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L'unione sarda. Scarpette rosse per Dina Dore

Le donne dedicano l'8 Marzo alla mamma uccisa

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Dal nostro inviato
Piera Serusi
GAVOI L'idea è partita così, nel tardo pomeriggio di mercoledì, davanti a una tazza di tè caldo. Tutte donne attorno ai tavolini del bar, a parlare per nulla sottovoce di questa storia qua e ad ammutolire non appena entrava un avventore. E allora? Siamo tutte d'accordo? Un paio d'ore dopo è cominciato il passaparola su Facebook. Appuntamento per l'8 Marzo, dalle 7 alle 23. “Scarpe rosse, sistemate in piazza Sa Serra, per dire no alla violenza sulle donne”. Un tam tam volato dentro lo squillo dei telefonini, i cinguettii di Twitter, le commissioni inviate alle comari. Ieri, i rivenditori di vernici hanno fatto affari d'oro. I barattoli di ogni tonalità di rosso sono andati a ruba.
L'ALTOLÀ DELLE RAGAZZE Gavoi comincia a uscire dal coma farmacologico. La terapia l'assegnano le donne, una settimana dopo che il fantasma senza pace di Dina Dore è tornato ad aleggiare nel paese messo a ferro e fuoco dalla polizia e sfiancato da anni di segreti inconfessabili, di silenzi condivisi, di rimorsi impossibili da cancellare. «Niente nomi, siamo un comitato spontaneo». Un piccolo esercito che ha deciso di dedicare l'8 Marzo alla giovane mamma uccisa cinque anni fa. All'inizio avevano pensato di deporre sulla tomba un fiore, mille fiori col nastrino nero. Poi si è scelta l'iniziativa che in tutto il mondo è il manifesto contro il femminicidio: scarpette rosse per ricordare Dina e per ribadire il no alla violenza contro le donne. Niente nomi, è la consegna. E allora parlano le ragazze, le mamme e le nonne di Gavoi. Non dell'inchiesta. Non degli arresti (in carcere sono finiti Francesco Rocca, 43 anni, il vedovo accusato di essere il mandante dell'omicidio, e Pierpaolo Contu, 23 anni). Non di questo fuoco che ha circondato il paese. Parlano degli uomini che umiliano la moglie, la compagna. Di quelli che non sanno cos'è il rispetto, limite invalicabile di ogni incomprensione, rancore o addirittura odio tra due che si sono amati. Hanno letto sul giornale gli sms che hanno accompagnato gli ultimi giorni di Dina.
INSULTO ALLA MEMORIA Francesco Rocca affronterà un processo e solo dentro un'aula di giustizia potrà essere riconosciuto colpevole o proclamato innocente. Ma c'è una colpa che non potrà cancellare neanche con la varechina, tutta segnata dentro i tabulati: ha umiliato la moglie e ne ha insultato la memoria. “Oggi - scriveva all'amante nel 2009, giorni dopo ch'era stato lasciato - ho vissuto il 26 marzo (la data della morte di Dina ndr ”).
MINACCIÒ IL SUICIDIO Dina era morta prima che venisse uccisa. “Forse per me l'unica soluzione è farla finita, visto che non sei solo tu che mi detesti ma anche gli altri, quindi - scriveva al marito il 22 marzo, quattro giorni prima della fine - sono io che non vado. Troverò il coraggio prima o poi...”. Era una donna arresa, sfinita. Lui aveva fatto proprio un buon lavoro: l'aveva portata al punto di autosvalutarsi, di sentirsi un nulla. L'aveva condotta all'ultima stazione del calvario: desiderare la morte.
VIOLENZA SENZA FINE La storia della mamma di Gavoi è la parabola di molte donne. Solo lo scorso anno sono state 73, in Italia, quelle uccise dal marito o da un ex fidanzato. Migliaia quelle che hanno chiesto aiuto ai parenti, agli amici e alle associazioni. Un esercito, invece, quelle che in silenzio sopportano minacce, botte, umiliazioni. Donne che difendono la facciata di un nido d'amore che in realtà è un inferno. Lo fanno per non dar da parlare al paese, per difendere il padre dei propri figli, per non arrecare dolore ai familiari. Talvolta solo perché non hanno un lavoro o non sanno dove andare.
IL DOLORE Dina è stata zitta per non dover ammettere che il suo sogno d'amore era ridotto ormai a una finzione. Il 25 marzo, un giorno prima della morte, scrisse al marito: “Vorrei sapere cosa ti ho fatto per meritare tutto quello che mi fai...”. Lui aveva un'amante, lei lo sapeva. “Volevo chiederti come mai stamattina tutte le volte che ti ho chiamato eri occupato, ha chiamato diverse volte Graziella ed eri occupato, e poi vuoi dirmi che non è successo niente stamattina? Ma pensi che io sia stupida?”. Graziella, la sorella di Dina, non si dà pace. «Ho un rammarico: non aver capito che cosa stesse passando. Certo, negli ultimi tempi era piuttosto nervosa, ma tutti in famiglia pensavamo fosse per la stanchezza dovuta alle attenzioni da dare alla bambina che allora aveva otto mesi». Ieri ha deposto un mazzo di rose sulla tomba. Fiori e scarpette rosse per Dina. Arriverà il giorno in cui, finalmente, potrà riposare in pace.

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