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L'unione sarda. Tre episodi identici in meno di un mese: l'inferno delle carceri

A Macomer, Bancali e Lanusei

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L'ultimo episodio in Sardegna risale al 27 luglio a Macomer. Attorno all'una e mezza del mattino un giovane extracomunitario ha cercato di togliersi la vita nel carcere di Bonu Trau utilizzando un cappio ricavato dalle lenzuola in dotazione all'istituto di pena. L'intervento degli agenti ha evitato il peggio. Pochi giorni prima, il 23, nel penitenziario appena inaugurato a Bancali a Sassari aveva percorso la stessa strada un ragazzo rumeno: anche in quel caso era stato fondamentale l'intervento delle forze dell'ordine. Il 18 luglio era toccato a un cagliaritano 31enne detenuto a Lanusei, dove era stato trasferito poco prima in quanto leader di una rivolta avvenuta a Buoncammino: le cronache dei quotidiani avevano riportato la notizia spiegando che il ragazzo era stato «salvato in extremis dagli agenti della polizia penitenziaria».
Tre avvenimenti pressoché identici nel giro di due settimane, e chissà quanti altri non sono diventati di dominio pubblico. Indice della disperazione che investe gli ospiti di questi edifici, spesso piccoli e inadeguati e ben lontani dal consentire di raggiungere lo scopo finale di una condanna: punire il colpevole e procedere a una riabilitazione che gli consenta di reinserirsi adeguatamente nella società. Oggi il sistema non funziona o lo fa male: la gran parte dei detenuti una volta tornata in libertà ricomincia a delinquere. Non ha aspettative, non gli è stato insegnato nulla tra quelle quattro mura e non di rado all'esterno non ha un posto in cui dormire.
Il caso della casa penale di Is Arenas è abbastanza diverso (lì si lavora e il detenuto usufruisce della semi libertà), la situazione di istituti quali San Sebastiano a Sassari (chiuso da poco) e Buoncammino a Cagliari invece è da sempre esplosiva. Lo scorso maggio trecento detenuti nel capoluogo avevano denunciato «condizioni detentive disumane di sovraffollamento con l'insorgenza di malattie. Ci sono continui atti di autolesionismo e omicidi di Stato, chiamati suicidi, come tragica conseguenza. Siamo rinchiusi 21 ore al giorno senza far niente con carenze igienico sanitarie da far paura mentre la struttura cade a pezzi». E lo Stato? È assente. (an. m.)

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