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L'unione sarda. L'uranio impoverito non abita qui

SENATO. Per la commissione di inchiesta nessuna prova del suo uso da parte della Difesa

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ROMA Di uranio impoverito non si è trovata traccia ma altre cause possono aver provocato malattie a militari. In sintesi sono le conclusioni della Commissione d'inchiesta del Senato sull'uranio impoverito. «Non ha acquisito alcun elemento» circa la presenza di tracce del metallo nelle aree dei poligoni di tiro né ha elementi per mettere in dubbio quanto dichiarato dal ministero della Difesa che sostiene di non aver mai usato, posseduto o stoccato in Italia munizionamenti all'uranio impoverito. E dunque è impossibile asserire o escludere con certezza la sussistenza di un nesso causale tra l'esposizione all'uranio impoverito e l'insorgere di patologie tumorali.
A illustrare il documento finale, votato all'unanimità, è stato il presidente Giorgio Rosario Costa che ha ricordato le cento riunioni tenute dalla Commissione nel corso della legislatura.
Sull'insorgenza di patologie tra i militari, la relazione sottolinea la necessità di adottare un principio di «multifattorialità causale», guardando al complesso delle realtà in cui le forze armate operano all'estero e in Italia. Dove ci siano anche soltanto dubbi circa gli effetti sulla salute derivanti da specifiche condizioni di esposizione ad agenti tossici, l'invito è quello di tenere conto del principio di precauzione. La Commissione sollecita inoltre la Difesa ad assicurare in tutti gli insediamenti una adeguata valutazione dei rischi, la formazione e l'informazione dei lavoratori sui rischi.
«Dopo la terza commissione di inchiesta nessuna risposta è arrivata ai familiari degli oltre 200 morti e degli oltre 2.500 militari italiani (dati assolutamente parziali) malati per possibile contaminazione da uranio impoverito», ha subito commentato il legale dell'Associazione Vittime Uranio Bruno Ciarmoli. «Questi ultimi risultati finali - continua l'avvocato - sono assolutamente deludenti, non è stata fatta nessuna chiarezza su: malformazioni alla nascita, mancata adozione di misure di protezione per il personale italiano, ragion per cui la Difesa è stata condannata più volte a risarcimenti talvolta milionari in sede civile, errori nella concessione dei benefici previsti dalla legge, che hanno portato a un vero e proprio caos».
Secondo Ciarmoli «i risultati sulle indagini nei poligoni, quello del Salto di Quirra in Sardegna su tutti, appaiono infine in contrasto con quanto sta emergendo dall'inchiesta della Procura di Lanusei che ha riscontrato tracce di torio (ben più pericoloso dell'uranio) nei cadaveri di pastori ed ex militari venuti in contatto con il poligono. Insomma, non ci resta che continuare a fare affidamento alla magistratura».
Sicuramente positivo è il fatto che la Commissione d'inchiesta auspichi che si proceda celermente alle bonifiche dei siti inquinati, per le quali sono state messi a disposizione 25 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2013 al 2015. Per il senatore Gian Piero Scanu (Pd) questi fondi sono però «insufficienti». Secondo il parlamentare isolano «sarebbero necessari 300 milioni di euro, Bisognerà inoltre chiudere i poligoni di Capo Teulada e Capo Frasca e riconvertire Salto di Quirra».
Altro aspetto trattato nelle conclusioni della Commissione è quello delle vaccinazioni cui sono sottoposti i militari. In questo ambito, rileva l'organismo, dall'analisi di schede e libretti «si può desumere la mancata osservanza dei protocolli vaccinali che la stessa Difesa si è data». Si deve vigilare affinché in futuro si evitino errori - che si sono verificati - nella somministrazione, eccessi di dosaggio, somministrazioni multiple in tempi ravvicinati quando non necessari. Il rifiuto motivato del singolo militare di sottoporsi a vaccinazioni non deve essere sanzionato disciplinarmente.

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