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Quando studenti della scuola media scrivono poesie in lingua sarda

di Francesco Casula

| di Francesco Casula
| Categoria: Attualità
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F. Angelo Canu

Gli studenti di una prima Media di Florinas (SS) hanno partecipato con 13 belle poesie al Premio nazionale di Poesia “Città di Iglesias”, giunto alla Sedicesima edizione. Hanno ricevuto il plauso della Giuria e saranno premiati il 18 ottobre prossimo. Riguardano i temi più vari (Sa manta, Sole e luna, Sos colores de su mundu, Sa cane mia, Sas fozas, Pasca de Abrile est…, Su bentu, Sos colores, Mama, Su colore de sa vida, Atunzu, In beranu, Deo so cuntentu), ma tutte sono accomunate da accuratezza lessicale e una grafia precisa e corretta. A testimoniare che quando i docenti, sollecitano stimolano e seguono gli alunni in un percorso didattico intelligente, la creatività poetica e scrittoria dei giovani emerge con forza e qualità.

Segno che anche nella scuola qualcosa inizia a muoversi sul versante della lingua sarda. Dopo decenni di censura, ostilità e condanna, esemplificate, plasticamente da quell’antipedagogico e antididattico :Non parlare in dialetto!

Da decenni infatti la pedagogia moderna più attenta e avveduta ritiene che la lingua materna e i valori alti di cui si alimenta siano i succhi vitali, la linfa, che nutrono e fanno crescere i bambini senza correre il gravissimo pericolo di essere collocati fuori dal tempo e dallo spazio contestuale alla loro vita. Solo essa consente di saldare le valenze e i prodotti propri della sua cultura ai valori di altre culture. Negando la lingua materna, non assecondandola e coltivandola si esercita grave e ingiustificata violenza sui bambini, nuocendo al loro sviluppo e al loro equilibrio psichico. Li si strappa al nucleo familiare di origine e si trasforma in un campo di rovine, la loro prima conoscenza del mondo. I bambini infatti – ma il discorso vale anche per i giovani studenti delle medie e delle superiori – se soggetti in ambito scolastico a un processo di sradicamento dalla lingua materna e dalla cultura del proprio ambiente e territorio, diventano e risultano insicuri, impacciati, “poveri” sia culturalmente che linguisticamente.

Ma c’è di più : la presenza della lingua materna e della cultura locale nel curriculum scolastico si configurano non come un fatto increscioso da correggere e controllare, ma come elementi indispensabili di arricchimento, di addizione e non di sottrazione, che non “disturbano” anzi favoriscono lo sviluppo comunicativo degli studenti perché agiscono positivamente nelle psicodinamiche dello sviluppo.

Sostiene Antonella Sorace, che insegna Linguistica acquisizionale all’Università di Edimburgo, dove ha creato un centro di informazione, Bilingualism Matters,(con filiali in tutta Europa, una ha operato anche in Sardegna), che diffonde gli esiti delle ricerche fra i non addetti ai lavori,: Un bambino che parla più lingue ha la mente più flessibile. È più capace di gestire conflitti tra informazioni diverse e selezionare ciò che conta. E continua: Un bambino plurilingue è anche più capace di comprendere il punto di vista altrui. Dietro ogni lingua c’è un modo di pensare, un’intera cultura: i bambini plurilingui lo percepiscono,gli adulti spesso no. Ma ci sono aspetti sociali rilevanti. Un bimbo circondato da persone che svalutano una delle lingue, magari perché la credono inutile e superata, come accade in Sardegna, crescerà meno motivato a parlarla.

Non è necessario programmare un’educazione bilingue sin dalla nascita, ma è meglio che la seconda lingua sia introdotta quanto prima. Purtroppo – continua Sorace – molti genitori non lo sanno, credono che il bambino possa apprendere solo una lingua per volta. E se gli idiomi diventano tre: italiano, sardo e inglese? “Nessun danno per il cervello del bambino ironizza la docente: Ma se gli studiosi sono ormai certi che è salutare parlare più di un idioma, le famiglie spesso non lo sanno. E, fatto ancor più grave, spesso non ne sono coscienti neppure i docenti.

Di qui l’urgenza che la lingua sarda entri organicamente nei curricula scolastici, delle scuole di ogni ordine e grado: anche come strumento per iniziare a risolvere i problemi dello svantaggio culturale e della stessa dispersione e mortalità scolastica come della precaria alfabetizzazione di gran parte della popolazione, evidente e diffusa a livello di scolarità di base ma anche superiore. Specie a livello comunicativo e lessicale. Che oggi risulta essere, in modo particolare nei giovani e negli stessi studenti, povero, banale, gergale.

Del resto oggi sono – almeno parzialmente – gli stessi programmi scolastici ministeriali ad indicare nelle esperienze linguistiche e nelle culture locali i fondamenti su cui costruire tutto il processo di apprendimento della stessa lingua italiana ma soprattutto la formazione della personalità dello studente: una profonda conoscenza dell’ambiente come base ineludibile e come condizione necessaria del processo educativo e didattico degli studenti e dei giovani. Certo l’ambiente naturale con i suoi monti fiumi e pianure, con la sua flora e la sua fauna, ma soprattutto ambiente come società umana con le sue specificità culturali: storiche e linguistiche in primis.

Francesco Casula

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