Dal nostro inviato
Fabiano Gaggini
VILLAMASSARGIA Sveglia tardi, giusto un caffellatte con i biscotti a colazione. Per il pranzo poi c'è tempo, sin troppo. Su e giù tra gli ulivi, sono oltre duemila, c'è l'agrumeto, un frutteto, dall'altra parte una serra in vetro di 1.600 metri con prospettive florovivaistiche, e altri terreni riservati al grano e all'orzo. In tutto ventotto ettari di macchia mediterranea. Giusto una passeggiata per rompere la monotonia, smaltire la rabbia (ne ha davvero tanta), mettere ordine tra i pensieri più intimi, e dare un senso a questa insolita prigionia tra le campagne dell'Iglesiente.
GIORNATA TIPO Avesse scelto lui, forse, l'avrebbe vissuta come la pace dei sensi, tra pini mediterranei, maestosi cipressi, e ancora corbezzoli, mirto, lentischio, una cagnetta che scodinzola, due caprette nane che sgambettano e cinque maiali che rotolano. Ma il silenzio diventa quasi assordante e asfissiante per uno abituato a dettare i tempi della società moderna, nello sport, ma non solo. Non parla con nessuno Massimo Cellino, l'unico col quale interagisce è Matteo, il custode della struttura, un ragazzo del posto che ha pagato da tempo il conto con la giustizia ed è diventato per lui un punto di riferimento, soprattutto la notte quando sono soli in aperta campagna. Ma il suo vero sostegno è la chitarra, se l'è portata dietro da Buoncammino. La suona per ore. Le orecchie avvolte dalle cuffie, registra, riascolta, riprova sino alla nausea, ogni sera, sino a tarda sera. Sino a quando anche l'ultimo fuoco di adrenalina si è spento. Magari chiude gli occhi e immagina di essere dentro la sala della Club House di Assemini dove sino a poche settimane fa si ritrovava assieme ai Maurilios, il gruppo che ha fondato per dare sfogo alla sua passione più grande, dopo il calcio ovviamente. Ma questo è un assolo continuo, dentro una stanza due metri per tre dell'ex azienda agricola Corsi di Villamassargia, località Terra Manna, da nove anni destinata al recupero-inclusione dei condannati in esecuzione penale esterna e scelta dal Tribunale del Riesame per ospitare il presidente del Cagliari che, una volta scarcerato, ha rifiutato gli arresti domiciliari.
LA STANZA Gli avevano assegnato la 4, ma lui ha chiesto la 3, uno dei suoi numeri portafortuna. Non è proprio la camera di un resort. Le pareti, bianche, riprendono in parte il colore del pavimento, tracciato dal marmo di Orosei. C'è giusto l'essenziale, letto, comodino, armadio, tavolo. E ancora due stufe per riscaldarsi, una ad aria picchia sul materasso, l'altra è un ventolino caldobagno e abbraccia proprio il bagno. «E l'acqua calda non manca», assicura Rosanna Carta, il dirigente dell'Ufficio Penale Esecuzioni Esterne che ha individuato la struttura («la comunità più vicina dove potevamo includerlo con serenità») e risponde così a Benedetto Ballero, uno dei legali di Cellino, che in mattinata aveva definito «le condizioni simili a quelle di un lager». L'avvocato non usa mezzi termini: «Non ci sono i riscaldamenti e non c'è nemmeno una cucina adeguata, tanto che il cibo deve arrivare da fuori». La replica della rappresentante del Ministero della Giustizia: «Per il detenuto si è dovuto attrezzare la stanza attigua ad uso cucina come richiesto dallo stesso, visto che il servizio di catering da cui si serve la comunità è stato da lui rifiutato».
LA COMUNITÀ Da queste parti, in nove anni, sono passati quasi un centinaio di detenuti. Ma Cellino è il primo a soggiornare nell'area residenziale dell'azienda, che comprende undici stanze (in tutto venticinque posti) ed è stata costruita dove un tempo c'era la porcilaia. L'ingresso si affaccia sul cortile, che separa la “zona notte” dalla “sala ricevimento”, un'ex stalla, una struttura di 230 metri quadri con tanto di cucina industriale (operativa ma inutilizzata) che in futuro, spiega don Salvatore Benizzi, responsabile del progetto per la comunità San Lorenzo, «fungerà anche da ristorazione per l'esterno. Possiamo servire duecento pasti per volta, manca solo il certificato della commissione edilizia sul fotovoltaico per attivare la cabine e partire». L'obiettivo, insomma, è quello di creare un agriturismo. Ed è proprio questo l'impatto che si ha appena superato il viale alberato che dalla strada porta alla casa padronale, domina l'azienda, stile piemontese, con la facciata scolpita da una trachite rossa estratta da una vecchia cava di Villamassargia. «Sono finalmente arrivati i finanziamenti regionali e col bel tempo», spiega l'ex parroco di Iglesias, «inizieranno i lavori. Ci saranno gli uffici, una biblioteca, e non solo». I container sono già pronti, il cantiere aperto. L'area è recintata dalle reti arancio. Lavori in corso. E una betoniera già mostra sul terreno i primi vagiti. Dall'altra parte il fienile (col tempo diventerà un oleificio) ospita rotoli di lana di roccia e un trattore blu. È questa la prima immagine di Cellino la mattina quando apre il portone della propria stanza e prova a respirare l'aria della libertà.
LA PREGHIERA Zero visite. Giusto il fratello Alberto (l'unico familiare autorizzato dal giudice) e i legali, sinora. Il presidente fuma molto, mangia poco e spesso prega col rosario tra le mani. In camera la tv è quasi sempre spenta, lo era anche domenica pomeriggio mentre il Cagliari giocava (e perdeva) a Bologna. Le tagliatelle al ragù procurate da Matteo - evidentemente - non hanno portato bene, anche se l'idea iniziale era quella dei tortellini in brodo. Entrambi piatti tipici emiliani. Scaramantico nel bene e nel male. Ma questa è davvero la partita più difficile e sofferta.
