«Non l'ho uccisa io». È molto provato Francesco Rocca. Davanti all'avvocato Angelo Manconi, in mezz'ora di colloquio ieri pomeriggio a Buoncammino a Cagliari, il marito di Dina Dore trattiene a stento le lacrime. «Non capisco perché quel ragazzo abbia detto quelle cose». Un'idea, però, ce l'ha. «Sono dinamiche oscure, veleni che serpeggiano a Gavoi».
Il dentista legge le carte che lo accusano ma il primo pensiero è per la sua bambina: Elisabetta, cinque anni. L'aveva appena accompagnata a scuola giovedì mattina quando gli agenti delle squadre mobili di Cagliari e Nuoro, al comando di Leo Testa e Fabrizio Mustaro, gli hanno stretto le manette ai polsi al termine di un'indagine serrata. «Pensavo all'ennesima perquisizione, a un normale controllo. Non me l'aspettavo proprio». Eppure, la notte del 2 novembre dello scorso anno era stato convocato nel commissariato di Gavoi per un interrogatorio per nulla di routine che, per molte ore, sembrava addirittura preludere a una imminente svolta clamorosa. Quella notte c'erano pure altri ragazzi sotto torchio, incluso Pierpaolo Contu, arrestato il 28 febbraio con l'accusa di essere uno degli esecutori materiali del delitto. «Ma io pensavo stessero facendo così per smuovere le acque, per vedere che cosa sarebbe successo, per accendere l'attenzione sul delitto irrisolto. Non ho assolutamente percepito che stessero addirittura per scattare dei fermi, proprio no».
Non lo aveva messo sul chi vive neanche la lettera anonima trovata, un mese prima, tra la posta della casa che aveva acquistato dall'avvocato Antonio Piras: sappiamo che l'hai uccisa tu, confessa sennò fai una brutta fine . Aveva portato la missiva in questura e non ci aveva pensato più. «Sapevo che Gavoi sospettava di me ma solo negli ultimi tempi, la voce era circolata di recente».
LA FAMIGLIA L'avvocato Manconi ieri è stato tutta la mattina nella cancelleria dell'ufficio del gip di Cagliari per fotocopiare gli atti in vista dell'interrogatorio di garanzia, fissato per martedì a Buoncammino: intorno alle due del pomeriggio ha portato in carcere le carte che Rocca deve leggere per potersi difendere. Ma il suo primo pensiero, davanti al penalista nuorese, è stato per i familiari. «Come hanno reagito i miei genitori? Sta andando qualcuno a confortarli»? La famiglia Rocca è stata segnata da un grande dolore in passato - la morte di uno dei figli, nel sonno, a vent'anni - e poi ci sono stati due tentativi di sequestro: il film di una vita intera scorre davanti agli occhi del 43enne dentista di Gavoi, ex consigliere provinciale di An, accusato di aver ordinato a due ragazzini l'omicidio della moglie in cambio di 250.000 euro. Il movente? Uscire allo scoperto con la donna di cui era innamorato. «Non è vero che agli inquirenti non ho detto nulla di lei, ho parlato subito della mia relazione extraconiugale ma, evidentemente, avevano ritenuto non fosse importante e non hanno verbalizzato le mie parole».
I MESSAGGINI Davanti all'avvocato Manconi ieri pomeriggio c'era un uomo depresso e scoraggiato: non sta male nella cella che divide con altre persone ma è perfettamente consapevole della gravità delle accuse, della solidità delle prove raccolte dagli uomini di Testa e Mustaro. Anche perché il racconto del ragazzino che ha ricevuto la confidenza del killer ha consentito una rilettura in chiave accusatoria degli sms inviati da Rocca alla moglie. Un giorno vengono, ti prendono e neanche te ne accorgi . «Ma io mi stavo riferendo al fatto che siamo sempre stati nel mirino dall'Anonima e lei era poco prudente». E poi, quell'altra frase sto bruciando una scrofa, s'attera borta pio a tue . «Le stavo dicendo che non ero con altre donne».
Quanto agli altri messaggi tra amore e rabbia, «erano solo uno sfogo, avevamo accumulato grande tensione». Marito e moglie non avevano mai parlato di separazione, il matrimonio procedeva così, stancamente. «Resto sempre della mia idea: si è trattato del tentativo di un sequestro finito male». E le dichiarazioni del ragazzino? «Non riesco a spiegarmelo, lo conoscevo bene, mi aveva chiesto di aiutarlo a entrare nell'Esercito ma non c'ero riuscito. Non riesco a capire. Penso di aver disturbato qualcuno».
LE INTERCETTAZIONI Insieme all'avvocato Manconi, Rocca ha esaminato le intercettazioni della madre di Pierpaolo Contu: quattro mesi fa la donna aveva riferito alla ex nuora che il figlio era coinvolto nel delitto Dore e aveva fatto pure riferimento al dentista col quale aveva cercato un contatto. «Bisogna leggere bene la frase, sentirla in dialetto, capire com'è stata tradotta. Forse la madre di Contu si stava riferendo al fatto che la sera del 2 novembre 2012 i poliziotti stavano cercando di coinvolgere il figlio nella vicenda».
Insomma: ha una risposta per tutto, il vedovo accusato di uxoricidio. «Ho fiducia, spero venga fuori la verità e si capiscano le dinamiche che hanno portato al mio arresto. Sono innocente». Dovrà comunque spiegare come mai la sera del delitto non aveva parcheggiato nel garage, come mai non si era allarmato dopo tre telefonate a vuoto, come mai si era fermato a vedere la sua casa dall'alto quando Dina era già morta e nessuno ancora lo sapeva. «Dopodomani cercherà di chiarire ogni cosa», dice l'avvocato Manconi, che difende il dentista insieme a Mario Lai. «Sono passati cinque anni dall'omicidio, vediamo se riusciremo a ottenere almeno i domiciliari». Il legale pensa ci siano diverse carte da giocare: «Prima dobbiamo leggere con attenzione il fascicolo che si compone di molti faldoni. Gli sms e le intercettazioni con l'amante hanno colpito tutti, ed è normale, perché sotto il profilo morale sono terribili. Ma, se si riflette, possono essere solo le frasi di un uomo che dice di tutto per salvare il rapporto con una donna che lo sta lasciando. I messaggini non dicono che Rocca ha ucciso la moglie: la Polizia li aveva sin dal primo giorno eppure non erano bastati neppure per iscrivere il marito di Dina Dore sul registro degli indagati. Dobbiamo verificare anche se le dichiarazioni che Pierpaolo Contu avrebbe fatto all'amico non siano una millanteria. Andremo infine a guardare se per l'ora del delitto Contu ha un alibi: in un primo momento aveva detto di essere al lavoro nell'officina del padre. Se fosse così...».
M. Francesca Chiappe
