'asta già nel 2007. È proprio lui, davanti ai carabinieri il 23 febbraio 2012, a spiegare di aver conosciuto Niveo Batzella oltre trent'anni prima perché questi era stato sposato con una sua vicina di casa. «Ho riallacciato i rapporti con lui due o tre anni fa, quando aveva aperto un locale notturno ad Assemini». Lì gli viene presentato Gianfranco. «Era nata subito l'idea del sequestro Podda». Deve essere un rapimento lampo. Inizialmente si punta sulla moglie di Alessandro Podda, che si alza presto per dare da mangiare ai cani in azienda. Devono prelevarla i Batzella, vestiti da addetti di una delle imprese di disinfestazione che periodicamente entrano nell'azienda, ma le telecamere di sorveglianza in un'azienda vicina bloccano tutto. Si pensa allora a Ferruccio, ma anche in questo caso il progetto cade per le condizioni di salute e perché è in età avanzata. Del resto è lui ad avere l'immediata disponibilità del denaro. Lo assicura Mereu, che conosce le dinamiche dell'azienda «ed era sicuro che il patriarca non avrebbe avvisato le forze dell'ordine pagando subito il riscatto», spiega il gip nell'ordinanza di custodia cautelare. Un certezza dovuta a un episodio del passato: era scomparso un figlio dell'imprenditore (una disgrazia) il quale, temendo nelle prime ore un sequestro, aveva protestato coi familiari che avevano avvertito la polizia invece di consentirgli di risolvere la questione in poche ore col pagamento. Così alla fine si punta su Alessandro.
LE VERIFICHE I tre si incontrano e discutono dei dettagli quasi sempre in casa di Niveo o al bar Babilonia. Programmano il furto di un furgone indicando modelli, modalità e luoghi in cui effettuarlo (un Fiorino e un Daily, doveva occuparsene Gianfranco: al furto di una Multipla partecipa anche Enrico Lecca, ora sotto processo per l'omicidio Carta). Vanno sotto casa della vittima, a breve distanza da quella del padre, e restano appostati oltre un'ora controllando telecamere, percorsi, orario di passaggio dell'autobus, gli spostamenti mattutini della vittima e il possibile ingresso dal garage, chiuso da una sbarra, dove ci sono le sue auto. Pensano di mettere una fotocellula per bloccarla poi, non essendo sicuri del mezzo che avrebbe usato il giorno fatidico, optano per un prelevamento sulle scale di casa. A quel punto l'avrebbero caricato sul furgone e sarebbero scappati. Serve però un'altra persona, così Gianfranco contatta un amico il quale invece rifiuta spiegando di aver saputo da uno zio poliziotto che Niveo Batzella era controllato dalle forze dell'ordine. Viene chiamato un quarto uomo, si preparano le armi e si discute delle ampie possibilità economiche della famiglia. L'ipotesi è chiedere 3 milioni, ma dovendo retribuire il complice per il prelievo e anche un collega di Mereu che gli aveva dato preziose informazioni, si passa a 5. L'ostaggio sarebbe stato portato in un appartamento a Sestu e lì controllato da Gianfranco. Mereu avrebbe gestito le trattative col patriarca spiegando di essere stato spinto a collaborare dalle minacce dei banditi. Si sarebbe fatto chiamare dal sequestrato e avrebbe chiesto il riscatto che, una volta ottenuto, avrebbe abbandonato in un luogo prestabilito lungo la Pedemontana. Tutto sarebbe dovuto durare poche ore.
SALTA TUTTO Il sequestro è previsto per il 22 o 23 febbraio, poi la data viene anticipata al 20 per l'arrivo di Napolitano. Ma, rientrato dalle ferie, Mereu scopre che Podda si sposta scortato da polizia e carabinieri. I Bazella non riescono a contattarlo in prossimità del giorno decisivo, tanto che Gianfranco va sotto casa sua e vede esposto nel balcone il segnale convenzionale (una scopa verso l'alto e l'insegna del gommista accesa) convenuto in caso di eccessivi controlli. Il progetto salta definitivamente. Un anno e mezzo dopo, arrivano gli arresti.
Andrea Manunza
