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L'unione sarda. «Così mi ha rivelato di averla uccisa»

I VERBALI. L'interrogatorio del testimone-chiave che ha segnato la svolta nelle indagini

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Il testimone chiave esordisce così: «Sono a conoscenza di particolari importanti che voglio rivelare anche per togliermi un peso dalla coscienza». Sono le 18,30 del 22 novembre scorso quando, nella sede del Caip di Abbasanta, il giovane gavoese - amico di quel Pierpaolo Contu accusato di aver ucciso Dina Dore su richiesta di Francesco Rocca - vuota finalmente il sacco davanti ai pm della Dda Mauro Mura e Danilo Tronci e ai capi delle squadre Mobili di Cagliari e Nuoro Leo Testa e Fabrizio Mustaro.
«Ho molta paura per la mia incolumità e soprattutto per quella delle persone che mi sono vicine. Sono tormentato dalla responsabilità e mi rendo conto che non posso più portarmi questo peso. Il giorno del fatto mi trovavo al bar di Sedda poco distante dall'abitazione di Dina Dore quando ho ricevuto una chiamata da parte di Contu Pierpaolo con il quale in quel periodo mi frequentavo assiduamente. Il Contu mi informava che avevano sequestrato Dina, poi mi ha raggiunto al bar ed assieme siamo corsi a casa di Rocca. Abbiamo visto Francesco, in lacrime, consolato da un cugino. Ci siamo trattenuti fino all'una di notte non ci potevamo avvicinare per la presenza delle forze dell'ordine. Qualche giorno dopo sono partito per il Continente, rientrando dopo alcuni giorni. La sera che sono rientrato mi ha chiamato Pierpaolo per uscire, abbiamo girato alcuni bar, è salito sulla mia macchina dicendomi che doveva riferirmi una cosa. Mi ha condotto presso la sua officina mi ha detto di lasciare il telefono in auto e mi ha fatto entrare. Mi ha chiesto se avessi intuito qualcosa, affermando “che io ero furbo”. Poi mi ha detto “sono stato io” riferendosi all'omicidio di Dina, in particolare mi ha detto in sardo che l'aveva fatto su commissione di Rocca Francesco che gli aveva offerto, come compenso, l'abitazione di via S. Antioco, oppure, mi pare, 250 mila euro. Mi ha detto di aver scelto il denaro. Il discorso è durato circa 5 minuti, gli ho detto di non dire fesserie poi sono andato via. Mi ha colpito l'ultima frase che ha pronunciato, quando mi ha detto che “aveva provato gusto” e che “lo avrebbe rifatto”. Rocca e Contu erano sempre assieme, anche io frequentavo Rocca, anche se meno assiduamente, perché facevo parte della stessa compagnia di caccia. Dopo quella notizia ho cercato di muovermi con circospezione, non allontanandomi subito da loro. Temevo che, sapendo una cosa del genere, potessero uccidermi per mettermi a tacere. Non so se Rocca abbia dato a Pierpaolo la somma pattuita, non credo in quanto Contu era sempre senza soldi. Di tanto in tanto chiamava Rocca che gli dava 50/100 euro per trascorrere la serata. È accaduto anche in mia presenza, il 1 maggio successivo alla morte di Dina, che Rocca ha dato una piccola somma a Pierpaolo. Dopo l'omicidio di Dina Contu è rimasto molto scosso. Gli ho addirittura impedito il sucidio. Sono andato da lui e l'ho trovato nudo, all'interno della vasca da bagno, con il phon in mano. L'ho fatto uscire, l'ho condotto nei pressi del lago e gli ho detto che per rispetto della sua famiglia non doveva fare queste cose».
Massimo Ledda

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